stradina obliqua

Stamane, sulla stradina obliqua, come ogni tanto accade, arriva, il mattino presto. Accosta sotto il portone d’un palazzo decisamente dimesso. Decisamente anche varia la provenienza dei suoi inquilini. Famiglie da paesi lontani. Il palazzo è d’una sconosciuta signora di Genova. Pare sia anche paziente, nel riscuotere gli affitti. Stamane, come ogni tanto accade, arriva, la macchina della Polizia. Due agenti in divisa, conversano quieti, per strada. Qualcuno, in abiti borghesi, sale su. Hanno l’aria paciosa del lavoro di routine. Il giovane, di corporatura minuta, col suo zainetto, il solito, scende le scale e sale dietro. Vanno via. Mi pare sia sempre lo stesso quel giovine. Nella stradina obliqua, la vita prosegue, la vita di ogni giorno. Ogni giorno le vite si sbriciolano nelle loro storie. Il caffè gorgoglia in cucina, e anche la mia vita si aggancia all’abitudine.

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il senso del vivere, umano e no

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densa, amara, esatta

Davvero densa, amara, esatta e impietosa la parola di un grande scrittore. E inquietante nella sua attualità.

«Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. […] Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare […]. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli.» (Albert Camus, La peste, Ed. Bompiani 2020, pag. 46)

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un tizio sceso dal filobus

Sembra chissà cosa. Ma non è niente di eccezionale. Eppure ci fai caso. Un giro per la città verso sera, ma senza lo smart in tasca. Solo e per questo più leggero. Scorrono dai vetri del filobus le poche luci, qualche market, qualche negozio di saponette e prodotti per l’igiene. Un mondo impestato dai virus, eppure ci si lava di continuo. Molte saracinesche giù, e, man mano ci si inoltra in periferia, i tanti cartelli “vendesi – affittasi disperatamente“. Riflesso nei vetri mi vedo, o meglio, vedo quello sconosciuto che porta il mio nome. Senza lo smart che può canticchiare beffardo d’improvviso, non ci sono. Non è male non esserci, non è male capire che non sei. All’ultima fermata prima del capolinea, la rumorosa carcassa cigolante si libera dell’unico passeggero. Il cortile mi riaccoglie, mi restituisce quel me stesso che conoscono. Mi sopravvalutano, non son cattivo, ma niente di eroico e speciale. Un tizio sceso dal filobus, e nulla più.

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ἐραστής, eros e disciplina

«Plutarco specifica che a Sparta i figli ‘non erano possesso privato dei padri, ma comune dello Stato’, […] che quando compivano sette anni li toglieva alla famiglia. Era quella infatti l’età in cui cominciava la prima tappa della loro agogé. […] Con il progredire dell’età l’addestramento diventava più duro: rasati a zero, si abituavano a camminare scalzi e a giocare nudi, sotto la sorveglianza di quello che sembra il più intelligente e risoluto, scelto tra i cosiddetti Eirenes, che avevano compiuto i vent’anni ma non avevano ancora raggiunto i trenta» (pag. 45)

Credo che il modello di educazione spartano sia presente nell’immaginario di tutti, e inevitabilmente contiguo al mondo militare. Ha anche un suo fascino. Peraltro quel modello educativo incentrato sulla severa disciplina non era rivolto alle classi subalterne ma al ceto sociale più alto. Accade anche oggi, a ben pensarci, quando l’alta borghesia ritiene opportuno affidare i propri figlioli a qualche collegio svizzero. Non so se sono svizzeri quei collegi, ma forse sì, magari non lontani dalle banche dove i genitori tengono le palanche al sicuro. Tornando a Sparta, è chiaro come ogni aristocrazia da sempre si pone il problema della formazione dei propri giovani. Tanto più un’aristocrazia guerriera.

Ma non poco interessante è l’intreccio, la correlazione, fra educazione (fisica ma insieme morale e culturale) e relazione erotica. I greci, e gli spartani in sommo grado, consideravano la relazione sessuale fra maschi con grande favore. Non uso il termine “omosessuale” perché lo trovo di uso medico (la penso come Foucault, ma non mi dilungo). La relazione erotica era ben considerata se componente di un processo formativo di qualità.

«Al compimento dei dodici anni, l’ agogé prevedeva che i ragazzi (paides) cominciassero a frequentare degli amanti (erastai), che erano, come dice Plutarco, dei giovani stimati, e stabilissero con loro dei rapporti al tempo stesso pedagogici e amorosi.» (pag. 46)

Concetto fondamentale, più volte ribadito nel testo, è il controllo sociale continuo di ogni aspetto dell’educazione e del vivere nel suo complesso. All’epoca nostra ha grande rilievo il concetto di “vita privata”, presso gli antichi greci no, e a Sparta meno che mai.

Qui mi son soffermato solo un tema del bel libro divulgativo di Eva Cantarella, che abbraccia tutta la questione, mai risolta, del dualismo fra le due potenti città. Diverse? Sì, diverse, ma meno diverse di quanto il mito, il diffuso sentimento, nei secoli, ha voluto delinearle. Un po’ due Coppi e Bartali storiche, nell’immaginario collettivo.
Ognuno tifa il suo campione. Ma per capirci di più sul serio, questo libro va benissimo. Pazienza i termini greci resi coi caratteri latini, ma noi che abbiamo fatto il classico siamo un poco snob, si sa.

Eva Cantarella
Sparta e Atene
Autoritarismo e democrazia
Einaudi, 2021
pp. 190

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piccola rude pentatonica

breve scabra segnalazione dell’essere in vita

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alternanza circolare

Cielo terso dopo le piogge di ieri. Due volte l’autobus che gira attorno al quartiere passa su un ponte. Il canale è gonfio d’acqua che scorre ancora ripida. Tutte le vite, anche la mia, son fenomeni intrisi d’acqua. Asciutto e umido. Tutto è dialettica fra questi due accadimenti. Penso sia antichissima, molto antecedente il nostro sentirci nel mondo, questa sensazione di feconda alternanza. Ogni respiro è alternato e correlato al fluire pulsante del sangue, che cattura l’ossigeno nei polmoni e lo porta ad ogni cellula. Tutto è alternanza. L’oggi non è il domani, ma senza l’alternanza nulla è. Certo, un amore, una passione, un sentimento li sentiamo come costanti. Ma la costanza nella vita è la percezione di un ritmo. Vivere è un evento che senti ma non puoi afferrare fino in fondo, ha il mistero di un buon vecchio, circolare, blues.

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