I sentimenti nell’era del web [2ª parte]

«L’impossibilità di conoscere e possedere l’Altro è un’allegoria –la fisicizzazione quasi- di una più vasta impossibilità, quella della verità, la quale si dissolve nell’intuizione che il mondo è identico per tutti e differente per ciascuno. L’impossibilità dell’amore e della verità fa sì che l’Altro non esista, che egli sia l’inafferrabile e mutevole risultato del cangiante moto dei nostri sentimenti, al di fuori dei quali egli è il niente. L’Altro c’è fino a quando il nostro amore perdura. Sparisce poi in quel nulla dal quale le nostre emozioni lo hanno tratto alla vita.»
(A.G.Biuso, commento ad una edizione de «La prigioniera» di M. Proust)

L’amore nel web. Ha caratteristiche particolari? È un modo nuovo di amare oppure un simulacro virtuale dell’amore autentico?
Partiamo da una constatazione banale: un amore puo’ iniziare sul web. Tutti conosciamo persone che si sono conosciute nel mondo virtuale. Da lì è scoccata la scintilla, oppure la freccia dall’arco del malizioso arciere. Poi gli incontri reali, il palpitante dispiegarsi degli amorosi sensi e tutto il resto. Ma noi qui ci interroghiamo su un aspetto meno scontato: l’amore che permane, che trova il suo nido, che avvolge le sue sensuali spire, tutto all’interno del virtuale. Una terra nuova, densa dei suoi sconosciuti pericoli e delle sue potenti possibilità. Esiste? Puo’ esistere? Penso di sì, anche se ancora non è chiaro quanto sia durevole od effimero. L’ambiguità consiste nel suo esser anche gioco, nel costante, sottile, dubbio che l’altro, l’amato, stia giocando, si sporga verso di te per poi, improvvisamente, svanire. Ma l’amore vero, quello prima dei tempi del web, non è anch’esso reciproca illusione? Per questo ho riportato, in apertura, le parole dell’amico, filosofo e poeta, a commento di uno dei più grandi scrittori, fra quelli che hanno scandagliato il sentimento d’amore.

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i sentimenti nell’era del web

È un tema accennato nel post del 15 settembre. Premettiamo: ciò che ci accade sulla rete ha una notevole potenza, in termini emotivi. Sono sotto gli occhi di tutti le tragiche vicende di alcune giovanissime ragazze, ferite fino all’esito più tragico dalle parole e dalle immagini apparse sul monitor del loro computer o del loro smartphone. Quindi, nessun dubbio sulla potenza di questo tipo di comunicazione. Ma lasciamo da parte con doveroso rispetto le vicende più drammatiche. Di rapporti dall’esito piacevole, fruttuoso, coinvolgente tutti facciamo esperienza. Questa comunicazione offre una notevole scioltezza a chi sa usare le parole, l’annullamento dell’attrito spaziotemporale consente un passaggio molto diretto da mente a mente. Se noi accogliamo il concetto di corpomente (il riferimento all’uso che ne fa l’amico prof. Biuso è esplicito), allora osserviamo come il rapporto che nasce dallo scambio di parole (e quindi di pensieri e simboli) è intimo, nel termine esatto dell’aggettivo. Del resto le parole, specie se scritte, sono il mezzo più intenso per comunicare. Giorni fa una signora che conosco, in dissidio col figliolo, m’ha raccontato che, pur abitando nello stesso stabile, gli ha scritto una lettera, per spiegare «tante cose». Comunque mi riferisco ad uno scrivere calmo, sul brulicare di facebook non intendo ragionarci, per fortuna non appartengo a quella trappola. E l’amore? questione complessa, ma forse ci torneremo su.

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la vita è bella ma

La vita è bella, ma gli umani, in effetti, son bruttini.

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altro che diagrammi e tabulati

Le disegualianze sociali non sono mai asettiche sequenze di diagrammi e tabulati. Non sono mai percentuali per ipotesi di micro e macro economia. Ieri un uomo di 27 anni, d’una ditta d’appalto in Puglia, è morto stritolato. Uno strapagato consulente di qualche banca d’affari, morirà mai stritolato sotto quella montagna di soldi? Non credo (e non voglio che accada, io non odio nessuno, neppure lui). Però le disegualianze sociali, sono incise nella carne, nelle ossa, nel respiro dei corpi, altro che diagrammi e tabulati.

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verde, pioggia

verdipioggia

Nessuna pretesa artistica, è uno scatto dal filobus, per diletto. Però mi garba, allora lo metto qui, fra le mie carabattole.

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anche il silenzio

Prima di proclamare, con banale prosopopea: «sono libero», è bene ragionarci un momento. Anzitutto non è possibile esser liberi dall’essere incorporati, intrisi, inesorabilmente coessenti al nostro corpo. Quindi se, per un accidente evolutivo, da qualche groviglio di neuroni emerge una coscienza del sè, suddetta coscienza sopravvaluta (è il suo mestiere) a noi stessi la nostra libertà. In realtà molto di quel che decidiamo di desiderare è frutto d’un lavorìo inconscio, ormonale, che stimola l’io a prender delle decisioni (in apparente libertà). Io penso che la libertà è, in ultima istanza, la libertà d’esser quel che il nostro corpo esige: respirare, dissetarsi, ed anche, si badi bene, il non sentirsi soli. Sì perchè l’amicizia è un sentimento profondamente fisico, non a caso la si rafforza condividendo il cibo. Ed anche il silenzio, con un amico stai bene in silenzio, ma vicino. Sulla vicinanza, non banale, ma evolutivamente recentissima, intessuta con mezzi tecnologici, scriveremo più avanti.

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tempo, linguaggio, solitudine

Le citazioni lunghe, in genere, non piacciono. Ma la questione della mente, del suo essere il crocevia, il nodo ineludibile, di tempo e linguaggio, è un tema che mi garba assai. Quindi andiamo ad un testo fondamentale al riguardo.

«Quando parliamo siamo il tempo che parla di sé. Nessun enunciato puo’, infatti, fare a meno della flessione temporale, mentre puo’ benissimo essere privo di quella spaziale e tuttavia rimanere significativo. Quando io dico, penso o scrivo “mi sento bene” offro di me a me stesso o agli altri un’informazione tanto semplice quanto importante, immediatamente collocata nel tempo e senza alcun riferimento necessario allo spazio. Se aggiungo “mi sento bene ma ieri ho trascorso una pessima giornata” arricchisco il mio enunciato e la mia comunicazione di una conoscenza tutta temporale, ignorando ancora una volta i luoghi in cui è avvenuto il mio star bene o il mio star male. Posso certo continuare con “mi sento bene ma ieri ho trascorso una pessima giornata in quella città troppo calda”, e in questo caso l’informazione locale spiega la causa, o una delle cause, del mio stato ma potrebbe essere omessa, e infatti i primi due enunciati non la contemplano, e rimanere significativi mentre il semplice “una pessima giornata in quella città troppo calda” rimane nel vuoto, potendo rifarsi a chiunque in qualunque tempo. […] Il tempo – è sin troppo evidente – intesse di sé ogni parola, intride quindi l’umano in tutti e ciascuno dei suoi stati. Dall’unione di tempo e memoria nasce la capacità di formulare astrazioni e di farlo in modo immediatamente linguistico. Il linguaggio è anche un modo della distanza che categorizza gli enti, descrive gli eventi nel loro accadere, segue il farsi dei processi. Generando la distanza tra le parole e le cose, il linguaggio contribuisce così in modo determinante alla costituzione temporale del soggetto e del suo mondo. A parlare, e dunque pensare, è sempre il corpo.» (A.G. Biuso, La mente temporale, Carocci 2009, pag. 69)

Temporalità e linguaggio sono il nodo stesso del nostro pensare, sia verso il prossimo che verso noi stessi. Come dire che il linguaggio serve per comunicare, ci permette di comunicare, ma anche di essere, di sentirci esistere, di sentirci vivere, in una continua autonarrazione. Certo per Biuso è poi la temporalità la struttura indispensabile ad ogni pensiero e ad ogni percezione di se stessi.
Io sono convinto altresì che agli altri non possiamo comunicare fino in fondo la nostra sensazione di esistere, la propria privata narrazione, c’è comunque uno strato ineludibile di solitudine.

«Le parole degli altri, tutte le parole, sono tradotte nella lingua di chi ascolta. E quindi vengono inevitabilmente deformate secondo i desideri e i timori di chi traduce. Davvero ciascuno abita nel proprio linguaggio, uscire dal quale è un’esperienza di radicale extraterritorialità, un vero e proprio esodo verso la terra incognita della verità». (A.G. Biuso, La mente temporale, Carocci 2009, pag. 71)

Io credo che dal rendersi conto della solitudine di ognuno, germogli, inaspettata, la fratellanza, almeno fra coloro che ci pensano su.

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