piccolo blues in cucina

Mi rimane sempre abbastanza misterioso il motivo per cui un accordo in minore evoca sentimenti così diversi da un accordo in maggiore; perfino con una vecchia Catania Carmelo del 1974 riesci a sentire questa percezione; un blues in minore molto amatoriale, qui sono in casa mia (come web ma anche di fatto, sto in cucina, una «Campiglia» di Magistretti). Meglio usare le cuffie, per limitare i danni.

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noi, noi chi?

«Il rapporto che hai con gli altri è fortemente condizionato dal rapporto che hai con te stesso»

Per caso ieri sera, sfogliando un manuale sull’autostima. Un libro inserito nel percorso formativo dei quadri d’un’azienda finanziaria. In genere sono molto scettico su quei libri che, in buona sostanza, mirano allo scopo di rendere più efficiente un dipendente (ovviamente definito come «risorsa umana», termine cannibalesco che a me fa ridere, ma questa è la moda). Però quella frase, che riporto a memoria, mi è piaciuta. In effetti noi («noi» è una parolina diabolica, tanto piena quanto vuota) siamo in rapporto con gli altri, gli altri corpi pensanti e, nel contempo, con noi stessi. Una certa quiete nel rapporto con noi stessi rende più quieto anche il rapporto con gli altri. Se non ci accettiamo siamo sospettosi ed aggressivi verso gli altri oppure, ma è sempre per lo stesso problema, siamo troppo innamorati di qualcun altro, una persona a cui ci aggrappiamo, a cui deleghiamo ogni senso, come se potesse portare lei il nostro scomodo bagaglio. Bene, è una faccenda anche abbastanza nota. Ma, e qui sorge un paradosso, se noi dobbiamo andare d’accordo con gli altri e con noi stessi, «noi» chi siamo? Già ne scrissi, noi siamo sulla soglia, né davvero dentro e neppure fuori, lontano. Non siamo che questa incertezza, elettrico crepitare d’impulsi nell’oceano delle sinapsi, un nulla immenso.

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Migranti

Migranti – Derek Walcott

propongo la lettura, non professionale certo, ma assai meritoria e sentita, dell’amico Luigi Maria Corsanico, d’una intensa poesia dedicata a questi umani così temuti, così ignorati.

 

 

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perdersi e trovarsi

«Sono alla ricerca di me stesso». Frase abusata e non poco. Suona bene, evoca pienezza esistenziale, fa supporre un’animo poetico ed errabondo, insomma piace. Io, debbo ammetterlo, non ne ho mai ben afferrato il significato. Anzitutto sottende che sia bello trovare se stessi. E se io fossi, tolte le varie maschere imposte dalle mode, dalle fugaci infatuazioni per questa o quella eterna verità, anche un po’ stronzo? Mi perdonino le signore e signorine in lettura. Il problema è: cercare se stessi, d’accordo, ma se poi, una volta trovato, o forse trovatomi (che orrore lessicale), m’accorgo che non mi piaccio? Secondo me non siamo alla ricerca di noi stessi, ma alla ricerca d’un pupazzo che ci garba, cui appiccicare il nostro nome, e lasciar che viva lui. «Sono alla ricerca di perdere me stesso», ecco la frase giusta.

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l’idea d’un altrove

Piansi, quella sera del dicembre ’91. Guardando la tv. Strano, in TV eravamo abituati da anni a vedere le peggiori disgrazie, quasi con noncuranza, preparando la cena. Piansi vedendo ammainare una bandiera. La bandiera rossa sul Cremlino, quella con la falce e il martello. Non ero affatto un ammiratore del regime, sapevo bene, dai racconti raccolti anche di persona, che non funzionava quasi nulla e che non vi regnavano affatto la giustizia e l’ugualianza. Eppure provai la sensazione dell’immenso naufragio, affondava per sempre dall’orizzonte l’idea d’un altrove. Provai commozione per i milioni di donne e uomini che per quell’idea hanno speso giovinezza, fatica, sacrificio. Avevano avuto ragione i furbi, quelli che ti dicevano «fatti i fatti tuoi che è meglio». Secondo me, anche se molte sono le frontiere dove si combatte oggi la battaglia della civiltà (ambiente, giustizia sociale, conflitto fra capitale e lavoro, fra finanza e impresa produttiva), da allora non ci siamo più ripresi. Eravamo dei bravi ragazzi, sì, ma degli ingenui. Non cambierò mai, io, ma se ti cambia il mondo attorno, un po’ di te, muore.

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fu un generale di vent’anni…

Un episodio emblematico della storia degli Stati Uniti.

https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Sand_Creek

Non sono mai stato favorevole alla «santificazione» del cantautore genovese, ma molte sue canzoni sono dei capolavori di semplicità ed efficacia. In questa la vena poetica di M. Bubola lascia una traccia inconfondibile.

La mia strimpellatina ruvidamente amatoriale non è il modo migliore per apprezzare la canzone, ma se è bella perfino così, vuol dire che è bella e basta.

Ripresa live alla prima, con canon powershot sxi is, chitarra eko e-85 originale made in Recanati, del 1982

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bei tempi andati

Bei tempi andati. Quasi tutti abbiamo dei bei tempi andati. Quasi sempre è perché ce li ricordiamo male, ma siamo fatti così. Quanti timori, angosce, incertezze, velati, coperti dal sapore denso del tempo andato. Eppure c’è del buono e del bello anche adesso, ora, in questa terra sconosciuta, estremo ciglio del presente. Saranno bei tempi andati anche questi? Speriamo, ma il tempo stringe, s’intravvedono i graffi della pellicola, e fuori dal cinema, è buio.

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