la solitudine degli altri

con la web cam, alla buona

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anche se scrivo

Non scrivo. Cioè scrivo che non scrivo. Penso che vi siano molte persone con buoni pensieri e buone intenzioni al mondo. Ma forse a causa della potenza dei mezzi di comunicazione, le meschinità e le viscide cattiverie, sembrano prevalere. Peccato, è bella questa sfera azzurra che rotola nello spazio immenso. La giovinezza, il sorriso d’una fanciulla, la carezza dolce d’un vecchio, il suono lontano d’un flauto, il vento dal bosco. C’è tanto di bello, ma anche tanto d’ingiusto ingenerato dagli umani interessi. È meglio che non scrivo, anche se scrivo che non scrivo.

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la cifra culturale

Ci hanno stupito le notizie riguardo alunni che hanno minacciato e perfino malmenato i docenti. C’è un aspetto che però nessuno ha rilevato. Se questi bulli osano maltrattare i docenti, dobbiamo ben immaginarci come trattano i compagni di classe. Temo vi siano molte situazioni di violenza e arroganza non denunciate. Perfino qualche insegnante, rendendosene conto, potrebbe esser portato a far finta di nulla, per quieto vivere, speriamo di no. L’individualismo arrogante è la cifra culturale del nostro tempo. Perfino le visioni sull’economia e sulla società, contribuiscono a talune concezioni del vivere. I bulli non sono strani, sono i frutti del nostro tempo.

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l’albero ed io

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pensieri sotto la pioggia

Se non esistessero le parole, esisterebbero i pensieri? Sarebbero più vividi e freschi, oppure più indistinti? E soprattutto noi, o meglio il nostro narrarci, esisterebbe? Quel lieve ritardo fra la pulsione e la parola che ci sgorga dalla gola, è il crinale che ci fa sentire di esserci? Ma poi, in fondo, esistiamo davvero?

La pioggia rende lucide le strade, più belle le facciate dei palazzi liberty, più cupe le facciate dei palazzi anni ’60. Ma aiuta a pensare, non so perchè, forse sono, come tutti, una creatura che viene dal mare, dalle acque, milioni d’anni fa.

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un soffio e via

I tigli del giardino sono rigogliosi, un tripudio di vita e foglie verdi. Fino a poche settimane fa erano spogli, magre dita sul cielo bianco. Fra i tigli del giardino dell’asilo arrivano i bimbi, alcuni riottosi altri entusiasti e salterini. Le mamme li accompagnano, indaffarate. Sembrano volati questi anni, da quando queste mamme venivano bimbe all’asilo accompagnate, col pupazzo preferito in mano. Ora risalgono in fretta sulle city car, qualche visetto spia dalla finestra. Trent’anni sono un soffio, e via.

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non voglio sapere

Non voglio sapere come ti chiami, sciuperebbe l’incanto. Vestita di scuro. Belle giovini forme, giovinezza che ben tollera qualche etto in sovrappiù. La dimensione fondamentale della vicenda amorosa è il «prima», l’attesa. La dimensione temporale d’ogni umano accadimento è l’intima narrazione che ci accompagna. Non voglio sapere nulla di te, voglio conservare, lungo le strade consuete di questa città, il bagliore rapido del tuo sorriso. Molto insegna il grande francese narratore del tempo, ma lo sapevo già. È strano, certi attimi nel culmine dell’amore sembrano fuori dal tempo. Ma sono il frutto del tempo prima, dell’attesa, e saranno l’oggetto del tempo dopo, del ricordo. So bene che mai avrò altro che quel sorriso, da te. Ma proprio per questo non voglio sapere come ti chiami, sciuperebbe l’incanto.

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