viene per questo

Non sono nemico dei regali. Ma l’unico vero dono siamo noi stessi, il nostro esserci. Esser vicini quando è importante. Un regalo se serve a pagare il nostro non esserci, non è un regalo ma solo la nostra maldestra pezza sul buco. Per le feste le solitudini si fanno crudeli, ma possiamo anche esser grandi, almeno proviamoci. Il piccolo figlio del falegname viene per questo.

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phóbos dei nostri tempi

Non temo affatto la morte. Quel che la mia personalità naturalmente anarchica teme, con cupa phóbos (questo dannato wordpress non mi prende il greco), è la burocrazia. Del resto la burocrazia forse teme la mia morte, perché renderebbe vane le sue minacce. Sono un po’ incasinato, ma la vita è bella lo stesso, anche se, da vivi, siamo sostanzialmente corpi in ostaggio del potere.

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contro la prudenza

A volte definiamo «prudenza» la nostra paura. Così che l’angoscia si cheta, ma solo in apparenza, semplicemente si mimetizza nel buio, ma è lì, minacciosa e pronta a balzar fuori. Quel briciolo di coraggio ci vuole, senza quella dose minima d’ardimento, si stà fermi, paralizzati. E la chiamiamo prudenza. No, è solo il modo sbagliato d’esser uomini. Inferiori perfino agli animali, che vivono intensamente la loro paura e la loro gioia, che sanno inebriarsi d’ogni folata di vento vivo. D’accordo evitare i comportamenti scriteriati, ma senza barattare la viltà per prudenza. Troppo bella la vita, per paralizzarla con l’angoscia.
Fuori sta piovendo forte, eppure questa pioggia è buona cosa, forse spazza via la prudenza.
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ciclicità

L’uomo è polvere e polvere ritornerà. Ma fra le due polveri che gran casino.

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comunicazzione di servizzio

causa obsolescenza dell’hardware e del sistema operativo ho difficoltà con la piattaforma wordpress; quindi il mio già rapsodico e inutile scribacchiare avrà un rallentamento; comunque, si scrive già troppo in questo mondo

anche il blogger è obsolescente, ma questo si sapeva già

 

 

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cautela

Pensarsi il meno possibile. La coscienza del sé è un giocattolo pericoloso.

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allora senti la giostra che gira

«Se si puo’ scegliere il luogo in cui stare, qua o là, dobbiamo invece sempre vivere nell’ora e non nel prima o nel poi. Dal tempo non è possibile uscire se non cessando di vivere. Vita significa esattamente tempo vissuto, tempo consapevole di sé, tempo che scorre nel corpo, che è il corpo. […] Il tempo è soprattutto coscienza, in essa abita ed essa è; non nel senso che il tempo dipenda dalla coscienza e ne sia subordinato ma al contrario è la coscienza che è fatta di tempo. Il tempo siamo noi, quindi.» (Alberto Giovanni Biuso, «Temporalità e differenza», Leo S. Olschki Editore, Firenze 2013)


Ecco le luci della città, distendersi verso il porto, fino alle grandi braccia delle gru che non riposano mai. Quante volte, da questa finestra, ora che vien buio presto, ho guardato questo cielo. Queste luci, queste sere sulle case, sulle finestre dove abitano gioie, tristezze, amori, malattie, speranze, ripicche, tutto il rimescolarsi inutile delle umane tribolazioni. Vite che passano. Come la mia, del resto. Ma cosa vuol dire percepire se stessi? Forse son proprio i momenti che stai fermo, allora senti la giostra che gira. Ogni sera è uguale ma anche diversa. Si pensa a quel che è sempre con una goccia di nostalgia per quel che era, però se non la provi, non senti il gusto, il retrogusto un po’ amaro, del vivere.

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