incontrare una musica, il dove e il come

«In un corridoio del métro, non ricordo dove, un uomo sulla quarantina, forse iraniano, accovacciato per terra, sta suonando il santour. Il suono dei suoi arpeggi mi giunge all’orecchio ancor prima di vederlo, rimbalzando sulle volte dei sotterranei, ed è qui che si produce la fascinazione: arrivato alla fonte del suono, non posso fare altro che continuare ad ascoltare, appoggiato alla parete di fronte. Accanto a me, assecondando il ritmo con un certo distacco, c’è un giovane che probabilmente è un connazionale del musicista, e forse musicista egli stesso, mentre un ragazzo biondo, con la coda, completamente assorto, sta vicinissimo al suonatore. Nel corridoio del métro c’è il consueto flusso delle ore di punta, la gente passa veloce fra me e la fonte della musica, quando ci sono ondate più grosse bisogna appiattirsi sulla parete per non essere urtati. Qualcuno getta un’occhiata, solo pochi rallentano. Diventa quasi una prova di resistenza restare, eppure, mentre tutto sembra far pensare al contrario, ho la sensazione che questa musica sia fatta apposta per essere suonata qui, in questa situazione, e che questo spazio sia lo spazio ideale in cui essa possa dispiegarsi, che questo tempo, sottratto alla corsa verso i treni, sia il tempo giusto della sua fruizione, ritagliato nel continuum dell’andamento musicale a ripresa, come il flusso delle persone che sembra esaurirsi per riprendere immediatamente. O forse tutta la musica, qualsiasi tipo di musica che valga la pena di ascoltare, deve essere ascoltata in luoghi e tempi impropri che come tali non devono essere definiti prima, per emergere improvvisa e imprevista proprio come non pensiamo che possa prodursi. […] Forse, quando si parla d’improvvisazione radicale, bisognerà riferirsi più alle condizioni dell’ascolto, che non al modo di produrre la musica.»
(Marco Cecconi, Verso il cuore eccentrico, nomansland 2014, pp. 22-24)

Come sempre il mio amico Marco C. sa afferrare quel nodo volatile e provvisorio fra esperienza oggettiva e soggettiva. Di sicuro la musica sta sempre al confine, nasce fuori di noi e fiorisce dentro di noi. E il luogo, il tempo, lo stato d’animo divengano tutt’uno con l’accadimento «musica».

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meno scrivo, meglio è
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