“giace l’un presso l’altro in consanguinea pace”

Negli anfratti d’una delle parentali biblioteche, per caso, ritrovo un bel volumetto blu che comprai probabilmente ad una bancarella. Edizioni Cremonese, Roma. Eschilo, le Tragedie, stampato vicino Firenze nel lontano 1957.

Leggo, con grande piacere, «Sette a Tebe», incuriosito dalla versione un po’ desueta ma fascinosa di tal Felice Bellotti. Mi garba non poco l’ottocentesco verseggiar. Al liceo ero un somaro di solida somarità, sicchè non posso giudicare. Ma leggere Eschilo, anche così, è appagante. Il poeta guerriero è grande nell’atmosfera «elettrica» in cui avvia le storie, bellissime e potenti le metafore, un dinamismo d’immagini fatto solo con le parole. È grandezza, questa. Ma veniamo alla lettura.

Nunzio: Sette guerrieri, bellicosi duci, scannanti un tauro in su ferrato scudo, il caldo sangue con le man toccando, Marte, Bellona, e l’avido di stragi Terror giuraro o la città di Cadmo volger sossopra e sterminarla, o questo questo suol morendo bagnar del proprio sangue. (pag. 46)

La minaccia alla città di Tebe, il giuramento degli assalitori a divinità della guerra (Marte, Bellona, Terror), e il riferimento, costante in Eschilo, al sangue e al suolo. Il nunzio che manifesta a Eteocle gli accadimenti dispiega un senso di minaccia, una tensione che attraversa tutta la tragedia. Ma il tema del sangue avrà anche un altro significato, più avanti.

[…] e ben sul ciglio una lacrima avean; ma su le labbra non era accento di dolor: ché forza anzi il ferreo spirava animo ardente, qual di lioni che negli occhi han guerra. […]

Già l’oste Argiva in tutto punto avanza; già nembo alza di polve, e dalle bocche già de’ sbuffanti corridor la bianca spuma sgocciando asperge la campagna (pag. 47)

La metafora degli occhi come leone ch’assale, e nel contempo il contrasto fra un sentimento intimo di commozione e un sentimento ostentato di forza e desiderio di battaglia.

Le metafore sono sempre potenti nel poeta di Eleusi. La forza animale innestata in un dinamismo potente, è meglio di qualunque idiota effetto speciale in 3D. «Argiva» in quanto da Argo provenivano i più dei combattenti.

Eteocle (è il re di Tebe, per chi non lo sa va scritto) non gradisce molto i lamenti terrorizzati del coro, le invocazioni disperate alla protezione degli Dei. La protezione degli dei va bene (in particolare d’Apollo), ma va evitato il panico, causa spesso principale d’ogni sconfitta. E qui il buon Eschilo ci offre una bella lezione di maschilismo, ma siamo nel 400 a.C., e la vicenda è ben più antica. Se la prende con le donne, insomma.

Eteocle: Che fate voi, non sopportabil greggia! Ottimo è forse a salvar Tebe; ardire al popolo nostro assediato è forse ulular, schiamazzar, cadute innanzi ai simulacri degli dei?

[…] Or voi, qua e là scorrendo, disanimate i cittadini, assai quei di fuor vantaggiando; e noi qua dentro vinti siam da noi stessi. (pag. 51)

Interessante il richiamo all’importanza della propaganda interna ai fini dell’esito della guerra. In politica questo richiamo è attualissimo: chi si lamenta troppo in pratica rema contro (così ritiene chi comanda). Nel crescendo degli eventi è dunque urgente (l’urgenza è ingrediente essenziale del pathos) provvedere a difender le sette porte con i guerrieri adatti:

Eteocle: […] Io vado a por sei duci (e il settimo son io), fermo riparo su le sette porte al nemico furor, pria che i messaggi rapidi si succedano, e le voci crescan più forti, ed il periglio avvampi. (pag. 54)

Ma la paura è tanta, e le descrizioni terribili del possibile saccheggio, son perfetto marchingegno di paura sul lettore. I bambini, come sempre, son vittime strazianti della guerra.

Coro: Alto nella cittade strepito e grida; alla cittade innanti Vallo di torri pieno; l’uom trafitto dall’uom a terra cade. Suonan tristi belati di tenerelli infanti sopra le mamme del materno seno: scorribande, saccheggio; e via per carchi i rapaci soldati ire e redire e quale vuoto è di preda, altri a predar pur chiama, e con avida brama gli uni degli altri a rapinar più parchi esser non vonno. In tale stato, che resta a non temer di male? (pag. 56)

A questo punto il nunzio comincia la descrizione di questi famosi «sette» che danno il titolo alla tragedia. Sette guerrieri di grande potenza ed aggressività, ad ognuno dei quali Eteocle deve contrapporre un avversario degno, insomma il fior fiore dei combattenti tebani. Il crescendo della descrizione dei guerrieri nemici, delle metafore raffiguranti la loro furia aggressiva e gli scudi, porta al nucleo centrale della vicenda. Gli scudi sono elementi essenziali, luoghi perfetti all’apporre emblemi e significati. Vediamo ad esempio la descrizione del quarto guerriero assalitore e del suo scudo:

Nunzio: […] È la molto superba alta persona d’Ippomedonte. Al rotear ch’ei fece, ampia di tondo scudo superficie sul braccio (vane fole non parlo), inorridii. E per certo volgar fabbro non era chi tal opra vi figurò; scolpito evvi Tifeo, che a grandi soffi avventa dall’ignivoma bocca un negro fumo, fratel del foco; e cinto è il disco in giro di attorcigliate serpi. Ed ei quel fiero, pieno di petto di Marte, la battaglia va, qual Baccante, proclamando e slancia terror dagli occhi. […] (pag. 61)

Tifeo (o Tifone), era un essere mostruoso, figlio della Terra e del Tartaro. Altissimo, colla testa toccava le stelle, con una mano arrivava all’Occidente e coll’altra l’Oriente. Il suo corpo era cinto dalle vipere e gli occhi lanciavano fiamme. (Giove pensò bene d’imprigionarlo sotto l’Etna). Insomma l’effige sullo scudo non lasciava presagire nulla di buono. Ma Eteocle dispose anche per Ippomedonte un valente avversario, presso la porta vicina al tempio di Pallade.          

La vera tragedia, nella tragedia, è l’identità del settimo inimico guerriero. Polinice è fratello di Eteocle. Scacciato a suo tempo da Tebe, torna, proveniente da Argo, con intenti bellicosi. Immagino che chiunque legga queste righe conosca la vicenda narrata poi nell’Edipo Re di Sofocle. A brevissimo riassunto: dopo la drammatica constatazione d’aver ingenerato figli con la propria madre, Edipo, accecatosi, li maledice. L’antica colpa del padre Laio, arriva fino ai figli del figlio, e sarà placata solo dal destino crudele che li attende.

Quando Eteocle sa del fratello, dispone d’esser lui ad affrontarlo alla porta della città. Per quanto tentino di dissuaderlo, sa che il destino deve compiersi, e non si sottrae al fratricida duello. La città infine sarà salva, ma la gioia della salvezza è oscurata dall’orrore di veder due fratelli uccidersi l’un l’altro.

Coro:
Sì che a lor rovina intera precipitar da fiera ira sospinti, in non amica guisa
compimento ponendo all’aspra lite.
Or l’odio tace, e su la terra intrisa del sangue lor, lor vite commiste sono, e giace l’un presso l’altro in consanguinea pace.
Acerbo scioglitor delle querele fu, alla brace temprato, il ferro acuto:
acerbo invero divisor non saggio del paterno retaggio, Marte del padre ha l’imprecar compiuto. (pag. 78)

Sul finire la tragedia apre un altra fondamentale tematica: il rapporto contrastato fra le leggi della città e le leggi del sangue, più antiche, più profonde. Antigone, la sorella, si ribella all’idea di non riservare a Polinice degna sepoltura. Il senato della città ha decretato una sepoltura con ogni onore a Eteocle e per il fratello nemico, Polinice, l’ingiurioso abbandono del corpo insepolto allo strazio degli uccelli e delle belve. Antigone la pagherà cara questa scelta, ma se ne occupa Sofocle, e anche noi, se ne avremo tempo.

Non ci sono i numeretti dei versi, pazienza, mi perdoneranno i veri grecisti, ma mancano proprio nel libro.

Meraviglioso Eschilo, son passati 2500 anni, ma io sono radicalmente inattuale, seppur con i modesti mezzi culturali di cui non fo vanto.

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2 risposte a “giace l’un presso l’altro in consanguinea pace”

  1. Novella Semplici ha detto:

    Molto bello, ho letto tutte le tragedie greche, Eschilo compreso, al liceo. Pur avendo uno stile piuttosto datato (ma questo dipende molto anche dal traduttore) hanno dei contenuti attualissimi. E pur nella misoginia imperante, quelle con protagonisti femminili restano affascinanti.

    • diegod56 ha detto:

      Già qui, Antigone dà un assaggio della sua tempra. Comunque a me piace lo stile datato, come un passato (meno antico) che si posa sull’antico «antico». Grazie Novella.

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