La Firenze di Marco C.

Riporto un capitolo del libro di Marco Cecconi, «Il richiamo». Circa da pag. 14 del volume edito col marchio «No man land». Magnifica rievocazione della Firenze della sua infanzia. Per me c’è la qualità di un Walter Benjamin. Formidabile anche il finale, un momento di ritorno per rivedere e ricordare. Ricordi fisici, tattili, cibi, luci, e riflessioni sulla natura stessa dei ricordi. Personaggi che riemergono, proustianamente, dai luoghi, descritti con leggera e intensa tenerezza. È uno scrittore di razza, pressoché sconosciuto, il Marco. Qualche volta lo convinco a dir due paroline in un video. Leggete che ne val la pena.

Le due zone della città su cui gravitavo erano il quartiere di Rifredi, dove abitavo dalla nonna, e un territorio fra il quartiere delle Cure, il Ponte Rosso, il Mugnone e la via Bolognese, dove c’erano le case degli zii e dei cugini. Non ricordo nulla degli spostamenti da una zona all’altra: se qualcuno non ci dava un passaggio in macchina, sicuramente prendevamo un autobus, ma non saprei indicarne l’itinerario.

Oltre a queste due zone, si andava anche a Settignano, dove stavano altri zii e cugini materni, ma vedevo questa frazione in collina come un paese vero e proprio, che poco aveva a che fare con Firenze, anche se vi si arrivava in poco tempo con la filovia che partiva da piazza San Marco. Settignano mi piaceva molto, e mi piaceva anche la casa degli zii, che potevo esplorare a partire dalla cantina, a cui si accedeva da una sorta di botola, fino alla terrazza sul tetto, su cui si arrivava salendo per una scala a chiocciola.

La terrazza, oltre a offrire una vista panoramica su Firenze, era il luogo di preparazione di arrosti e grigliate varie, perché in quella casa si mangiava parecchia carne.

L’ultima volta che sono salito su quella terrazza è stato qualche anno fa, quel giorno di dicembre che Firenze rimase bloccata da una nevicata. Ero andato a pranzo a Settignano dai cugini ed ero salito sulla terrazza proprio mentre la neve cominciava a cadere e Firenze scompariva in un’aria grigia.

Quando ero uscito per andare a riprendere l’autobus, la neve già cadeva abbondante e le strade erano bloccate. Così decisi di scendere a Firenze a piedi, sotto la neve, per la strada completamente libera dal traffico. Ricordo quella passeggiata come una delle più leggere e libere che abbia mai fatto. Nessuna fatica, nessuna fretta, malgrado nevicasse copiosamente: in un tempo indefinito mi ritrovai in piazza San Marco e poi alla stazione, dove il grande caos spezzò l’incanto del camminare.

Una volta capìto che non sarei potuto tornare a casa in giornata perché non c’era nessun treno né nessun altro mezzo, andai a cercare un albergo, e il primo dove mi fermai fu quello buono. Rimasi un po’ a riposare, non perché fossi stanco, ma per stare sul letto senza far nulla, perfettamente in vacanza, a guardare la neve cadere sulla cupola delle Cappelle Medicee. Smise di nevicare e io uscii in una serata che era diventata quasi tiepida. Ricominciai a camminare per Firenze innevata, piena di gente che non faceva che fotografare, mi fermai a mangiare in un posto che conoscevo, dove mangiai molto bene, e poi di nuovo a camminare, decidendo di smettere solo perché era tardi e il giorno dopo avrei dovuto cercare di tornare a casa…

Così, grazie a quella nevicata, non solo avevo avuto un supplemento di vacanza, anzi, una vera e propria vacanza inaspettata, ma avevo ricongiunto Settignano a Firenze nell’unico modo possibile per ricongiungere davvero due luoghi, cioè fare il percorso a piedi.

Ma nella mia infanzia Settignano non era Firenze, anche se partecipava della stessa atmosfera di vacanza e di uscita dal quotidiano.

Perché per me Firenze era fatta essenzialmente dalle due zone di cui ho detto. Ora, se devo individuare all’interno di queste zone i luoghi che le rappresentavano in modo particolare, dico, senza esitazione, via Dino del Garbo da una parte e il Giardino dell’Orticoltura dall’altra.

Non saprei spiegare perché via Dino del Garbo, côté nonna paterna, mantenga questa risonanza in me, se veramente sentivo la sua centralità già in quegli anni o se abbia acquisito il suo strano fascino solo dopo, con il mio ritornarci in età più matura e l’elaborazione dei ricordi. Si tratta di una via senza particolari caratteristiche, con qualche negozio e una scuola elementare che vedevo sempre senza ragazzi, dato che capitavo nei periodi di vacanza. Una via che si percorreva, venendo da via Alderotti dove abitava la nonna, per andare verso viale Morgagni e piazza Dalmazia, la piazza che era un po’ il centro del quartiere e dove a volte si faceva la spesa, un luogo ancora oggi molto animato ma che ha più l’aspetto di un incrocio che di una vera piazza. In via Dino del Garbo ho notato solo di recente due negozi chiusi, probabilmente già da qualche tempo, a giudicare dall’aria invecchiata delle insegne: un tappezziere e un elettricista, che forse esistevano anche ai tempi della mia infanzia, ma di cui non ho alcun ricordo. Vicino, sicuramente molto più recenti, la trattoria-pizzeria “Purgatorio” e il negozio di alimenti biologici “Il lombrico felice”. All’angolo con via Alderotti c’è un hotel che penso esista solo da qualche anno – ma potrei sbagliarmi – un piccolo hotel dall’aria dimessa, uno di quei posti che, se fossimo a Parigi, sarebbe probabilmente gestito da maghrebini. Immagino che sia stato aperto lì in funzione del vicino ospedale di Careggi. L’ospedale era l’immediato al di là del quartiere, di cui sapevo l’esistenza ma a cui si volgevano le spalle. Chissà se avrò mai fatto una passeggiata in quella direzione, dove c’era sicuramente ancora tanta campagna?

Sono certo però che una volta andai in quell’ospedale, con mia madre, a trovare una parente, una giovane donna che sarebbe morta dopo una lunga malattia a nemmeno trent’anni e che dopo la morte avrei sentito nominare sempre con l’aggettivo “povera” davanti al nome, cosa che per me aggiungeva un ulteriore carico di tristezza a quella breve vita. Forse non entrammo nemmeno all’interno dell’ospedale, perché ricordo che l’avevamo incontrata fuori, in vestaglia, e a me sembrò molto ingrassata, per come la ricordavo, cosa che vedevo in contraddizione con la malattia. Forse sentii parlare allora per la prima volta degli effetti del cortisone.

Ricordo due episodi legati a via Dino del Garbo: alcune automobiline a cui tenevo molto comprate in un negozio che forse era ed è una tabaccheria, e l’acquisto della mia prima cartella da scolaro in una cartoleria che esiste ancora, davanti alla scuola. Doveva essere l’estate prima dell’inizio delle elementari, e dell’acquisto della cartella avevo sentito parlare già da tempo, per cui percepivo il forte valore simbolico di questo atto. Ricordo anche un classico fraintendimento linguistico: gli adulti usavano spesso con me dei diminutivi, per cui ripetevano la parola “cartellina” senza spiegarmi di cosa davvero si trattasse, per cui io l’assimilavo a “cartolina”, parola che invece conoscevo, e mi domandavo a cosa potesse servire una cartolina nella scuola che stavo per cominciare. Così questa parola ha continuato a incombere su di me, come il per me imponente edificio vuoto delle scuole di via Dino del Garbo, che vedevo, da un altro lato, anche dal balcone della casa della nonna. Il Mistero della Scuola ha così aleggiato a lungo e non so se l’acquisto della cartella contribuì veramente a risolverlo: svelato l’arcano della “cartellina”, i miei giorni a venire nel mondo della scuola restavano comunque ampiamente avvolti nel mistero.

Ma in via Dino del Garbo c’era qualcos’altro di molto importante: un cinema all’aperto di cui restavano tracce ancora poco tempo fa, e che ora è diventato un piccolo giardino pubblico. In quel cinema andai forse pochissime volte, ma esso costituiva una continua promessa non so quanto spesso mantenuta.

Di sicuro – si fa per dire, dato che non ha molto senso parlare di sicurezza a proposito di ricordi d’infanzia e di ricordi in genere – in quell’arena estiva vidi un peplum, genere da me molto amato in quegli anni. C’era anche un cinema in piazza Dalmazia, il cinema Flora, e quasi sicuramente andai anche lì.

Non credo che avesse un’arena estiva, ma ricordo che aveva due sale, cosa non consueta allora, denominate, con un lessico che appare veramente d’altri tempi, Flora Sala e Flora Salone. Il cinema esiste ancora e ha ancora due sale, Flora 1 e Flora 2.

Un ulteriore ricordo (?) cinematografico risale ad anni precedenti, alla primissima infanzia, e si riferisce a quella che dovrebbe essere stata la mia prima volta al cinema. Mi avevano portato a vedere un cartone animato ed io mi ero tanto spaventato che eravamo stati costretti a uscire quasi subito. Ma questo dubbio ricordo, su cui ho molto fantasticato, ne innesca un altro, che forse non merita nemmeno il nome di ricordo, tanto appare arbitrario e quasi interamente costruito a posteriori: mi piace immaginare di essere andato con i miei genitori a vedere L’uomo che sapeva troppo, un film del ’56 uscito in Italia forse l’anno successivo, ma non ho verificato e non m’interessa verificare. Ora, mi sembra improbabile che i miei mi abbiano portato, così piccolo, a vedere un film del genere, ma è anche vero che un tempo i genitori non si preoccupavano poi tanto di certe cose: bastava che i figli stessero buoni. Penso invece di aver sentito spesso in quegli anni la canzone Que sera, sera, molto popolare anche nella versione italiana, e che solo molto più tardi ho collegato al film. Però mi piace, continua a piacermi, l’idea di aver visto il film da piccolo o da piccolissimo, a Firenze con i miei genitori, magari durante le vacanze di Natale.

Mi piace collegare questa idea alla scena madre del film, dove appunto la madre, cantando a squarciagola quella canzone, riesce a raggiungere il figlio rapito. Questo evidente cordone ombelicale ho continuato a farlo circolare nelle mie vicende e nei miei ricordi improbabili.

A monte di via Dino del Garbo comincia una salita che arriva al cosiddetto Poggetto. Su questa strada c’era la bella casa dei cognati della nonna, con un giardino e un cane, dove andavo sempre con molto piacere. Questa casa l’ho ricordata nel corso del tempo come una villetta indipendente, e pur essendo passato da lì altre volte, solo durante una recente visita ho dovuto constatare che si trattava del piano terra di una palazzina a tre piani, dimostrazione di come i ricordi cerchino di resistere alla prova dei fatti. La casa costituiva l’ultima frontiera dei miei spostamenti: più in là c’era appunto il Poggetto, ora occupato completamente da abitazioni ma che allora era una collina verde dove giocavano i ragazzi. Con un mai confessato rammarico, sono quasi sicuro di non esserci andato a giocare nemmeno una volta.

Più evidente il fascino del Giardino dell’Orticoltura, côté zii e cugini materni. Già il solo nome del luogo evocava un paradiso di delizie, e io amavo pronunciare e sentir pronunciare questo nome difficile, anche se sicuramente non riuscivo a svolgerne il significato.

Perché anche qui si trattava di una promessa: il Giardino dell’Orticoltura era di solito la meta finale di itinerari di visite a parenti da cui ero sicuramente coccolato e sinceramente amato ma che fatalmente, dopo un po’, dovevano annoiare anche un bambino paziente come me. Di solito si andava prima dagli zii che abitavano in via Passavanti, quartiere delle Cure, in una casa a piano terra che aveva anche un giardino interno un po’ buio ma ben curato, con un nespolo e anche le piantine di fragole. In quella casa non mancavano mai le merende con il prosciutto del Casentino, che lo zio tagliava con il coltello.

Poi si andava a trovare gli altri zii, passando a piedi lungo il Mugnone, cosa che a me piaceva, perché vedevo l’acqua, l’erba, gli animali, e certe piccole case proprio sul fiume che esistono ancora. Questi zii abitavano sulla via Bolognese, proprio davanti a una delle entrate del Giardino, in un appartamento ai piani alti che si raggiungeva per delle scale ripide, strette e buie. Ho rivisto di recente quei palazzi sulla via Bolognese e non avrei saputo riconoscere quello degli zii, ma ho notato che sono tutti palazzi di due piani più il piano terra, e non danno assolutamente l’idea di case scomode. La zia era paralizzata e non aveva l’uso delle gambe, ma si muoveva con disinvoltura sulla sedia a rotelle nel suo piccolo appartamento. Era brava a cucinare, credo che un tempo avesse fatto la cuoca, e la ricordo in cucina, immagine che si è fissata particolarmente perché mi colpiva e m’inquietava il suo forte tremito alle mani. Credo anche che ogni tanto uscisse, portata letteralmente giù dallo zio, non so come. Negli ultimi anni, prima di finire in una casa di riposo, andarono ad abitare in un appartamento a pianterreno, vicino all’altra entrata del Giardino, ma credo di essere andato a trovarli solo una volta nella nuova casa, così come andai una volta a trovare la zia, rimasta vedova, nella casa di riposo, poco prima che morisse. Ma ormai ero più grande.

Quella zia andava tutti gli anni a Lourdes con il treno dei pellegrini e dei malati. Il treno passava da Spezia e si fermava qualche minuto, così mia madre si metteva d’accordo con lei per andare a salutarla in stazione e mi portava di solito con sé. Non riuscivamo a trovare subito la zia, cosa che a me procurava angoscia, e il tempo che restava per parlare, lei affacciata come poteva al finestrino, noi sul marciapiedi, era veramente poco. Anche se io non avevo da dire niente di particolare alla zia, mi metteva tristezza il fatto che queste due sorelle dovessero vedersi in quel modo, in quei pochi minuti che dovevano essere preziosi per loro, visto che le occasioni non erano tante, a Firenze non si andava poi così spesso e in quegli anni non avevamo il telefono in casa. Era una cosa che non capivo, come non capivo quel treno che mi appariva un po’ sinistro, quasi un trasporto, con quei vagoni con le croci rosse, un treno blindato stipato di malati. Quel treno non riuscivo proprio ad associarlo al viaggio, era in fondo come un treno fermo, paralizzato, come la zia, come molti dei malati che trasportava.

Nella casa di via Bolognese la cucina sempre in funzione, l’accoglienza calorosa e la naturale antica bontà degli zii non potevano cancellare la tetraggine di quelle stanze anguste e con poca luce, così uscire da lì ed entrare nel Giardino dell’Orticoltura era un po’ una liberazione.

A ben vedere, il Giardino non offriva poi grandi cose e all’epoca era piuttosto trascurato, con il grande tepidario in vetro e metallo abbandonato e con tanti vetri rotti.

Penso ci fossero dei giochi, ma non dovevano costituire un particolare motivo di attrazione, né c’erano veramente grandi spazi liberi per le scorribande. Ma proprio accanto al Giardino passava la ferrovia e io restavo molto tempo a guardare i treni. Non so se giocavo con altri bambini – non avevo amici o cugini della mia età a Firenze e forse ho avuto a malapena le amicizie effimere dei giochi – ma il Giardino dell’Orticoltura, nella sua eleganza bizzarra d’altri tempi, era per me un luogo di possibili meraviglie all’incrocio delle frequentazioni parentali.

Ora il tepidario è stato accuratamente restaurato, e se ne sta lì bello e fragile, ma non si capisce bene che cosa se ne voglia fare. Così almeno mi diceva la signora che gestiva un chiosco nel Giardino, una mattina di settembre in cui ero arrivato lì venendo a piedi da via Dino del Garbo, percorrendo un tratto di via Alderotti, quindi la lunga via Vittorio Emanuele, dignitosamente residenziale, fino al punto dove è interrotta dalla ferrovia e bisogna salire su via Trento, cosa che permette però una vista dall’alto del Giardino, per ridiscendere infine sulla via Bolognese dove c’è l’entrata. Mi ero seduto all’ombra, in una di quelle giornate dell’anno in cui si sta bene sia all’ombra che al sole, prendendo prima un aperitivo e decidendo poi di pranzare lì, scambiando qualche parola con la signora, osservando gli avventori, il giovane maghrebino che aiutava nel chiosco, la ragazza venuta a portare un curriculum e che si era messa a parlare di problemi di lavoro, le figure più in lontananza: pochi bambini, qualche anziano, donne e uomini di passaggio, immigrati che apparivano incerti fra il transito e la stanzialità e introducevano una dimensione del tempo che in quel momento sentivo molto congeniale. Osservando, mangiando e bevendo, mi è venuto da formulare un pensiero elementare di pacata tristezza: “Quelli che mi volevano bene sono quasi tutti morti”.

 

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