un’estate minacciosa, il rifugio

L’appartamento è un po’ grande, piccoli fasti d’un decente impiego statale, piccola borghesia d’estrazione popolare. All’ombra delle tende, fra i mobili scuri, c’è quasi fresco, al riparo dai pomeriggi torridi d’un’estate minacciosa. Come un naufrago, ospite fuori luogo, son rimasto, zitto, in queste stanze. Appena sfioro il piano, ma con la sordina. La prima volta che entrai qui dentro, tanti anni fa, mi sentivo spavaldamente e stupidamente diverso dai tuoi. Ora mi piacciono i cristalli della vetrina, l’argenteria nei cassetti, i piatti cinesi, esotismo senza pretese. Mi sento al riparo, in questa gozzaniana atmosfera. Le vite in questa casa sono andate, è rimasto il guscio. Ed io, nessuna voglia di cambiar nulla, le mie presuntuose nozioni di design le ho lasciate lì fuori, all’ombra delle scale, fra le porte scure e silenziose. Mi piace essere in un questo altrove, un posto troppo mio mi stancherebbe. Qui c’è ombra, quiete, e fuori un’estate minacciosa.

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una desueta frase

Mi fa un po’ ridere la desueta frase «vado in cerca di me stesso». Frase fatta. Vorrei perdermi, non trovarmi, è quello l’unico sollievo. La vera potenza d’un amore è amare davvero qualcuno oltre noi stessi. Pisciarsi addosso è meno umiliante che pensarsi addosso.

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Un possibile oltre [recensione]

Ricordo la tua bocca aperta, una porta verso il mistero.
La tua intimità, da cui sono scaturito, così virginale, quasi da bambina.
E le tue mani, che immaginavo irrigidite, così morbide,
fino all’ultimo istante in cui sei stata visibile.
Ma soprattutto quello sguardo, in cui il mondo esterno,
la tua interiorità e l’invisibile si erano uniti nella beatitudine fuori dal tempo.

(pag. 133)

Questi versi, intrisi di poetica, intensa corporeità, li leggiamo sul finire del ricco volumetto di Angelo Tonelli «Sulla Morte», edito quest’anno da «La Parola Edizioni»

Tema centrale per caratterizzare la nostra vita, del resto, come ricordano tanti filosofi, pensatori, poeti. Ma ognuno di noi ci pensa. I nostri genitori sul letto di morte sono l’evento che induce a pensarci e, per alcuni, a scriverne. L’Autore ne scrive e raccoglie alcune riflessioni dal suo ormai lungo percorso umano e intellettuale.

Tonelli rimane in un equilibrio interessante fra il rifiuto d’una morte definitiva, immobile, e la riflessione su possibili percorsi che sappiano superare comunque l’attaccamento all’ego, vero motivo della difficoltà ad accettare la morte. Certamente le tradizioni più antiche, tanto in oriente come in occidente, riportano a percorsi di consapevolezza che richiedono capacità particolari, acquisite con lunghe e pazienti pratiche.

Oltrepassamenti

«Quelli che, insieme ad altri, nella tradizione tibetana vengono detti siddhi (poteri), ma che compaiono in Occidente anche nello sciamano orfico Empedocle, in Abaris, in Pitagora e in Cristo, non vanno coltivati e acquisiti per potenziare l’ego: da questo si deve ben guuardare chi si ponga sulla via della ricerca interiore. […]
Questi poteri, che è meglio definire doni, sono un segnale di un certo livello di superamento della condizione ordinaria della vita, che lungi dall’esaltare l’ego consente di vedere l’esistenza come un campo infinitamente più ricco di possibilità, e dunque apre un varco alla sperimentazione di vie nuove, nella ferma consapevolezza dell’umiltà necessaria per raggiungere l’illuminazione.»
(pag. 99)

In definitiva, fra le righe, nel testo di Tonelli vedo anche una risposta semplice: consapevolezza. Consapevolezza per poter accettare ciò che è e altrimenti non puo’ essere.

La morte è ritorno

Accettare, consapevolmente, d’essere la goccia che torna all’oceano è la risposta giusta. Certo l’Autore inserisce questa consapevolezza in un contesto particolare, intriso delle fonti sapienziali alle quali spesso fa riferimento. Ovviamente l’influenza di G. Colli c’è tutta.

«La morte è ritorno allo sfondo metaspaziotemporale dello sguardo divino, per riprendere il mito orfeodionisiaco dello specchio (Dioniso che si guarda nello specchio e vede il mondo). O, per dire con altra diffusa metafora, la morte è attraversamento dello specchio, lacerazion edel velo di Maya, riassorbimento nel vuoto-luce: la disgregazione-putrefazione della materia corporea, che è fatta di vuoto-luce, simboleggia il passaggio dal visibile corporeo all’invisibile aorgico.
La goccia ritorna l’oceano che è sempre stata. Ma consapevolmente.» (pag. 81)

Osservando una pietra nel greto del fiume, l’Autore riflette sull’ inter-essenza cui fa riferimento l’insegnamento del Buddha. Un senso di unità cosmica a mio avviso anche confermato dalla conoscenza della natura unitaria dell’universo, della materia e dell’energia.

«Guardo e tocco una pietra sul greto del fiume […] Stando al Buddha, non esistono sostanze individuali, bensì tutto inter-è.
Anche io e la pietra condividiamo una interessenza: ma se la foglia con tutta evidenza inter-è con l’albero di cui fa parte, con la luce del sole e la pioggia che la nutrono, con l’aria et cetera, quale inter-essenza condividiamo io e la pietra? Sicuramente la materia-energia-informazione di base da cui siamo scaturiti è la stessa, agglutinata, in organismi e forme diverse a seconda delle informazioni che la hanno palsmata e mi hanno plasmato. Siamo manifestazioni di un unico continuum indivisibile di base, materia e spirituale (o informativo) al tempo stesso.» (pag. 74)

Guardare negli occhi la Gorgone

Sono d’accordo con Tonelli sull’atteggiamento da prendere guardando la morte. Non serve, è inutile, tentare di non vederla, sfuggire alla sua presenza, non pensarci. È solo un modo per accrescere l’angoscia. Guardarla è un modo per non farsi sopraffare da lei, e questo non in senso metaforico, ma proprio nella reale visione della morte e delle sue concrete evidenze. Nessun gusto del macabro, ma un sereno coraggio, direi.

«Entrare nel pensiero della morte significa misurarsi con la paura: a nessun vivente, se non quando sia lacerato da sofferenze atroci, piace sparire dalla faccia della Terra, perdere il proprio continuum somatopsichico. Ma tutti dobbiamo farlo. […]
Occorre guardarla questa paura, senza timore di essere paralizzati dal terrore della visione, con guardo accogliente e consapevole. E contemplare compassionevolmente malati e cadaveri, abituarsi all’altro volto della vita, mordere la tigre, entrare nell’incubo, reggere l’incubo. È un modo per addestrare il testimone interiore, il luogo sempre pacificato della mente-cuore che tutto contempla senza giudicare e senza lasciarsi travolgere dall’emozione, anche la più terribile;» (pag. 59)

Un tema collaterale, ma certamente interessante, è ragionare sul fatto che la vita si basa sulla morte. E per noi umani è evidente come, quando mangiamo, usiamo la morte di altri esseri viventi. Con una certa originalità rispetto alle odierne (rispettabili) tendenze vegane, l’Autore osserva come anche le piante sono esseri viventi che uccidiamo per farne cibo o altro a nostro comodo. Come dire: la vita si nutre sempre della morte.

«La vita si fonda sulla morte: l’organismo umano e animale sopravvive grazie all’uccisione diretta o indiretta di organismi esterni e la loro trasformazione in energia a proprio uso. […] Sopravvivere è uccidere e la vita si fonda sulla morte. Il vegetarianismo è segno di una certa bontà, ma si fonda sul fatto che la pianta non esterna dolore come l’animale e ferisce meno la sensibilità di chi la divora: c’è una violenza diretta e indiretta ineludibile alla base della vita. Homo necans et necatus. (pag. 50)

Le lamine d’oro orfiche.

L’Autore non manca in questo libro sulla morte l’occasione, da stimato e apprezzato grecista, per un omaggio a Giorgio Colli. L’occasione è nel riportare il testo di alcune laminette d’oro che venivano poste nel sepolcro degli iniziati all’Orfismo. Queste laminette portavano dei versi di istruzioni per il trapassato, perchè ben si orientasse nel mondo dei morti. Colli ne è il traduttore. È molto chiaro il senso di una beatitudine raggiunta sfuggendo all’affanno e al peso della vita mortale.

«Volai via dal cerchio che dà affanno e pesante dolore,
e salii a raggiungere l’anelata corona con i piedi veloci,
poi m’immersi nel grembo della Signora,
regina di sottoterra,
e discesi dall’anelata corona con i piedi veloci,
“Felice e beatissimo, sarai dio anziché mortale”.
Agnello caddi nel latte.
(Laminetta trovata a Turi, I, trad. G. Colli)
» (pag. 35)

L’espressione “Agnello caddi nel latte” significa un ritorno al grembo primordiale, alla vita tutta di cui il singolo non è che una piccola variazione.

Approccio sapienziale e Potere

Per quanto il testo, raccolta di riflessioni diverse per datazione e per scopo, non lo indichi in modo sistematico, l’approccio sapienziale alla vita è lo scopo delle suggestive tracce che il Tonelli lascia nel testo. Un approccio sapienziale alla morte che è anche approccio libero e radicalmente ribelle alle forme del Potere (scritto con la P maiuscola, si noti.)

«E tale obliterazione, rimozione e repressione mediatica (televisiva, giornalisitca, editoriale) dell’approccio sapienziale alla vita e dunque alla morte è favorita dai meccanismi archetipici e automatici del Potere, che ha bisogno di umani impauriti e inconsapevoli della propria sacralità interiore, e della propria immortalità nel profondo, perchè chi si sente fragile e ha paura di morire o di essere povero (che è inconsciamente avvertita come precondizione del morire) non avendo acquisito una centratura del Sé capace di dargli la forza necessaria per superare ogni paura, è più facilmente ricattabile e addomesticabile come suddito della buro-plutocrazia globalista dominante. Chi è consapevole della propria immortalità profonda non è schiavo di nessuno e puo’ ribellarsi a tutto, perché non ha paura di nulla.» (pag. 28)

Come dire, per affrontare nel modo giusto il problema della morte, dobbiamo saper valorizzare le nostre più profonde consapevolezze. La morte non ci annienta, la morte ci valorizza, se sappiamo inserirla in un pensiero di qualità. Ci proveremo, una mano ce la dà anche Tonelli, con le sue originali, colte, eppur così sincere, pagine.

Angelo Tonelli
Sulla Morte
Sottotitolo Considerazioni su un possibile Oltre
Edizioni La Parola, 2017
pp. 150

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“angina pectoris”

dal Cile, un video intenso di Luigi Maria Corsanico

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il vero ricordare

Nella vita i buoni libri non li devi ricordare. Se li hai assorbiti, sono parte di te, senza più sforzo. La vera memoria è ciò che ti ha cambiato.

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ciao Pablo

Pablo è partito per l’ultimo viaggio, ripropongo un video dove l’amico Graziano parla di lui e della loro amicizia

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“aspettami ed io tornerò”

Mi piace dare spazio ad una lettura di Luigi Maria Corsanico. Sul canale youtube c’è anche il testo trascritto.

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