velocità, il brutto fertilizzante

I cosiddetti social sono, nel complesso, un grande male; certo vi sono eccezioni ma nel complesso la velocità, la grande velocità di comunicare, favorisce la cattiveria; la cattiveria è veloce, sputa veleno subito, è lesta ad afferrare ogni notizia (anche falsa); la ragionevolezza, invece, è lenta, ha bisogno di tempo, ha bisogno dell’interlocuzione pacata, è inadatta a questi tempi di scrittura in diretta; la cattiveria c’è sempre stata, ma oggi la brutta pianta trova in nuovo, fertilissmo, humus; ben lo sanno i potenti di oggi che, accuratamente, evitano ogni lentezza che, non si sa mai, potrebbe favorire il ragionar pacato.

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esperimenti

«Se chiudi la porta a tutti gli errori, la verità resta fuori anch’essa.»

(Rabindranath Tagore, Uccelli migranti, Carabba Editore, Lanciano, 1918, trad. E. Taglialatela, pag. 36)

Tutta la nostra vita è un esperimento, un tentativo. Come la prima volta impari che la stufa della nonna brucia se ti scotti il dito. Del resto, senza sopravvalutare troppo l’esperienza intellettuale e morale cosciente, nel nostro corpo innumerevoli e prodigiose cellule imparano e ricordano i germi patogeni e ci immunizzano, sapienza potente, incosciente. Ovviamente la continua narrazione dentro di noi, quel qualcuno che sa (forse crede) di esserci negli eventi, è narrazione anche di errori, tentativi non riusciti. Ma vivere è l’impasto di sensazioni contraddittorie, tutte in qualche modo giustificabili. Ma il fiume scorre, anche quando non stiamo nuotando, la corrente ci trascina, dobbiamo comunque nuotare, altrimenti si va giù.
Sparsi dalla grande nave, i turisti vagano per la città, fanno foto a cose che mai avrei pensato ne valesse la pena. Ogni tanto sarebbe utile arrivare stranieri nella nostra vita, così, vedendola con occhi nuovi, capiremmo che è bella, crudele ma molto bella.

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Assedio ed Esilio

Amo la brevità, ma un libro così denso la respinge, chiedo scusa.

Pasquale D’Ascola
Assedio ed Esilio
Edizioni Aracne, 2019, pp. 150

La storia d’un uomo nato caparbiamente libero. Accade che, nascendo e vivendo la giovinezza nell’affermarsi d’un regime, inevitabile arriva la scelta di combattere. Però non è trascurabile il caso, la vicenda grottesca di un esercito che si squaglia, insomma quella confusione che ancora oggi non è facile decifrare. Comunque, per essere molto sintetici: PRIMA combattente, partigiano, commissario politico, insomma eroe (tanto per sintetizzare), POI intellettuale che, proprio perchè dotato di intelletto, mal sopporta il dogmatismo, il partito sacro e infallibile, e tutti coloro che, per convinzione e qualche tornaconto, evitano le pericolose, lùbriche strade del dubbio. Questo molto in sintesi, adatto a far finta d’aver letto il libro.

La seconda parte, un libro chiaramente di struttura duale, filtra da ogni rigo la disillusione, o forse, ad esser più precisi, un disvelamento della profonda distanza fra lo spirito quasi geneticamente libertario del protagonista, e la natura oppressiva, rigida, dogmatica del partito del quale è pure oratore e combattente rispettato. Certo la disciplina in tempo di guerra è arma imprescindibile, ma poi, alla prova ambigua della libertà, le differenze, l’essere anarchici nell’anima, escon fuori eccome. Il disprezzo verso la disciplina e l’opportunismo che è il fratello furbo della stessa, trasuda bene nella descrizione del compagno Butterfly (nome di battaglia bellino):

«Butterfly è una brava persona, non che sia l’unico, non proprio un uomo d’acciaio, un impasto di materia carnale e di legno, un pinocchio redento, […] farà carriera nel partito, farà carriera perchè fa domande la cui eco è già una risposta, e all’occasione richiede per sé, con juicio, ma certo è capace, senza chiedere troppo. Infatti avrà il suo tornaconto, un domani, di cariche vantaggi e prebende grazie alle quali distribuire vantaggi e prebende; avrà anche un’amante fissa, una ballerina che già, oh signùr, gli agita il petto, per certo, manca poco, diventerà étoile e questo darà di certo prestigio al maschio che la cavalcherà. Au galop.» (pag. 103)

La corporeità, una corporeità oggettiva, spietata e divertita (forse), è tratto saliente nella narrazione. Qui all’epilogo della dissoluzione definitiva, ma lungo tutto il libro espressa con la malattia, la dovizia di particolari sanitari (tipica in ogni rievocazione di famiglia, sì che i malanni sono i veri protagonisti delle esistenze).

«Come accade spesso alle fini è una strettoia, un imbuto il finale non un estuario. Cremazione. 120 minuti circa per passare dallo stato solido, acqua al 60%, a quello gassoso di zolfo, carbonio e di tutti i volatili di cui è fatto il vivente, a quel di residuo fucina che valutiamo in grammi 2400 circa e che, ridotto in polvere per la bisogna, ci è stato detto essere stato disperso qui intorno sulle alpi cui il morto, a voler vedere, è stato restituito e là dove per un paio d’anni fu vivo o più di preciso, morto in contumacia.» (pag. 146)

Il notturno, la notte, la montagna, la corporeità pericolosa e dolente, sono tipici in d’Ascola, che nel narrare le fughe del protagonista trae immagini e visioni dalla propria passione per le escursioni, il camminare prudente di chi ama e teme certi paesaggi.

«Chiunque sia appena appena pratico di alpi sa quanto una ghiaia, un sasso, un ramo per traverso, il sentiero accogliente ma sul bordo di un orrido, sul ciglio scosceso di un torrente pieno di poetiche pietre, l’insieme innocente del paesaggio o della geografia, costituiscano in sè una riserva di pericolo attendibile; si sa che non una frattura né una grave ferita, ma una semplice distorsione della caviglia, una vescica che scoppia e sanguina, un ginocchio infiammato, il gelo, la scaglia di roccia che il caso incauto faccia precipitare dall’alto alla velocità di 9,80665 metri al secondo, possono essere preludio non di un danno, un fastidio, ma della morte, stante che quest’ultima è il più integrale dei fastidi, o ribaltando le carte il più integrale dei rimedi al fastidio stesso.» (pag. 57)

In molto scrivere del Pasquale D’. sta sullo sfondo la montagna, il bosco di montagna, la rupe notturna e scoscesa, il silenzio che è mistero. O, per meglio dire, l’inconscio che trapela d’uomo amante della montagna notturna. Del resto, forse, negli occhi enigmatici dei bambi, c’è una bella spruzzatina di Freud.

«È nel rituale della notte che arrivano i bambi; succede tra i monti che al trescone del giorno con la sera, i branchi di caprioli appaiano e si lascino intravvedere nei boschi, […] ci guardano dal folto con i loro occhi cinemascope, i bambi, chi ha le corna e chi no, e scompaiono là dove all’essere umano non sembra proprio esserci passo, né traccia.» (pag. 122)

Ma i bambi, nella stessa pagina, diventano i bambini, i figlioli. E qui l’antiretorica corporeità del nostro scrivano si appalesa con voluttuosa efficacia:

«corpi stesi vicini a respirare dalla morte ispirati, una gamba un piede una pelle, altra pelle; tutta un’anatomia di mani, di labbra, fisiologia di rossori, turgori, tumescenze, salivazioni, una giga di gambe, bacini, trazioni e contrazioni, contractions, sbam sbam sbam sbamsbamsbam ohahhh, and release, è così che arrivano i bambi. Prima o poi.» (pag. 122)

Graffianti ed efficaci, com’è nel suo stile, l’autore ci propone riferimenti zoologici, riflessioni indirette sulla prosopopea e autoesaltazione degli umani.

«è chiaro che il topo, anche nella sua formulazione domestica, mus mùsculus, piacere piace assai poco sì che è un sentito dovere destinarlo alla strage, oppure stuzzicarne le urla e il dolore con metodo e per il benbène scientifico, una conferma però dell’affinità tra quel mammifero di pochi grammi, 25 non più, e il suo maggiore antagonista e coinquilino, il mammifero umano adulto, di grammi tanti ma tanti di più» (pag. 73)

L’occasione per tali ragionamenti è l’uccisione di un nemico (un crudele ed infido informatore) definito, nel codice della missione come Topolone:

«Topolone dunque fu il nome in codice assegnato allo svelato vigliacco, al bastardo infilato, al tuttiperuno porthos delle riunioni segrete scoperte con gran trambusto di spari e dita spezzate e poi, è ben noto, di camerette segrete, latèbre dove le urla dei torturati rimbalzano contro muri assordati» (pag. 74)

La vicenda del nostro eroico combattente si innesca, come per molti del resto, dallo sbando di un esercito abbandonato dai suoi stessi capi. Qui la penna sferzante già di suo verso ogni retorica militare, si affila nelle metafore impietose. Le blatte, forse nobilitate dalla lettura del Landolfi, ricorrono spesso nello scrivere del nostro, anche altrove.

«l’immagine che più avvicini il lettore a un branco di soldati in attesa di ordini […] ci pare quella di una colonia di scarafaggi usciti dalle tane di notte, speranzosi ghiottoni di ogni sorta di briciole, di croste e schifezze, che all’accendersi del lume di cucina, al vedere le zampe dell’umano in pigiama dal loro basso punto di vista, non sanno far altro che paralizzarsi da sé i blattòidi, poveri, come se ciò valesse a non essere visti, schiacciati, spazzati. Il paragone con i fedeli di di qualunque mosè o di ognuno che si prostri all’ognuno in divisa, invece di sparargli se mai, è voluto.» (pag. 52)

Con finezza, a più riprese, il tema centrale è il problema del «dopo». Notevole e precisa l’assonanza col tema affrontato 6 secoli orsono dall’immenso fiorentino.

«Ma poi che cosa ci aspetta, che cosa aspetta Ulisse in patria, giunto al fin della licenza, se non che gli tocca ancora e ancora ubbidire al suo fato. Riempire del suo lucido seme la ben tessuta vagina di penelope è un atto secondario alla strade, al vero scopo, ulisse non torna a casa per far pace con i suoi viaggi, mica puo’ o non è più eroe. Per quanto lo possa affaticare, per quanto lo possa turbare, a ulisse è normale il conflitto, il campo di lotta, consola la sofferenza continua. […] dante l’ha capito benissimo, non resta che metter l’ali al folle volo al fin che ’l mar sia sovra… lui… richiuso.» (pag. 94)

D’Ascola scrive sempre con la coscienza del problema del raccontare. Un fossato incolmabile fra l’esperienza dei fatti e la loro successiva narrazione. Lo spessore del tempo, la luce obliqua degli interessi del momento, lo sbiadirsi del senso di ciò che è accaduto. Sulla potenza dell’azione del tempo siamo proustiani, mi pare.

«È sconfortante impantanarsi nell’eventualità di dover constatare quanto sia, come è assai probabile, che le storie raccontate perdano il senso che si sono date o che loro abbiamo attribuito, nel tempo che intercorre tra il loro accadere e il loro riproporsi ma a parole a chi quelle storie non abbia mai avuto» (pag. 91)

La chiusa finale è sul rapporto col lettore, tema irrisolto d’ogni scrittura:

«Le storie sono un teatro a due personaggi, un gatto e un topo, ruoli giocati un po’ dal lettore e un po’ da chi narra. Non è poco ma è tutto qui.» (pag. 147)

Nota sulla copertina: interessante il disegno, piuttosto banale (a mio avviso) il titolo in un forse times bold. Un libro così merita di più.
Nota sulla stampa e confezione: bene le alette, bene la verniciatura opaca, meno bene la brossura invece del filo refe.

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più grande di zero [sulla scrittura]

«Le storie sono un teatro a due personaggi, un gatto e un topo, ruoli giocati un po’ dal lettore e un po’ da chi narra. Non è poco ma è tutto qui.»

(da Pasquale D’Ascola, Assedio ed Esilio, pag. 147, Ed. Aracne, 2019)

È davvero possibile scrivere solo per se stessi? Se trasferiamo la domanda sul recitare, sul raccontare a voce alta, pare nitida la stretta necessità di un ascoltatore. A che serve un treno, il capostazione, lo stantuffo sui binari, se non per muoversi e giungere ad analoga ma diversa stazione?
Nello scrivere però abbiamo quelli che redigono un diario segreto, quelli che «io scrivo per me». Non son sicuro che funzioni, se scrivi c’è sempre l’ombra del possibile lettore.
Certo libri ce ne sono tanti, diciamo pure troppi, tutte quelle copertine esposte, come sala da ballo d’altri tempi, con troppe ragazze in attesa e pochi sudati ballerini, cioè pochi lettori.
Ma non importa, mal che vada è sempre un foglio nella bottiglia affidato al mare (quand’era il mare e non una discarica di cotton fioc).
Io scrivo per pochi, pochissimi. Ma uno è infinitamente più grande di zero.

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improvvisazione

La camicia è da strizzare, nella foga del blues artigianale finisce che si suda. Nel locale vuoto che attende i primi clienti della sera, si improvvisa un blues vagamente latino. La minore settima, re settima e via con la vecchia Catania Carmelo(*) che suona forte e grezzo. Il ragazzo ha stile, nel mentre che raspo gli accordi lo ascolto volentieri. Ma l’improvvisazione è per chi ascolta o per chi suona? L’improvvisazione secondo me è per chi suona. Un gesto continuo e troppo repentino per pensarci su, le geometrie, gli accordi, le scale le devi pescare al volo, dalla memoria della mano. Quasi come il polpo, affascinante creatura dal cervello distribuito, ogni tentacolo ha la sua memoria, la sua volontà attiva. Un attimo di silenzio, nel bar vuoto, birra fresca. Nulla ha importanza, è tutto un giro di accordi che torna all’inizio, la vita nasce e muore in 12 battute.

(*) marca di chitarre economiche ma assai sonore, in quel di Mascalucia (Ct), ormai chiusa

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odore di ferro

A otto anni circa, mio padre mi aveva fatto salire nella cabina del locomotore, perchè lui era un macchinista. Nella sera, su quella macchina potentissima che mio babbo comandava docile e senza sforzo, lanciata nel buio verso Parma, mi sentivo molto protetto da lui, nella sua tuta che odorava di ferro.

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lettera [alla buona]

strimpellata alla buona, come fosse in osteria, di mitica canzone di F.G.

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