Pausa caffè col commendatore

breve, ironica, pièce teatrale

«Suvvia, caro, ma cosa ci stava a fare un grattacielo per poveri, in mezzo ai grattacieli delle persone dabbene, che li hanno i mezzi per vivere in un grattacielo?»
«Però la sicurezza…»
«Eh sì, il solito piagnisteo di chi reclama quel che non puo’ permettersi. E poi diciamolo, neri e bianchi tutti assieme, i soliti buonisti arruffaguai. E poi, vede caro, quel frigo difettoso indica con chiarezza come i neri non sono predisposti a certi elettrodomestici che, giustamente, in Italia chiamavamo bianchi. Li riempiono di birra scadente poi giù con rutti gutturali, un’indecenza»
«Però mancava un impianto antiincendio…»
«E allora? Sicuramente i neri si son salvati, calandosi come scimmie, guardi, caro, io non sono razzista, semplicemente conosco la zoologia.»
«Certo dottore, lei ha ragione, basta con certe lagne cattocomuniste»

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breve riflessione su «gli altri»

«Che cosa è mai il prossimo. – Che intendiamo noi dunque del nostro prossimo come suoi simili, voglio dire con che cosa esso si contrassegna e, per così dire, imprime in noi? Noi non comprendiamo nulla di esso, se non il mutamento in noi, di cui egli è causa, – il nostro sapere intorno a lui è come uno spazio formato vuoto. Noi gli attribuiamo le sensazioni che le sue azioni suscitano in noi, e gli diamo così una falsa positività a rovescio. Noi lo formiamo, secondo la nostra conoscenza di esso, a satellite del nostro sistema; e se ci appare luminoso o si oscura, e siamo noi la causa ultima di entrambe le cose, – crediamo tuttavia il contrario! Mondo di fantasmi in cui viviamo! Mondo rovesciato, capovolto, vuoto, e pur sognato pieno e diritto

(F. Nietzsche, Aurora, aforisma 118, ediz. Fratelli Bocca, Torino 1926, pag. 64)

Sempre in gamba il filosofo baffone, ti fa pensare. A volte mi son domandato se gli altri davvero provano la stessa sensazione del sè. Oscilla l’opinione. A volte immagino la profonda somiglianza, così come simili sono gli apparati nervosi, i sensori sparsi nel corpo. A volte, cupa sottile incertezza, mi domando se il mio «esser me», questa esperienza della mia unica e singola vita, non sia forse radicalmente diversa, irrimediabilmente diversa, da quella di chiunque altro, fosse anche un familiare stretto. Ma l’errore è pensarci, la vicinanza che conta è quella dei corpi. Eppure certi amici, quelli con cui poco servono le parole, «senti» che la loro esperienza del vivere è simile alla tua. O forse no, semplicemente ne siamo entrambi illusi, ma va bene lo stesso, basta per essere amici. Mi riesce meglio con i filosofi veri, loro almeno ci provano a esplorare la terra di confine.

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austerità

Ci sono troppi libri, e questo è un buon motivo per non scriverne uno. Ci sono troppe parole a vanvera, ed anche questo è un buon motivo per non aggiungerne. Conta più stringere una mano, dissetare una bocca riarsa, che tante parole figlie di Narciso. Amo il silenzio, l’austero silenzio di chi è e non appare.

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«Un lungo addio»

Da pagina 13 a pagina 89. Il precipitato, l’essenza d’una vita, in poche pagine di poesia. S’avverte quando un libro, un piccolo libro, non è stiracchiato allungando il brodo, ma è invece la scelta (forse anche difficile) da un materiale abbondante, stratificato negli anni.

Il personale e il politico.
Questa polarità, su cui tanta retorica si scrisse, si disse e si contraddisse, trova nella raccolta «Un lungo addio» davvero un elegante, naturale, equilibrio. Gian Paolo Ragnoli è uno che ci ha creduto, ma non è stata adesione superficiale, è stato proprio un modo di essere. Quindi personale e politico erano davvero tutt’uno e l’esser stati «quelli lì» lo è per sempre, anche quando non ci credi più, o almeno lo dici per quieto vivere.

«Che cosa vuol dire collettivo
tre ragazzi con le camicie a quadri
figli di Dylan nipoti di Guthrie
improvvisamente parte Don’t Think Twice
Che cosa vuol dire collettivo
certe parole andavano pur dette
certe canzoni andavano cantate
qualcosa dentro il Movimento
Che cosa vuol dire collettivo
il nostro modo di starci dentro
il personale certo è politico ma
a patto che il politico sia personale
Che cosa vuol dire collettivo
ce lo siamo chiesti spesso
in lunghe notti che sembrava non dovessero finire
aspettando risposte portate dal vento
Che cosa vuol dire collettivo
gente che non segue i leader
e preferisce andare all’osteria
che andare a bere al Bar Ideologia
Che cosa vuol dire collettivo
qualcosa che non finisce quando è finita
un senso un’urgenza che ti rimane dentro
da lì dovunque sia We Shall Not Be Moved
Che cosa vuol dire collettivo
Woody Guthrie ribelle e vagabondo
cospirare vuol dire respirare insieme
fino a che lo facciamo avranno sempre paura»

(Collettivo, pag. 22)

La creatività.
In effetti la parte più interessante del movimento che, per comodità, potremmo definire «del ’77» era pervaso d’una fresca voglia di creatività. La sensazione diffusa, sempre presente sottotraccia, era quella che la creatività non doveva mestamente rinchiudersi nel triste dopolavoro del «tempo libero». Di qui l’attenzione costante alla poesia, spesso declamata, cantata, giocata assieme, in quel grande «noi».

«Tentammo un giorno di trovare un modo
di vivere che non si risolvesse nella negazione
del desiderio, nella sopravvivenza nuda.
Altri ancora, dopo di noi, hanno affannosamente provato
a riaprire quella via che,
percorrendola ingenui
c’era crollata sotto i piedi.
Ora è tardi per noi ricominciare: li guardiamo
correre avanti come sapessero dove sia la meta
ci auguriamo per loro un futuro diverso dal nostro.
Poi di nuovo il presente ci afferra.»

(A R., pag. 15)

La musica.
Sfogliando queste pagine la musica la senti. Non come quegli orrendi biglietti per compleanno che suonano, ma la senti. Una generazione di vite impastate con la musica. La musica non era un bel sottofondo, una buona colonna sonora aggiunta alla vita. Per noi era tutt’uno con il vivere stesso, con l’essere noi. Ho pensato più volte che la musica fosse per quella generazione il succedaneo del sacro perduto. La potenza della musica ben la conosceva Nietzsche, ma non divaghiamo torniamo al bravo Gian Paolo, con questi versi dedicati ad un musicista amatissimo in quegli anni e, di certo, ancor oggi.

Syd è tornato
dal fondo dell’abisso in cui s’era cacciato
dopo essere venuto
con le sue belle mani da ragazza
con i suoi occhi di diamante nero
a lanciare ordini misteriosi
che producono brecce memorabili
Con la sua chitarra
fendeva il mondo nel senso della lunghezza
liberava stormi di aironi
gareggiava col movimento del mare
Un uomo sanguinante forse
che riscopre un segreto
sempre per la prima volta
attraversa il grande frigorifero bianco
e il fondo della sua canzone
somiglia alla notte
Ma non canta solo per se stesso
la disperazione fa salire al cielo
i suoi capelli dardeggianti
sopra il cespuglio delle significazioni perfette
Traversando le Halles al calar dell’estate
sotto una grande ala liquida
mette mano per l’ultima volta al suo lavoro
il mondo è un tendaggio tirato sugli occhi

(Syd è tornato, pag. 70)

Gli amori, le notti, Parigi.
Sparse con garbo, alcune poesie d’amore. Sensuali e sincere, il nostro le donne le ha amate con intensità da poeta e solo chi le ha amate così poi le sa raccontare. Tema costante è la notte, molti i notturni fra le pagine. E Parigi, che ricorre, come luogo reale e mitico nel contempo.

«Lasciami qualcosa che possa ricordare qualcosa di più
di un nuovo taglio di capelli
lasciati baciare mentre Sam la suona ancora
fai scivolare a terra il tuo impermeabile
tra poco saremo a Parigi
ci baceremo sotto la pioggia
mi accenderò una gauloise
e scompariremo insieme in una dissolvenza.»

(dettaglio da Lasciami qualcosa che possa ricordare, pag. 52)

Insomma è un libretto prezioso. Ottima prefazione di Paolo Chang. Non solo per chi ha vissuto quegli anni. Detto fra noi, i periodi mitici tendiamo tutti ad enfatizzarli un po’, ma non è detto che siano finiti per sempre, chissà.

Gian Paolo Ragnoli
Un lungo addio

Poesie 1977-2017
Nomansland, 2017
pp. 96

per ordinare il libro, se non s’ha modo di passare alla libreria Liberitutti alla Spezia in Via Tommaseo, è ben accetto contattare l’Autore
wobblies[chiocciola]libero.it
che è anche, contrariamente al sottoscritto, assai attivo su facebook
https://www.facebook.com/gian.ragnoli

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genealogia della dolcezza

Breve è il tratto di strada che mi riporta a casa, nella notte. Nel largo giro attorno al parco, dal finestrino, m’investe il profumo intenso dei gelsomini e dei pitosfori. Odore mielato, forte, quasi sfacciato. Spietata dolcezza della vita fragrante, che non puo’ rimandare la sua stagione. Tutto questo profumo è per le api e gli altri insetti, non è per noi umani, eppure la dolcezza la sentiamo, la nostra bioelettrochimica sensoriale è coinvolta appieno. La dolcezza l’avvertiamo in un sapore come in un profumo, e questo è scontato, olfatto e gusto son fratelli. Ma la dolcezza pure ci si appalesa in un suono, in un bell’accordo per esempio, così come ogni tanto in un sorriso, in uno sguardo. Ed è della stessa natura, tutta la dolcezza è simile negli oscuri labirinti del sè. Ogni sensazione è fisica, ma nello stesso tempo è spirituale. Del resto, il corpomente è tutt’uno.

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mamme in salita

Regolarmente, con tristissima puntualità, con l’arrivo del caldo arriva la notizia dei bimbi dimenticati in automobile, uccisi dal calore del sole d’un parcheggio. Non voglio abusare di facile sociologia. E non conosco il caso specifico. Ma so, per certo, che la vita quotidiana di tante donne, pressata dal lavoro, anzi dai lavori, quello fuori e quello domestico, corre ad un ritmo insopportabile. Vite avvelenate dalla fretta, ben lontane dalle garrule mamme degli spot sui sofficini o sulle creme smussarughe. Non è cambiato abbastanza rispetto alle fabbriche ottocentesche, infernali e malsane, quando erano costrette spesso a tenere i bimbi lì con loro, laddove si sfruttava la loro breve giovinezza. Io credo che non sia colpa della mamma, ma di tutto il mondo dove la mamma, faticosamente, arranca le sue giornate.

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meglio che niente

È molto presto; sono solo in camera, ho dormito qui, hai dormito da tua madre, per la sua lunga e inutile malattia. C’è silenzio in cortile, stanno per cominciare le giornate di molte persone. Forse per qualcuno sarà una giornata inaspettatamente bella, per qualcun altro inaspettatamente triste. Per molti una giornata normale, dimenticata già all’imbrunire lento d’inizio estate. Una fettina della vita che scivola via, senza accorgersi, dalla giovinezza alla vecchiaia. Oggi cielo decisamente coperto, ma io temo più il sole implacabile, associo sempre l’acqua alla vita e l’arsura alla morte. Forse stai dormendo ancora, alle 6; ti ho pensata con rassegnata tenerezza, meglio che niente.

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