aspettando il bus che dal mare ci riporta a casa

Turisti spagnoli li senti più vicini, come una variante latina di noi. Dei tedeschi e dei francesi pensi sempre che siano più ricchi. Finalmente un po’ di pioggia, piovasco locale, ma comunque una tregua in questo ottobre dal sole troppo ostinato. Sotto al portico, aspettando il bus che dal mare ci riporta a casa, il bimbo spagnolo dorme in braccio alla mamma, moretta dalle carni sode e asciutte. Giovane coppia che ama camminare, anche dopo l’arrivo della creatura. Il golfo scorre dai vetri del bus, come tante sere della domenica, quelle domeniche aspre e intense di giovinezza. Aver vissuto è un sapore denso, ma anche la percezione che è stato davvero un giro svelto, troppo svelto. Il bus ci mette pochi minuti a riportaci a casa, quanto è volata la domenica chiamata gioventù.

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Gli ultimi giri si fanno in avanti

Vado più spesso all’osteria. Localetto del centro, il più vecchio dei ragazzi assidui ha solo trent’anni. E suoniamo la chitarra, ho lasciato lì apposta la mia Giannini made in Brasil. Poco internet, più osteria. Non amo troppo l’aria da reduci che abbiamo noi sessantenni. Siamo sempre ex di qualcosa, ex ’77, ex comunisti, ex giovani, ex stronzi a volte. Conta più quel che sono oggi, un vecchio bluesman di basso rango. La birra è fresca, nuova, la giovinezza è perduta? No, è ritrovata. Gli ultimi giri si fanno in avanti, non all’indietro. E vai con le dodici battute, a partire dal mi settima.

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in fondo è lo stesso gioco

Vento teso di grecale. Sembrava non dovesse andar via l’estate, come un ospite a cena che s’attarda e vorresti dormire. Cielo blu metallico, rade nubi laggiù sulla linea del mare, oltre le gru, giganti che non si possono fermare. Cosa rimane di quel che siamo stati? Già, come ogni fine estate, inizia la tessitura ingannevole dei ricordi. Nulla siamo se non quell’ipotesi traballante che definiamo noi stessi. Il vino rosso, ora che fa più freddo, aiuterà a ricordare e, ma in fondo è lo stesso gioco, a dimenticare.

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ciao Principessa

non avrei mai voluto proporre questo post, ma è così

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2018/09/13/ADmqAIfB-funerali_savignone_garaventa.shtml

ripropongo la mia modesta canzoncina, che molto le era piaciuuta

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la breve sosta al fresco

C’è fresco su questo filobus. Nel bel mezzo d’una giornata troppo rovente per esser settembre. “Ciao Mercedes, ma non sei nella direzione sbagliata, verso il capolinea? Non lavori in centro?”. Sorride, begli occhi neri un po’ sottili. “Faccio il giro lungo, per riposarmi una mezz’ora”. Questo ronzante e vecchiotto filobus, per lei è dunque un posto fresco per la pausa. Del resto, me lo aveva raccontato un giorno sotto la pensilina, Mercedes fa tre lavori, per tirare avanti con tre figli. Dopo i 50 anni è più duro sgobbare. Sveglia alle 4 e mezza, alle 7 dalla prima famiglia fino a sera dopo le nove, in tre case della città. Del resto, ora capisco, anche a riposare mezz’ora in un bar si sta freschi, ma devi ordinare almeno un caffè. Utile il filobus, anche a me, per capire meglio tante cose.

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aria sottile e pura

Una bella poesia di Lucia P., intrisa di freschezza e slancio, ricca di vitalità

Come una rivelazione improvvisa

al passante che aveva altro per la testa

un fiore azzurro spalancato tra l’erba

come un suono, un fischio, un canto
un’illuminazione quasi accecante

appena usciti dal buio.
Come entrare nell’irrealtà

e respirarne l’aria
sottile e pura. Vivi!

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noi ultimi umani

Ha varcato il mare, l’esercito del Re, distruttore di città,
è passato sulla sponda opposta e vicina, superando lo stretto di Elle Atamantide
su un ponte di zattere saldate con funi di lino,
calcando sul collo del mare un giogo di sentieri chiodati.

(Eschilo, I Persiani, ediz. Marsilio, pag. 44, versione di Angelo Tonelli)

Il celebre ponte di barche utilizzato da Serse, nei versi eterni di Eschilo. Credo che nel concetto di «ponte» si addensino numerose e contradditorie riflessioni. Nel ponte c’è sempre l’osare umano, lo slancio ad unire ma anche a sottomettere. Del resto la potenza millenaria di Roma fu possibile grazie alla capacità d’esser pontefici, costruttori di ponti. Ma saltare, superare, accorciare, annullare un confine naturale nel nome d’antropica potenza contiene in sè anche una qualche dismisura. Noi ultimi umani, in questo tardo crepuscolo avviluppato nella tecnica ci siamo abituati a varcare fiumi,  a oltrepassare rapidi valli e montagne. Il risultato è un mondo fragile e piccolo. Certo si campa a lungo (se nati dalla parte ricca dell’ingiustizia), ma si campa lontani da ogni respiro del sacro.

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