aria sottile e pura

Una bella poesia di Lucia P., intrisa di freschezza e slancio, ricca di vitalità

Come una rivelazione improvvisa

al passante che aveva altro per la testa

un fiore azzurro spalancato tra l’erba

come un suono, un fischio, un canto
un’illuminazione quasi accecante

appena usciti dal buio.
Come entrare nell’irrealtà

e respirarne l’aria
sottile e pura. Vivi!

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noi ultimi umani

Ha varcato il mare, l’esercito del Re, distruttore di città,
è passato sulla sponda opposta e vicina, superando lo stretto di Elle Atamantide
su un ponte di zattere saldate con funi di lino,
calcando sul collo del mare un giogo di sentieri chiodati.

(Eschilo, I Persiani, ediz. Marsilio, pag. 44, versione di Angelo Tonelli)

Il celebre ponte di barche utilizzato da Serse, nei versi eterni di Eschilo. Credo che nel concetto di «ponte» si addensino numerose e contradditorie riflessioni. Nel ponte c’è sempre l’osare umano, lo slancio ad unire ma anche a sottomettere. Del resto la potenza millenaria di Roma fu possibile grazie alla capacità d’esser pontefici, costruttori di ponti. Ma saltare, superare, accorciare, annullare un confine naturale nel nome d’antropica potenza contiene in sè anche una qualche dismisura. Noi ultimi umani, in questo tardo crepuscolo avviluppato nella tecnica ci siamo abituati a varcare fiumi,  a oltrepassare rapidi valli e montagne. Il risultato è un mondo fragile e piccolo. Certo si campa a lungo (se nati dalla parte ricca dell’ingiustizia), ma si campa lontani da ogni respiro del sacro.

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breve digressione sull’incertezza

 

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settembre (e tanti anni passati)

Visto che è il primo settembre, un bel ricordo musicale di gioventù, rievocato alla buona, fra amici.

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l’astuzia crudele del capo

Un dannato bisogno d’avere un nemico è il tratto distintivo di chi non sa governare davvero la complessità dei problemi; occorre il nemico: il gregge impaurito, se fugge, segue il capo, senza discuterlo.

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hybris e cemento

Ci sono passato in macchina non poche volte. Specie verso l’altra Liguria, quella di là, a Ponente. Già il dedalo sospeso d’autostrade su Genova l’ho sempre affrontato controvoglia. Poi viaggiare in alto, sopra i palazzi già alti fin troppo, sempre m’ha suscitato sottile sgomento. Come la consapevolezza d’una moderna hybris fatta di cemento armato. Certo andare più in fretta, di qua e di là, uomini e merci, pare indispensabile per non rimanere indietro, per non tornare poveri. Non giudico, non è il caso, non mi garba lo sciacallo mediatico. Ma il sottile sgomento, il senso dell’hybris, rimane.

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cinema, che non ci sono più

Riporto alcune parti d’un bel racconto di viaggio dell’amico Marco Cecconi. Un viaggio fra le vie di Milano, una recherche dove il piano del presente scorre sul piano d’un passato. Un passato non da gita turistica, nessuna vestigia resa nobile da quel connubio un po’ ruffiano fra turismo e cultura. Le tracce, il viaggio «estremo» (così lo definisce, e vallo a capire l’inconscio degli scrittori) è la perlustrazione dei luoghi dove s’affacciavano i cinema, nel crepuscolo degli anni ’80, dove solo l’hard consentiva una stentata sopravvivenza.
Lo stile, l’introspezione mai banale, il garbo disinvolto della scrittura, ci regalano una lettura da non perdere.

«… alla fine l’hai fatto, almeno in parte, quel viaggio estremo che avevi immaginato qualche tempo fa, dopo esserti trovato fra le mani un quotidiano del 1981 con la pagina dei cinema di Milano ed esserti stupito di quante sale ci fossero ancora all’epoca, malgrado tante avessero già chiuso. [….] Di sale a luci rosse, sul quotidiano di allora, ne avevi contate più di una ventina. Così, con l’aiuto di una mappa di Milano, hai cercato di tracciare un percorso che collegasse il maggior numero possibile di questi cinema. Impresa non facile, perché le sale coprivano un po’ tutta la città, e tu hai deciso di restare solo due giorni a Milano, forse perché hai paura di farti assorbire troppo da quella strana idea. Hai trascritto su un taccuino due percorsi, due itinerari precisi, in due zone diverse della città, che non esaurivano certo le sale, ma potevano bastare, anche perché avresti voluto dedicare del tempo a qualcos’altro.
Sei partito con il treno alle cinque del mattino e hai iniziato il tuo percorso a Milano sotto una pioggia sottile che non ti avrebbe quasi mai abbandonato, prendendo a sinistra, dal piazzale della stazione, su via Vitruvio, dove c’è, al numero 10, il cinema Impero. Usi il presente quando pensi alla tua ricerca, perché i cinema che stai cercando, per quanto ne sai, potrebbero esserci ancora e soprattutto perché è come se vivessi nel tempo in cui i cinema c’erano e da questo tempo guardassi verso il futuro. La fisionomia della via è quella di tante strade vicino alle stazioni: fast food di vario tipo e negozi etnici, dove l’etnicità non è data tanto dai prodotti in vendita quanto dai venditori. Hai cominciato subito ad avere delle difficoltà, perché lo spazio che secondo te avrebbe potuto ospitare il cinema Impero, al numero 10, è una grande macelleria in cui è difficile trovare qualcosa di un cinema, e anche la facciata del palazzo non reca nessuna traccia, e neppure gli edifici vicini. Eppure un cinema Impero avrebbe dovuto avere un aspetto imponente – hai visto in un documentario la facciata dell’ex cinema Impero di Roma, replicata esattamente ad Asmara, dove è ancora funzionante – a meno che l’edificio non sia stato distrutto, ma gli edifici della via sembrano tutti edifici d’epoca. Ti sei domandato: perché non chiedere? Perché non interrogare qualcuno che magari si ricorda? Sarebbe interessante, anche se hai l’impressione che la maggior parte delle persone che hai intorno, per età e provenienza, non abbiano la minima idea di quello che cerchi. Ma non è questo che ti ha fermato, piuttosto la tua consueta ritrosia ad esporti, la paura che la tua ricerca possa apparire eccentrica, e tu, come è noto, non vuoi passare per un eccentrico. […]

Via Plinio, continuazione di via Vitruvio, appare più tranquilla, meno animata, si percepisce meglio la relativa agiatezza di coloro che abitano, o abitavano, la zona Buenos Aires, e ancor più quando, attraverso via Stradella, arrivi in via Sansovino, dove al numero 3 c’è il cinema Atlas, che scopri essere diventato il ristorante Atlasfoyer, cucina creativa tra arredi vintage, come recita Google. Anche qui, da quello che puoi vedere, nessuna traccia di cinema, ma nel nome qualcosa è conservato. Torni indietro, ti perdi un po’, poi trovi via San Gregorio, dove ci sono ben due sale: il Modena al 3 e il Marconi al 16, oggi a quanto pare un centro medico e un’agenzia immobiliare. […]

Prendi la metro, scendi a Inganni e ti avvii per l’omonima via in direzione Giambellino, per iniziare il secondo percorso. Sequenza monotona di dignitose case popolari lungo una strada molto larga, che interrompi fermandoti a prendere un caffè in un bar all’incrocio con via Lorenteggio, un bar che sa di periferia pur nel suo totale anonimato. Poco dopo c’è piazza Tirana – nome che qui ha qualcosa di esotico, tra avventure imperiali e socialismo reale – una rotatoria più che una piazza, e ti ritrovi in via Giambellino, dove appaiono subito sulla sinistra case popolari malridotte. Su un lato di una di queste case, in alto, ben visibile, una scritta-murales: “Difendi il tuo quartiere da abbandono, razzisti e speculatori”. Sulla destra dovresti trovare quasi subito, al 153, il cinema Cittanova, e hai quasi un tuffo al cuore quando vedi un basso edificio rosso che ha ancora chiare le sembianze di un cinema. C’è una pensilina con tanto d’insegna – cinema Pussycat, quindi il cinema deve aver cambiato nome – e più in alto una bandiera tricolore sdrucita, i consueti graffiti sui muri, una locandina strappata nelle bacheche dove erano affissi i manifesti, la porta a vetri sudicia con la maniglia rattoppata dove sono ancora attaccati dei fogli con scritto: “locale con aria condizionata”, “aperto”, gli orari e anche i prezzi scritti con il pennarello. Cerchi una posizione da dove fotografare questa meraviglia, quando vedi la porta che si apre e un uomo che esce, e così ti rendi conto di colpo che il cinema non è morto e che quei fogli sulla vetrata non sono residui di anni passati. Allora non puoi fare a meno di entrare, e nell’atrio ti accolgono due vecchi proiettori a cui visibilmente mancano delle parti, ma non pensi che siano lì per fare museo: forse davano fastidio nella cabina di proiezione e non si sapeva dove portarli. La cassa è sulla destra, minuscola come si conviene, non c’è una cassiera ruvida e tabagista ma un giovane piuttosto gentile. Scostando un pesante tendaggio odoroso si entra in una sala lunga, più grande di quanto avresti potuto pensare, e lo schermo è naturalmente poco luminoso, perché quasi sicuramente ci sarà un proiettore di dvd che faticherà a fare il suo lavoro. C’è anche più gente di quanto immaginavi sparsa nella sala, e quando cominci ad adattarti all’oscurità vedi solo teste bianche e grigie. Qualcuno parla a voce alta, si fuma liberamente, in fondo alla sala c’è qualche traffico, un via vai verso i cessi. Ti siedi con circospezione giusto per non stare in piedi, sperando in una poltrona non troppo tossica, ma ti senti a disagio, per cui ti rialzi e cammini un po’ per la sala. Ti sembra che l’esperienza sia ormai esaurita, che hai avuto anche più di quello che potevi sperare: hai vissuto in uno scarto temporale che forse cercavi ma non potevi prevedere che si realizzasse in questo modo, perché all’inizio hai creduto di vedere una vestigia, e poi il presente ha fatto irruzione, pur mantenendo i segni della vestigia, dalla sala d’ingresso alle poltrone, allo schermo opaco, fino agli stessi spettatori. Insomma, fai parte di una vestigia e in fondo anche tu lo sei. Ma hai paura di essere assorbito dalla vestigia e resti in piedi nella sala, estraneo al film che si svolge sullo schermo come fosse un rumore di fondo, estraneo agli altri spettatori che comunque sono simili a te, se non altro per ragioni anagrafiche, anche se non stanno facendo nessun viaggio estremo e vivono una quotidianità un po’ annoiata. A un certo punto esci, come usciranno prima o poi gli altri spettatori che non hanno nessun viaggio da continuare.»

Un viaggio che scava come su un doppio fondo temporale. I vecchi cinema anni ’80 non ci sono più, e già allora era un tramonto, una decadenza, l’ultimo respiro legato ad un hard su pellicola anch’esso in declino. In affetti anche qui vicino un vecchio glorioso cinema è stato soppiantato da un grosso venditore di saponette, ma qui è provincia, fa più decadenza se scrivi di Milano.

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