tempo e contrattempo [da Marco Cecconi]

Come accade spesso, la finissima prosa di Marco C. va a investigare dietro le pieghe di eventi banali, nelle percezioni che ci offrono proprio i «contrattempi». Un rapporto col tempo, con certi intermezzi imprevisti, che dice molto sulla complessità delle nostra (per citare A.G. Biuso) «mente temporale».

«Non molto tempo fa, mi ero ritrovato da queste parti in un sabato piovoso. Non avevo potuto prendere un treno perché non c’era più posto e quello successivo partiva dopo più di un’ora. Non avevo voglia di leggere nel bar della stazione, né di mangiare lì dentro, visto che la sala d’aspetto non esiste più da un pezzo, come in tante stazioni del resto. Però un po’ di fame ce l’avevo, e avrei mangiato volentieri qualcosa seduto, avendo anche il tempo per farlo. Così mi ero messo a girare per le vie dei dintorni […] Nel mio percorso avevo visto che la maggior parte degli “italiani” erano chiusi (sabato dopo Capodanno), mentre i numerosi “stranieri” erano tutti aperti, ma non avevo voglia di mangiare del cibo che ormai da tempo sento troppo uniforme nella sua vera o presunta etnicità: quel certo sapore di cinese, d’indiano, di sushi o di kebab. Così mi ero ritrovato in una trattoria italiana che forse, in quella situazione, vivevo come un ristorante etnico. Un contrattempo – il fatto di non essere partito quando avrei voluto – aveva generato un diverso contrattempo, una sorta di tempo che si mostra nudo e vuoto, che non passa così, semplicemente, ma che esige, nella sua modesta durata, di essere riempito. O forse è così proprio per la sua modesta durata: non abbastanza breve da essere trascurabile, non abbastanza lungo da poter essere “utilmente” impiegato. In questi contrattempi la città acquista sempre una fisionomia particolare, e quello che ci è familiare diviene, secondo il nostro umore, di volta in volta esotico o inquietante.»

(da Marco Cecconi, La Passeggiata, ediz. nomansland, pag.35)

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meno scrivo, meglio è
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