la bocca sollevò… [3. θάνατος]

Sempre intensa la contiguità fra il cibo e la morte. Quante volte abbiamo sentito, a proposito di questo o quel condimento: «con i fusilli è la sua morte!». La morte e il cibo sono imparentati, avviluppati inesorabilmente. Gli animali che mangiamo (ma anche le piante, spesso) sono quasi sempre morti, anzi, ci fa ribrezzo l’idea di mangiare un animale vivo. Su questo punto gli animalisti hanno ragione: le nostre tavole sono imbandite di creature uccise, spesso anche in tenera età. Ma scavando nelle radici della nostra cultura, i pasti sono presenti non poco nel crogiolo del mito e della leggenda. L’ombra del pasto organizzato da Atreo incombe su tutta la meravigliosa trilogia dell’Agamennone. Nel cristianesimo si rinnova continuamente il rito dell’Ultima Cena e, sono convinto, c’è traccia di questo in ogni cena d’addio, magari quando uno, finalmente, è riuscito ad agguantare la pensione. Ai funerali, da noi non si mangia, ma poi, verso sera, senza troppo celarne la sconveniente incipiente allegria, raramente di salta la cena. La morte forse ci turba per l’idea che di là, in paradiso, non si mangia, non c’è neanche una triste macchinetta sputamerende come nei corridoi dell’ospedale. Le diete fanno bene, ma sono un po’ tanatoestetiche, diciamolo una buona volta.

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meno scrivo, meglio è
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