lettera [alla buona]

strimpellata alla buona, come fosse in osteria, di mitica canzone di F.G.

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Vintage

Strada della prima periferia. Coppie di giovani negli anni 60, ormai invecchiate, così come i palazzi. La città una volta finiva qui, oggi pensi d’esser quasi in centro. Il fascino sottile d’un posto normale, non è la falsa bomboniera del centro storico, ad uso dei turisti. A fianco del bar il negozio di vestiti. Vestiti e pigiami, grembiuloni adatti alla stazza delle signore in età, quelle vere che scendono in strada anche in ciabatte, non le falsogiovani restaurate, ricucite, stuccate che vogliono essere ancora strafighe dell’estate. I due anziani negozianti aprono con calma, probabilmente il negozio è anche un passatempo, basterebbe la pensione per campare. A volte bisticciano un po’, ma è per esser vivi, lacerando i lunghi silenzi all’ombra dei vestiti fuori moda. Sì molte robe son fuori moda, vago cromatismo anni ’50. Mia nonna portava ampi grembiuli d’estate e forse, da come faceva presto a far la pipì, non portava le mutande, mai osato chiederlo, rimarrà un mistero mai acclarato. Nella vetrina, sui capi appesi a strati, un cartone con scritto a mano «Vintage». Non credo sappiano cosa vuol dire, forse qualche entusiasta acquirente d’un vestito taglia 56, magari una che legge, ha detto loro «che belli questi abiti vintage!». Avranno pensato, deve essere una marca francese, ce lo scriviamo, dai. Il vecchio cane si sdraia sulla soglia, e dorme beato. La periferia continua la sua vita, niente è più rilassante che un mattino d’estate in città.

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10 luglio 1956

Un corpo giovane giovane. Una minuta donna di vent’anni. Una sera d’estate in una città dove spesso incontravi lo scheletro d’un palazzo squassato dalle bombe. Un gelato, una piccola concessione alle ristrettezze del dopoguerra. Un gelato bagliore aurorale della gioia degli anni ’60. Appena finito il gelato, improvvisi dolori al ventre. Ma era troppo presto, maledettamente presto. Un forse padre nervoso fuori a fumare. «Guardi, stia tranquillo, ma non son neanche sette mesi, è un probabile aborto, ma non c’è pericolo per sua moglie». Silenzio, e poi si sente un pianto disperato, piccolino e arrabbiatissimo, inizia la sua avventura. 10 luglio 1956.

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La pianta malata.

L’Italia sta diventando un paese di vecchi. I cortili sono vuoti, non ci gioca più nessuno. Perfino alle sagre paesane i banchetti che vendono giocattoli sono sempre meno, del resto a quali bimbi li puoi donare? Si cercano affannosamente badanti, molto meno baby sitter. Poche donne in età feconda hanno un lavoro sicuro e strutture adeguate per non vivere l’arrivo d’un figlio come un guaio. I vecchi hanno, ovviamente, sempre più peso elettorale e i giovani rimasti, nell’incerta terra di nessuno, sfogano la rabbia verso i falsi colpevoli che le prezzolate voci sul web sanno evocare. Ormai la pianta Italia è troppo malata, morirà e ci vorranno secoli perché ricresca.

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Le parole stravolte

Se rifletto su questi tempi brutti e volgari, trovo utile, fresco, liberatorio, accedere a questi bei versi di Bertolt Brecht.
E grazie a Maria José che li propone.

Un tempo volgare dove anche la parola migliore è ritorta come fosse una brutta parola. La bontà diventa con disprezzo «buonismo», e così ogni pensiero alto vien disprezzato come «pensiero chic da salotto»

I versi del grande Brecht, ci stanno tutti

«Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili»

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negli occhi

Negli occhi umani, anche se litografici, c’è qualcosa di terribile: l’inevitabile avviso della coscienza, il grido clandestino dell’esistenza.

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Ediz. Feltrinelli, Trduz. A.Tabucchi, pag. 122)

Eppure io penso che gli occhi sono terribili proprio quando sono immoti, gelidi, vuoti, come quelli enigmatici d’una bambola. Certo il grande portoghese scandaglia in profondità, quindi ha le sue buone ragioni di quel che scrive. Però gli occhi quando sono espressivi, se li incroci, anche nel silenzio, ti coinvolgono, allacciano in profondità. Certo, lo sguardo è un gioco forte, non va sprecato, non va venduto.

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piccolo caldo blues in G

l’indolente cadenza del blues è adatta al caldo (c’è pure il ronzìo del ventilatore, ma si sa, un bluesmen non è mai un perfezionista)

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