passata per tante mani

Era in disarmo, la vecchia osteria. I tavoli quasi tutti vuoti. Ero tornato speranzoso, per respirare certe sere giovani, esagerate, vagamente rive gauche. Nella sala semivuota, pochi tavoli da noi, un signore abbastanza dimesso.   I capelli bianchi, lunghi, fanno sempre un po’ barbone. Poi, per fortuna, la chitarra. Non era un virtuoso, ma suonava con garbo, come se le mani ricordassero da sole. Un paio di vecchie melodie napoletane. Reginella e poi un’altra famosa pure lei. La farinata non era buona come ai tempi d’oro e peggio ancora il vino. Pazienza, la vecchia, modesta, dolce chitarra da osteria, passata per tante mani e appesa a un canto, aveva reso meno inutile la sera. Ora il posto è anche peggio. Un centro odontoiatrico che addrizza il sorriso, a rate e con lo sconto.

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siamo una moltitudine [e molti dna]

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la versione di Luigi Maria, da due righette mie

Grazie, grazie di cuore a Luigi Maria Corsanico, per l’onore d’avermi inserito nelle sue letture, fra grandi poeti. Le mie due righette ne escono incredibilmente valorizzate. Voce, immagini, splendida musica.

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una sigaretta dal mio cuore

I fari delle macchine si susseguono, là sul cavalcavia davanti al porto. Il flusso di luci sarebbe anche bello, sembra l’inizio d’un film. Ma quante solitudini sulle grandi strade, ognuno nel suo guscio, scaldato dal falso focolare del navigatore. Strade dense di gente che non si parla, non si ascolta, reciproca totale irrilevanza. Certe stradine d’operaia periferia, quando tornavo, salutavo sempre qualcuno, perfino certi litigi, dalle finestre, mi facevano compagnia. Eppure la vera ricchezza, quella che fa star bene, è farsi compagnia. Amicizia, vicinanza, dolcezza, ma anche timido virile silenzio, la sigaretta offerta col pacchetto in mano, quelle nazionali era metafora del cuore, ecco, prendi una sigaretta dal mio cuore. Io stesso, da tutti definito come un brav’uomo, non sono esente del piccolo vischioso egoismo di chi ha troppo, egoismo del pin. Solitudine da bancomat. Diamoci una mossa, torniamo umani, è l’unica soluzione per non impazzire con questo ghiaccio sul cuore.

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le foglie dei tigli

È prezioso il nostro piccolo mondo. Il nostro caffè mentre ogni volta ammiro il bel colore saturo, l’arancio delle foglie dei tigli. Vite, come il vecchio cane felice, seppure un po’ malfermo alle gambe, a spasso col suo attempato umano amico. Come la donnina col velo in testa, paffuta come i suoi due bimbi, che traversa in fretta la strada bagnata della pioggia di stanotte. I bimbi son fiori nati qui, però da corpi giovani dell’ Africa vicina, di là del Mare Nostrum. Il nostro caffè, la nostra garbata e prudente cortesia. Tutti e due forse vorremmo non finisse questa quiete. Ma la giostra del mondo gira, giorni, mesi, forse anni. Buono il caffè, per un istante prevale su ogni sensazione e pensiero, siamo solo la nostra bocca, il gusto, nel silenzio.

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L’orologiaio e il vecchio signore [P. D’Ascola]

D’Ascola si è fatto meno glaciale, più propenso ad una garbata e composta tenerezza. Certo un uomo anziano è tutt’uno col suo vecchio orologio. Gettarlo via se si rompe è troppo simile a gettar se stesso dalla finestra del quarto piano. Evocativo, autentico, il richiamo allo sguardo notturno sulle vecchie lancette, verificando se l’anziana moglie respira (tutti i giorni son buoni, ma soprattutto le notti, dopo una certa età); poi lo scambio col vecchio orologiaio, quasi sia lui a prendersi in carico lo svanire. L’immagine del falco che torna al braccio è un bel sussulto d’ultima fierezza. Certo il tempo, l’enigma tutt’uno con l’esserci. Ma qui è il modo di raccontare, che voglio sottolineare.

http://www.gliamantideilibri.it/lelzemiro-lorologiaio-e-il-vecchio-signore/

 

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la collina

strimpellata alla buona, bella e antica canzone del Guccini che richiama il famoso “The Catcher in the Rye” del Salinger; consigliato l’uso delle cuffie, per soffrire in solitudine

 

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