un dopo

«… sappiamo che la sua opera ripete insistentemente la presenza di alcuni determinati oggetti (bottiglie, fiori, teiere). In questa ripetizione non si tratta solo di oggetti che, come spettri insonni, ritornano, ma del segreto del tempo stesso. È questo un motivo centrale di tutta la poetica morandiana: il senso del tempo. In gioco non è qui certo il tempo della storia, né quello cronologico o matematico della scienza, ma il tempo nella sua relazione profonda con l’eterno. Tutti i suoi oggetti, infatti, appaiono fuori dal tempo, senza tempo, al di là del tempo. […] Si tratta di una dimensione melanconica fondamentale che non deve essere confusa con lo stato melanconico come stato francamente patologico.» (Massimo Recalcati, Il mistero delle cose, Feltrinelli 2016, pag. 37)

Quando cerchiamo d’afferrare una sensazione profonda, subito giochiamo la partita del tempo. La sensazione d’eternità di certi attimi è il sintomo palese che è scattato lo scarto temporale, la percezione d’aver fermato nell’attimo/eterno la giostra. Forse una nostalgia inguaribile di quella sensazione di eternità che ci offriva l’infanzia, o forse d’uno stato primordiale incosciente ancor più antico, prima di questo fastidioso «noi stessi».

Le parole, nelle parole siamo noi, ma le parole sono sempre un dopo. Un dopo elegante, se sai scrivere, ma un dopo, senza scampo.

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meno scrivo, meglio è
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2 risposte a un dopo

  1. poetella ha detto:

    Già, un dopo.
    Non c’è più nessuno dopo.
    Per questo non scrivo più.

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