Troppo facile [sulla propaganda oggi]

Nell’era della propaganda facile, il raglio d’un somaro sembra il ruggito d’una tigre.

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forse la bellezza

Forse è innervata nel profondo della storia evolutiva. Ma anche è incardinata allo stratificarsi inconsapevole di forme culturali. Quel che è sicuro è che abbiamo bisogno di bellezza. Forse la parola «bellezza» è riduttiva rispetto all’ampio orizzonte della sensazione cui si riferisce. O forse è un trompe-l’oeil della nostra mente, che vede orizzonti affascinanti veri, ma solo per noi, frutto d’innata mitopoiesi. Comunque la bellezza è un’esigenza primaria, quanto il bere o il respirare.

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sull’acqua e sulla bellezza [Iosif B.]

L’acqua e la bellezza, nonché le sensazioni (tanto primordiali quanto culturali) del rapporto con essa, sono il tema fondamentale di questo libro. Ovviamente il crogiolo di queste sensazioni è Venezia, la Venezia invernale tanto amata da Iosif Brodskij.
Il prezioso libretto fa per titolo «Fondamenta degli Incurabili». L’ho avuto in regalo dall’amico e fine lettore Franco Vesigna. La curiosità era nata per il resoconto d’un colloquio fra l’autore, insieme a S. Sontag, con la vedova di Ezra Pound, a Venezia. L’episodio è riportato, ma nel testo c’è ben altro, molto altro.

Ricorre nel libro un’attenzione al passato più lontano, il riferimento costante all’evoluzione biologica, sì che riesce a sondare in modo originale e fecondo il rapporto con la visione della bellezza. Davvero interessante.

«L’occhio è il più autonomo dei nostri organi. Lo è perché gli oggetti della sua attenzione si trovano inevitabilmente all’esterno. […] L’occhio continua a registrare la realtà anche quando non non vi è ragione apparente per farlo, e in tutte le circostanze. Ci si domanda perché, e la risposta è: perché l’ambiente è ostile. La vista è strumento di adattamento a un ambiente che rimane ostile anche quando si è arrivati al massimo gradi di adattamento. […] In breve, l’occhio è sempre in cerca di sicurezza. Questo spiega la predilezione dell’occhio per l’arte in generale, e per l’arte veneziana in particolare. Questo spiega l’appetito dell’occhio per la bellezza. Perché la bellezza è sollievo, dal momento che la bellezza è innocua, è sicura. Non minaccia di ucciderti, non ti fa soffrire. Una statua di Apollo non morde, né morderà un cagnolino del Carpaccio.» (pag. 87)

L’acqua e la musica sono, nell’umano profondo sentire, assai apparentate. L’acqua è movimento, è un fremere inquieto. Lo è anche la musica, ed insieme sono accomunate in questo brano dove Venezia, l’acqua e la musica sono unitaria e onirica suggestione.

«Fa pensare davvero alla carta da musica, ai fogli di una musica eseguita in continuazione: le partiture si avvicendano come ondate di marea, le barre del pentagramma sono i canali con gli innumerevoli “legati” dei ponti, delle lunghe finestre o dei curvi fastigi delle chiese di Codussi, per non parlare dei violini che hanno prestato il manico alle onde. Sì tutta la città assomiglia a un’immensa orchestra, specialmente di notte, con i leggii appena illuminati dei palazzi, con un coro instancabile di onde, col falsetto di una stella nel cielo invernale.» (pag. 80)

Tema centrale è dunque il rapporto fra lo sguardo e la bellezza, così densa nella città sull’acqua.

L’acquaticità è anche un immaginario dove forme di vita marina si intrecciano con la visione, in specie notturna, della vita della città. Un intreccio sensuale e onirico/ironico.

«Goethe chiamò questo posto una «repubblica di castori», ma forse Montesquieu andò più vicino al segno col suo perentorio “un endroit où il devrait n’y avoir que des poissins”. E infatti, di tanto in tanto, dall’altra parte di un canale, due o tre grandi finestre ad arco ben illuminate, schermate a metà da organdis o tulle, rivelano un lampadario simile a un polipo, la pinna laccata di un pianoforte a coda, doviziose scaglie di bronzo intorno a quadri fulvi o rubescenti, la lisca dorata delle luci sul soffitto; e allora hai la sensazione di guardare dentro un pesce attraverso le sue squame, ed è un pesce, che dà una festa.» (pag. 85)

A mio avviso la vera potenza di questo piccolo ma prezioso libretto è proprio il senso del biologico, il biòs che dall’acqua proviene, dai tempi remotissimi dell’evoluzione. Ed è davvero delizioso, nel leggere, trovare il trait-d’union fra le raffigurazioni artistiche e l’ancestrale biologico. E il rapporto di tutto questo con l’umano è tratteggiato con astuta intelligenza.

«Nell’insieme, tutte queste creature da incubo – draghi, grifoni, basilischi, sfingi con petto muliebre, leoni alati, cerberi, minotauri, centauri, chimere – che ci vengono dalla mitologia (la quale avrebbe pieno diritto al titolo di surrealismo classico) sono autoritratti dell’uomo, nel senso che denotano la memoria genetica della sua evoluzione. Non stupisce che abbondino qui, in questa città scaturita dall’acqua.»
(pag. 68)

Non mancano notazioni politiche, di costume, considerazioni sulla propria anima di «fuori luogo», ma qui, non c’è posto per tutto, e ci fermiamo per non tediar chi legge.

Iosif Brodskij
Fondamenta degli incurabili
Adelphi, prima ediz. 1991
pp. 110
Traduzione Gilberto Forti

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ricerca e fuga

Quando ero giovane era di moda affermare, con posa pensosa e sguardo all’orizzonte: «vado alla ricerca di me stesso». In realtà ogni forma di svago, sollievo, sollazzo, inattesa leggerezza è frutto del fuggire se stessi, evitando ogni specchio troppo sincero.

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farewellallabuona

ripresa audio video con imac del 2008, buona (si fa per dire) alla prima

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la prima volta, a Livorno

Non ricordo nulla del viaggio a Livorno. Solo la strada di case basse ai lati, forse travertino del ventennio. Alle targhette, su quel portone, notai due cognomi uguali al nostro. Ero piccolo, avevo imparato a leggere prima di andare a scuola. Ricordo una stanza quasi buia, la luce fra le persiane socchiuse. Era la prima volta che vedevo un morto, a volte penso come allora non vi fosse tutta l’odierna cautela per non impressionare i bambini. Un bambino all’epoca, come nota un mio amico di rara intelligenza, bastava che stesse bravo. Stare bravo era tutto quel che serviva. Comunque lo vidi, adagiato sul letto, un letto alto, come usava allora. Non provai nulla di particolare al pensiero che fosse morto. Ero un bambino e lui un uomo anziano, all’epoca percepivo una distanza infinita, da bambini manca la nozione del tempo, sembra eterna quella vita infantile. Notai invece che era tutto ben vestito, un abito con la cravatta che, nella nostra famiglia d’operai, si indossava di rado. Notai anche un particolare: dov’erano le scarpe? Perché non erano, slacciate, ai piedi del letto. Osai, non visto, toccargli un piede, nella calza nera. Freddo e come fosse legno. Non ricordo altro, solo mio padre che, rientrando a casa disse: Diego è stato bravo. M’ero assicurato il Corrierino, la prossima domenica.

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illusi

Sotto i portici l’ombra del primo pomeriggio, il brusìo del porto, la cara amica al tavolo del bar. Un come stai abbastanza banale, non insincero ma comunque frutto di consuetudine. Ho un tumore. La frase cambia tutta l’atmosfera. Certo, tante persone che conosco ce l’hanno fatta, ed è vero. Lo dico, anche se provo imbarazzo. Lei capisce e quasi mi consola, come fossi io quello che ha un problema. Gli impegni della giornata mi consentono di scappare, dopo un abbraccio e un bacio sulle guance. Sottile senso di colpa. I portici, le vetrine, le persone che vanno verso il centro, la luce obliqua dal mare, tutto mi sembra ancor più sciatto e inutile. Ogni tanto capisci che siamo sul ciglio, illusi, appesi alla ruota dei giorni.

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