«Un lungo addio»

Da pagina 13 a pagina 89. Il precipitato, l’essenza d’una vita, in poche pagine di poesia. S’avverte quando un libro, un piccolo libro, non è stiracchiato allungando il brodo, ma è invece la scelta (forse anche difficile) da un materiale abbondante, stratificato negli anni.

Il personale e il politico.
Questa polarità, su cui tanta retorica si scrisse, si disse e si contraddisse, trova nella raccolta «Un lungo addio» davvero un elegante, naturale, equilibrio. Gian Paolo Ragnoli è uno che ci ha creduto, ma non è stata adesione superficiale, è stato proprio un modo di essere. Quindi personale e politico erano davvero tutt’uno e l’esser stati «quelli lì» lo è per sempre, anche quando non ci credi più, o almeno lo dici per quieto vivere.

«Che cosa vuol dire collettivo
tre ragazzi con le camicie a quadri
figli di Dylan nipoti di Guthrie
improvvisamente parte Don’t Think Twice
Che cosa vuol dire collettivo
certe parole andavano pur dette
certe canzoni andavano cantate
qualcosa dentro il Movimento
Che cosa vuol dire collettivo
il nostro modo di starci dentro
il personale certo è politico ma
a patto che il politico sia personale
Che cosa vuol dire collettivo
ce lo siamo chiesti spesso
in lunghe notti che sembrava non dovessero finire
aspettando risposte portate dal vento
Che cosa vuol dire collettivo
gente che non segue i leader
e preferisce andare all’osteria
che andare a bere al Bar Ideologia
Che cosa vuol dire collettivo
qualcosa che non finisce quando è finita
un senso un’urgenza che ti rimane dentro
da lì dovunque sia We Shall Not Be Moved
Che cosa vuol dire collettivo
Woody Guthrie ribelle e vagabondo
cospirare vuol dire respirare insieme
fino a che lo facciamo avranno sempre paura»

(Collettivo, pag. 22)

La creatività.
In effetti la parte più interessante del movimento che, per comodità, potremmo definire «del ’77» era pervaso d’una fresca voglia di creatività. La sensazione diffusa, sempre presente sottotraccia, era quella che la creatività non doveva mestamente rinchiudersi nel triste dopolavoro del «tempo libero». Di qui l’attenzione costante alla poesia, spesso declamata, cantata, giocata assieme, in quel grande «noi».

«Tentammo un giorno di trovare un modo
di vivere che non si risolvesse nella negazione
del desiderio, nella sopravvivenza nuda.
Altri ancora, dopo di noi, hanno affannosamente provato
a riaprire quella via che,
percorrendola ingenui
c’era crollata sotto i piedi.
Ora è tardi per noi ricominciare: li guardiamo
correre avanti come sapessero dove sia la meta
ci auguriamo per loro un futuro diverso dal nostro.
Poi di nuovo il presente ci afferra.»

(A R., pag. 15)

La musica.
Sfogliando queste pagine la musica la senti. Non come quegli orrendi biglietti per compleanno che suonano, ma la senti. Una generazione di vite impastate con la musica. La musica non era un bel sottofondo, una buona colonna sonora aggiunta alla vita. Per noi era tutt’uno con il vivere stesso, con l’essere noi. Ho pensato più volte che la musica fosse per quella generazione il succedaneo del sacro perduto. La potenza della musica ben la conosceva Nietzsche, ma non divaghiamo torniamo al bravo Gian Paolo, con questi versi dedicati ad un musicista amatissimo in quegli anni e, di certo, ancor oggi.

Syd è tornato
dal fondo dell’abisso in cui s’era cacciato
dopo essere venuto
con le sue belle mani da ragazza
con i suoi occhi di diamante nero
a lanciare ordini misteriosi
che producono brecce memorabili
Con la sua chitarra
fendeva il mondo nel senso della lunghezza
liberava stormi di aironi
gareggiava col movimento del mare
Un uomo sanguinante forse
che riscopre un segreto
sempre per la prima volta
attraversa il grande frigorifero bianco
e il fondo della sua canzone
somiglia alla notte
Ma non canta solo per se stesso
la disperazione fa salire al cielo
i suoi capelli dardeggianti
sopra il cespuglio delle significazioni perfette
Traversando le Halles al calar dell’estate
sotto una grande ala liquida
mette mano per l’ultima volta al suo lavoro
il mondo è un tendaggio tirato sugli occhi

(Syd è tornato, pag. 70)

Gli amori, le notti, Parigi.
Sparse con garbo, alcune poesie d’amore. Sensuali e sincere, il nostro le donne le ha amate con intensità da poeta e solo chi le ha amate così poi le sa raccontare. Tema costante è la notte, molti i notturni fra le pagine. E Parigi, che ricorre, come luogo reale e mitico nel contempo.

«Lasciami qualcosa che possa ricordare qualcosa di più
di un nuovo taglio di capelli
lasciati baciare mentre Sam la suona ancora
fai scivolare a terra il tuo impermeabile
tra poco saremo a Parigi
ci baceremo sotto la pioggia
mi accenderò una gauloise
e scompariremo insieme in una dissolvenza.»

(dettaglio da Lasciami qualcosa che possa ricordare, pag. 52)

Insomma è un libretto prezioso. Ottima prefazione di Paolo Chang. Non solo per chi ha vissuto quegli anni. Detto fra noi, i periodi mitici tendiamo tutti ad enfatizzarli un po’, ma non è detto che siano finiti per sempre, chissà.

Gian Paolo Ragnoli
Un lungo addio

Poesie 1977-2017
Nomansland, 2017
pp. 96

per ordinare il libro, se non s’ha modo di passare alla libreria Liberitutti alla Spezia in Via Tommaseo, è ben accetto contattare l’Autore
wobblies[chiocciola]libero.it
che è anche, contrariamente al sottoscritto, assai attivo su facebook
https://www.facebook.com/gian.ragnoli

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meno scrivo, meglio è
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