libertà a fette

Uno sguardo alla spesa di chi ti precede alla cassa è rilassante. Vedi un dettaglio d’altre vite. Ma non di questo intendo discorrere, me lo riservo per altra occasione. Piuttosto vorrei soffermarmi sull’etichetta di un prosciutto confezionato. Sulla grafica richiamante verdi vallate e ubertose contrade stava scritto: «Da suini allevati in libertà». Sicuramente sorte migliore delle povere bestie allevate in spazi angusti e crudeli. Però chiamarla libertà, per chi si ritrova trasformato in salsicce, mi pare un po’ eccessivo. Sì che è una parola abusata, troppo spesso declamata anche per noi umani, ma per i poveri e incolpevoli maiali ha il sapore di macabra beffa.

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canzone dal vago sentore proustiano

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la danza, nel freddo

Volteggiano fra la siepe e il marciapiede. Il cielo della periferia è quasi bianco. Solo un signore anziano, col cane, anziano pure lui. Ma loro volteggiano, a scatti improvvisi. Immobili per pochi attimi, poi ricomincia il gioco, si inseguono. Danza nuziale, danza di vita che s’è inventata l’astuzia dell’amore. Sentimenti? Ma no, direbbe l’osservatore banale: è istinto, son due uccelli! Noi, nel freddo d’una domenica di gennaio, ricordiamo (solo un attimo) quel fremere intenso d’amore degli anni più belli. Il calore d’amore si nutriva anche del freddo, per apparir più intenso. Istinto? Sentimento? È tutt’uno. Presi dalla danza, così come i merli, incuranti del gelo.

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chitarristi, a volte scappa

Sui chitarristi pesa la maledizione della velocità. Certo un chitarrista professionista deve saper suonare anche brani che richiedono velocità d’esecuzione (così come si pretende anche dai pianisti, dai violinisti, da tutti quelli che suonano per un sudato compenso). Però questa idea per cui la velocità è di per sè un motivo d’ammirazione, di confronto, di paragone, insiste oltre misura nel giudizio sui chitarristi. Ho la sensazione che alcune musiche abbastanza noiose vengono servite con l’ingrediente della velocità, per suscitare ammirazione e autogratificazione negli appassionati. Non son d’accordo. La velocità fine a se stessa è solo una curiosità. A me ricorda la fretta di quando scappa la pipì.

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Che occhi grandi che hai, robottino.

In alcune circostanze della vita, capita anche a me di guardare la televisione. Vorrei ragionare sullo spot delle Poste Italiane.

Sicuramente girato con dovizia di mezzi (del resto i gruzzoli postali dei pensionati retributivi lo permettono). Rispetto il gran lavoro di pubblicitari e tecnici, rispetto l’azienda così importante per tanti utenti. Ma lo spot è, secondo me, minaccioso. Una minaccia subdola e arguta. Abbondanza di sorrisi, di umane espressioni, il robottino tenero è in realtà il tentativo di far entrare la tecnologia nella rete delle relazioni umane, celando quel che di problematico comporta. Nulla è più pericoloso d’un sorriso che annuncia «nuove formule». Banale ripeterlo: un congegno elettronico non è un uomo in carne e ossa, è un lavoratore che non deve esser pagato, che non se la prenderà a male quando, ormai vecchio, verrà smontato e riciclato, non pretenderà d’avere una pensione. Secondo me il desiderio di farci amare la tecnologia col robottino tenero è il classico lupo travestito da nonna, come nella favola di Cappuccetto Rosso. Che occhi grandi che hai, robottino.

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bufalotropia

Bufale. Prima del dilagante imperversare, la mozzarella ad esse correlata era una rara specialità. Oggi le simpatiche femmine del bufalo son così frequenti da apparire infestanti. Si propagano, si ingenerano (del resto il dna mitocondriale è solo per via materna), si gemmano come inesausti frattali della panzana. Di qui la necessità di immettere le antibufale, le bufale a specchio, le bufale bufalofage. Il che aumenta la confusione, sì da far apparire il casino precedente come una blanda quiete. Starò lontano dalle bufale, per riassaporare, una volta disintossicato, una buona e vera mozzarella di bufala, sperando non sia una bufala la sua etichetta. Non se ne esce dalla bufalotropia.

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due targhe, lembo di periferia

Pioggia sottile, scorre il lembo di periferia dai vetri del filobus. Dopo una rotonda, un tratto di strada dove i negozi si sono arresi, lasciando saracinesche chiuse e tanto vistosi quanto tristi cartelli «vendesi e/o affittasi». Qualche studio dentistico ha preso lo spazio, qualche bottega di parrucchiera cinese, insomma dalla vendita ai servizi alla persona. Poco oltre un emporio arabo ormai chiuso, i vetri opalini d’uno studio dall’incerta attribuzione. Leggo nitide due targhe, saggia condivisione di spese fra professionisti. Sopra una sobria scritta «Podologo». Attività di non banale utilità, visti i tanti malanni che affliggono gli stanchi piedi d’una popolazione invecchiata. Sotto l’altra targa. Una bella consonante greca (a chi non ha fatto il classico sembra un verme che balla la rumba) e la scritta «Psicologa». In me questa condivisione del locale suscita un po’ d’ironia. Ma anche la nobile «psyké» ha i suoi duroni e i suoi occhi di pernice. Va bene così.

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