Un possibile oltre [recensione]

Ricordo la tua bocca aperta, una porta verso il mistero.
La tua intimità, da cui sono scaturito, così virginale, quasi da bambina.
E le tue mani, che immaginavo irrigidite, così morbide,
fino all’ultimo istante in cui sei stata visibile.
Ma soprattutto quello sguardo, in cui il mondo esterno,
la tua interiorità e l’invisibile si erano uniti nella beatitudine fuori dal tempo.

(pag. 133)

Questi versi, intrisi di poetica, intensa corporeità, li leggiamo sul finire del ricco volumetto di Angelo Tonelli «Sulla Morte», edito quest’anno da «La Parola Edizioni»

Tema centrale per caratterizzare la nostra vita, del resto, come ricordano tanti filosofi, pensatori, poeti. Ma ognuno di noi ci pensa. I nostri genitori sul letto di morte sono l’evento che induce a pensarci e, per alcuni, a scriverne. L’Autore ne scrive e raccoglie alcune riflessioni dal suo ormai lungo percorso umano e intellettuale.

Tonelli rimane in un equilibrio interessante fra il rifiuto d’una morte definitiva, immobile, e la riflessione su possibili percorsi che sappiano superare comunque l’attaccamento all’ego, vero motivo della difficoltà ad accettare la morte. Certamente le tradizioni più antiche, tanto in oriente come in occidente, riportano a percorsi di consapevolezza che richiedono capacità particolari, acquisite con lunghe e pazienti pratiche.

Oltrepassamenti

«Quelli che, insieme ad altri, nella tradizione tibetana vengono detti siddhi (poteri), ma che compaiono in Occidente anche nello sciamano orfico Empedocle, in Abaris, in Pitagora e in Cristo, non vanno coltivati e acquisiti per potenziare l’ego: da questo si deve ben guuardare chi si ponga sulla via della ricerca interiore. […]
Questi poteri, che è meglio definire doni, sono un segnale di un certo livello di superamento della condizione ordinaria della vita, che lungi dall’esaltare l’ego consente di vedere l’esistenza come un campo infinitamente più ricco di possibilità, e dunque apre un varco alla sperimentazione di vie nuove, nella ferma consapevolezza dell’umiltà necessaria per raggiungere l’illuminazione.»
(pag. 99)

In definitiva, fra le righe, nel testo di Tonelli vedo anche una risposta semplice: consapevolezza. Consapevolezza per poter accettare ciò che è e altrimenti non puo’ essere.

La morte è ritorno

Accettare, consapevolmente, d’essere la goccia che torna all’oceano è la risposta giusta. Certo l’Autore inserisce questa consapevolezza in un contesto particolare, intriso delle fonti sapienziali alle quali spesso fa riferimento. Ovviamente l’influenza di G. Colli c’è tutta.

«La morte è ritorno allo sfondo metaspaziotemporale dello sguardo divino, per riprendere il mito orfeodionisiaco dello specchio (Dioniso che si guarda nello specchio e vede il mondo). O, per dire con altra diffusa metafora, la morte è attraversamento dello specchio, lacerazion edel velo di Maya, riassorbimento nel vuoto-luce: la disgregazione-putrefazione della materia corporea, che è fatta di vuoto-luce, simboleggia il passaggio dal visibile corporeo all’invisibile aorgico.
La goccia ritorna l’oceano che è sempre stata. Ma consapevolmente.» (pag. 81)

Osservando una pietra nel greto del fiume, l’Autore riflette sull’ inter-essenza cui fa riferimento l’insegnamento del Buddha. Un senso di unità cosmica a mio avviso anche confermato dalla conoscenza della natura unitaria dell’universo, della materia e dell’energia.

«Guardo e tocco una pietra sul greto del fiume […] Stando al Buddha, non esistono sostanze individuali, bensì tutto inter-è.
Anche io e la pietra condividiamo una interessenza: ma se la foglia con tutta evidenza inter-è con l’albero di cui fa parte, con la luce del sole e la pioggia che la nutrono, con l’aria et cetera, quale inter-essenza condividiamo io e la pietra? Sicuramente la materia-energia-informazione di base da cui siamo scaturiti è la stessa, agglutinata, in organismi e forme diverse a seconda delle informazioni che la hanno palsmata e mi hanno plasmato. Siamo manifestazioni di un unico continuum indivisibile di base, materia e spirituale (o informativo) al tempo stesso.» (pag. 74)

Guardare negli occhi la Gorgone

Sono d’accordo con Tonelli sull’atteggiamento da prendere guardando la morte. Non serve, è inutile, tentare di non vederla, sfuggire alla sua presenza, non pensarci. È solo un modo per accrescere l’angoscia. Guardarla è un modo per non farsi sopraffare da lei, e questo non in senso metaforico, ma proprio nella reale visione della morte e delle sue concrete evidenze. Nessun gusto del macabro, ma un sereno coraggio, direi.

«Entrare nel pensiero della morte significa misurarsi con la paura: a nessun vivente, se non quando sia lacerato da sofferenze atroci, piace sparire dalla faccia della Terra, perdere il proprio continuum somatopsichico. Ma tutti dobbiamo farlo. […]
Occorre guardarla questa paura, senza timore di essere paralizzati dal terrore della visione, con guardo accogliente e consapevole. E contemplare compassionevolmente malati e cadaveri, abituarsi all’altro volto della vita, mordere la tigre, entrare nell’incubo, reggere l’incubo. È un modo per addestrare il testimone interiore, il luogo sempre pacificato della mente-cuore che tutto contempla senza giudicare e senza lasciarsi travolgere dall’emozione, anche la più terribile;» (pag. 59)

Un tema collaterale, ma certamente interessante, è ragionare sul fatto che la vita si basa sulla morte. E per noi umani è evidente come, quando mangiamo, usiamo la morte di altri esseri viventi. Con una certa originalità rispetto alle odierne (rispettabili) tendenze vegane, l’Autore osserva come anche le piante sono esseri viventi che uccidiamo per farne cibo o altro a nostro comodo. Come dire: la vita si nutre sempre della morte.

«La vita si fonda sulla morte: l’organismo umano e animale sopravvive grazie all’uccisione diretta o indiretta di organismi esterni e la loro trasformazione in energia a proprio uso. […] Sopravvivere è uccidere e la vita si fonda sulla morte. Il vegetarianismo è segno di una certa bontà, ma si fonda sul fatto che la pianta non esterna dolore come l’animale e ferisce meno la sensibilità di chi la divora: c’è una violenza diretta e indiretta ineludibile alla base della vita. Homo necans et necatus. (pag. 50)

Le lamine d’oro orfiche.

L’Autore non manca in questo libro sulla morte l’occasione, da stimato e apprezzato grecista, per un omaggio a Giorgio Colli. L’occasione è nel riportare il testo di alcune laminette d’oro che venivano poste nel sepolcro degli iniziati all’Orfismo. Queste laminette portavano dei versi di istruzioni per il trapassato, perchè ben si orientasse nel mondo dei morti. Colli ne è il traduttore. È molto chiaro il senso di una beatitudine raggiunta sfuggendo all’affanno e al peso della vita mortale.

«Volai via dal cerchio che dà affanno e pesante dolore,
e salii a raggiungere l’anelata corona con i piedi veloci,
poi m’immersi nel grembo della Signora,
regina di sottoterra,
e discesi dall’anelata corona con i piedi veloci,
“Felice e beatissimo, sarai dio anziché mortale”.
Agnello caddi nel latte.
(Laminetta trovata a Turi, I, trad. G. Colli)
» (pag. 35)

L’espressione “Agnello caddi nel latte” significa un ritorno al grembo primordiale, alla vita tutta di cui il singolo non è che una piccola variazione.

Approccio sapienziale e Potere

Per quanto il testo, raccolta di riflessioni diverse per datazione e per scopo, non lo indichi in modo sistematico, l’approccio sapienziale alla vita è lo scopo delle suggestive tracce che il Tonelli lascia nel testo. Un approccio sapienziale alla morte che è anche approccio libero e radicalmente ribelle alle forme del Potere (scritto con la P maiuscola, si noti.)

«E tale obliterazione, rimozione e repressione mediatica (televisiva, giornalisitca, editoriale) dell’approccio sapienziale alla vita e dunque alla morte è favorita dai meccanismi archetipici e automatici del Potere, che ha bisogno di umani impauriti e inconsapevoli della propria sacralità interiore, e della propria immortalità nel profondo, perchè chi si sente fragile e ha paura di morire o di essere povero (che è inconsciamente avvertita come precondizione del morire) non avendo acquisito una centratura del Sé capace di dargli la forza necessaria per superare ogni paura, è più facilmente ricattabile e addomesticabile come suddito della buro-plutocrazia globalista dominante. Chi è consapevole della propria immortalità profonda non è schiavo di nessuno e puo’ ribellarsi a tutto, perché non ha paura di nulla.» (pag. 28)

Come dire, per affrontare nel modo giusto il problema della morte, dobbiamo saper valorizzare le nostre più profonde consapevolezze. La morte non ci annienta, la morte ci valorizza, se sappiamo inserirla in un pensiero di qualità. Ci proveremo, una mano ce la dà anche Tonelli, con le sue originali, colte, eppur così sincere, pagine.

Angelo Tonelli
Sulla Morte
Sottotitolo Considerazioni su un possibile Oltre
Edizioni La Parola, 2017
pp. 150

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , | Lascia un commento

“angina pectoris”

dal Cile, un video intenso di Luigi Maria Corsanico

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato | 2 commenti

il vero ricordare

Nella vita i buoni libri non li devi ricordare. Se li hai assorbiti, sono parte di te, senza più sforzo. La vera memoria è ciò che ti ha cambiato.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , | Lascia un commento

ciao Pablo

Pablo è partito per l’ultimo viaggio, ripropongo un video dove l’amico Graziano parla di lui e della loro amicizia

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

“aspettami ed io tornerò”

Mi piace dare spazio ad una lettura di Luigi Maria Corsanico. Sul canale youtube c’è anche il testo trascritto.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , | 1 commento

odori e sentimenti

Breve riflessione sugli odori e sulla natura degli umani sentimenti

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

incontrare una musica, il dove e il come

«In un corridoio del métro, non ricordo dove, un uomo sulla quarantina, forse iraniano, accovacciato per terra, sta suonando il santour. Il suono dei suoi arpeggi mi giunge all’orecchio ancor prima di vederlo, rimbalzando sulle volte dei sotterranei, ed è qui che si produce la fascinazione: arrivato alla fonte del suono, non posso fare altro che continuare ad ascoltare, appoggiato alla parete di fronte. Accanto a me, assecondando il ritmo con un certo distacco, c’è un giovane che probabilmente è un connazionale del musicista, e forse musicista egli stesso, mentre un ragazzo biondo, con la coda, completamente assorto, sta vicinissimo al suonatore. Nel corridoio del métro c’è il consueto flusso delle ore di punta, la gente passa veloce fra me e la fonte della musica, quando ci sono ondate più grosse bisogna appiattirsi sulla parete per non essere urtati. Qualcuno getta un’occhiata, solo pochi rallentano. Diventa quasi una prova di resistenza restare, eppure, mentre tutto sembra far pensare al contrario, ho la sensazione che questa musica sia fatta apposta per essere suonata qui, in questa situazione, e che questo spazio sia lo spazio ideale in cui essa possa dispiegarsi, che questo tempo, sottratto alla corsa verso i treni, sia il tempo giusto della sua fruizione, ritagliato nel continuum dell’andamento musicale a ripresa, come il flusso delle persone che sembra esaurirsi per riprendere immediatamente. O forse tutta la musica, qualsiasi tipo di musica che valga la pena di ascoltare, deve essere ascoltata in luoghi e tempi impropri che come tali non devono essere definiti prima, per emergere improvvisa e imprevista proprio come non pensiamo che possa prodursi. […] Forse, quando si parla d’improvvisazione radicale, bisognerà riferirsi più alle condizioni dell’ascolto, che non al modo di produrre la musica.»
(Marco Cecconi, Verso il cuore eccentrico, nomansland 2014, pp. 22-24)

Come sempre il mio amico Marco C. sa afferrare quel nodo volatile e provvisorio fra esperienza oggettiva e soggettiva. Di sicuro la musica sta sempre al confine, nasce fuori di noi e fiorisce dentro di noi. E il luogo, il tempo, lo stato d’animo divengano tutt’uno con l’accadimento «musica».

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento