il rovo [1963 d.C.]

Si giocava sulla collina dietro casa. Vecchi terrazzamenti abbandonati, in attesa d’esser fagocitati dai palazzi. Erba alta, buon odore d’erba, tracce di vecchie vigne, e tanti rovi, dilagati per l’abbandono. Le battaglie con la cerbottana, le lotte furiose fra chi assaliva e chi, da sopra, difendeva il bastione. Contrariamente a questi geriatrici duemilaepassa, c’erano allora tanti bambini, ragazzini, non era difficile creare una banda e sfidare una banda nemica. Durante una battaglia abbastanza crudele, come crudeli sono i ragazzini, cascai giù, nel grande cespuglio dei rovi. Tutto impigliato, qualche spina pungeva le gambe nude, facevo fatica ad uscirne. Sentivo la forza dei rami, la spietatezza della natura, come l’insetto preso nella tela. Avevo paura e nello stesso tempo ammiravo  il rovo, il suo profumo, sentivo d’esser cascato dentro un’avventura vera, da uomo, non era più giocare, così. La battaglia cessò per una tregua, ben prima della tregua dell’ora di merenda, e uno più grandicello mi tirò fuori. Ovviamente, dato che lui non le sentiva, senza curarsi delle spine che mi rigavano le gambe magre. A casa, una bella sgridata per la maglia lacera, il bruciore dei graffi nella vasca da bagno. Il rovo però, spaventandomi, m’era piaciuto, ma al tempo, per fortuna, non conoscevo la parola psicoanalisi.

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l’arroganza più astuta

La forma più subdola di arroganza è il vittimismo. Non c’è corporazione in Italia che non la pratichi con scientifica disonestà.

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ombre

Da un lato i tigli, un po’ da vialetto ospedaliero, dall’altro le serrande chiuse d’una stradina di periferia. I miei passi son l’unico suono, sotto i lampioni. Un’ombra alta, appare e scompare minacciosa sulla serranda gialla. Lavanderia chiusa da anni. Mi spavento, un attimo solo però. Poi quasi rido. Una luce laterale dal giardino ha balenato quell’ombra, ma è la mia ombra, la mia banalissima ombra. Quante volte ci vediamo più grandi di quel che siamo, quante volte una luce obliqua proietta le nostre angosce come giganti tanto spaventevoli quanto effimeri. Siamo sempre in agguato, verso noi stessi.

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lo squallore muto

donnesolew

donne sole, originale per il blog, adobe illustrator cs3, 2017

Ho orrore della ripetuta e nascosta violenza, consumata fra le mura domestiche, che spesso arriva alle cronache solo quando è già un crimine irrimediabile. È un orrore che si annida fra noi, magari nella strada che facciamo ogni giorno, dietro lo squallore muto dei portoni, nei silenzi delle finestre. 

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una sorta di richiamo

fruttaw

frutta, originale per il blog, adobe illustrator cs3, 2017

Le immagini non sono ciò che illustrano, sono ciò che sono, cioè una sorta di richiamo, un suono cromatico, un tracimare dell’esserci, comunque enigmatico. 

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un dopo

«… sappiamo che la sua opera ripete insistentemente la presenza di alcuni determinati oggetti (bottiglie, fiori, teiere). In questa ripetizione non si tratta solo di oggetti che, come spettri insonni, ritornano, ma del segreto del tempo stesso. È questo un motivo centrale di tutta la poetica morandiana: il senso del tempo. In gioco non è qui certo il tempo della storia, né quello cronologico o matematico della scienza, ma il tempo nella sua relazione profonda con l’eterno. Tutti i suoi oggetti, infatti, appaiono fuori dal tempo, senza tempo, al di là del tempo. […] Si tratta di una dimensione melanconica fondamentale che non deve essere confusa con lo stato melanconico come stato francamente patologico.» (Massimo Recalcati, Il mistero delle cose, Feltrinelli 2016, pag. 37)

Quando cerchiamo d’afferrare una sensazione profonda, subito giochiamo la partita del tempo. La sensazione d’eternità di certi attimi è il sintomo palese che è scattato lo scarto temporale, la percezione d’aver fermato nell’attimo/eterno la giostra. Forse una nostalgia inguaribile di quella sensazione di eternità che ci offriva l’infanzia, o forse d’uno stato primordiale incosciente ancor più antico, prima di questo fastidioso «noi stessi».

Le parole, nelle parole siamo noi, ma le parole sono sempre un dopo. Un dopo elegante, se sai scrivere, ma un dopo, senza scampo.

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e questo buio che sollievo

Strimpellata rudimentale d’una vecchia canzone del Guccini. L’appenninico poeta coglie l’occasione d’un black out per alcune riflessioni e digressioni. Il medioevo come mito, come rifugio dal vivere odierno (anche se, come osserva, era tempi ben più scomodi che adesso). Del resto ricordo da bambino ero assai divertito quando andava via la luce e in casa si accendevano le candele, giudiziosamente riposte in un angolo della credenza. La luce fioca, il silenzio, le grandi ombre vibratili sul muro, il parlottare dei grandi senza il ronzio della TV, era un salto in un altro mondo. Certo che la faccenda era seria, penso ad esempio a chi ha bisogno della corrente anche per questioni di salute, ma la sensazione di strana imprevista festa allora mi catturava, complice istintivo delle novità.

Non riporto il bel testo, comunque facilmente reperibile in rete, per chi ama soffrire, c’è invece la mia strimpellata alla buona, rigorosamente live.

 

 

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