Leopardi, neuroscienza, filosofia, malinconia

Beato lù chi ne sà manco d’ess’ar mondo! Ogni tanto da bambino sentivo echeggiare questa frase in dialetto. La dicevano i grandi a proposito di qualche sempliciotto, un misto fra commiserazione per la scarsa intelligenza nonché sottile invidia per l’incapacità di rendersi conto della durezza del vivere. Già, lo stare al mondo, problema di tutti, non solo dei filosofi o dei grandi poeti.

Il tema ricorre nelle pagine d’un bel libro basato su due saggi. Il primo saggio è dello scienziato Edoardo Boncinelli, il secondo del filosofo della scienza Giulio Giorello. Il titolo è «L’incanto e il disinganno: Leopardi poeta, filosofo, scienziato» per i tipi di Guanda, 2016. Si legge con interesse il testo di Giorello, un commento interessante, originale, di alcuni testi giovanili sulle vicende della scienza astronomica. Ma, per brevità e per passione, accenno solo a «L’uomo e la natura, Leopardi e la filosofia» di Boncinelli», 75 pagine dense e preziose non poco.

Il disinganno, parola chiave, è ben presente in Leopardi, è il sapore di fondo della malinconia che pervade i suoi componimenti. Notare: malinconia e non pessimismo (ma non apriamo la parentesi, per ora). Ma il disinganno è anche, spiega con ripetuti esempi, la condizione determinata dalla stessa umana biologia. Il nostro apparato cerebrale, nel lungo processo di maturazione, innesca inevitabile un inganno e un disinganno.

Vediamo Leopardi, (il testo contiene molte citazioni e Leopardi di prima mano è sempre un bel regalo a noi stessi).

O speranze, speranze; ameni inganni
della mia prima età! sempre, parlando,
ritorno a voi; che per andar di tempo,
per variar d’affetti e di pensieri,
obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
son la gloria e l’onor; diletti e beni
mero desio; non ha la vita un frutto,
inutile miseria. E sebben vòti
son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
il mio stato mortal, poco mi toglie
la fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo.
(Le ricordanze, vv. 77-89)

Quel «caro immaginar mio primo» penso lo abbiamo provato tutti. Illusioni sulla vita, sogni di gloria o d’amore, quel senso anche un po’ pericoloso d’incosciente invulnerabilità dell’adolescenza, e via inanellando la collana delle illusioni che, pian piano, la vita ha demolito, con mano a volte felpata a volte brutale e irriguardosa.

Il problema è che siamo molto lenti a capire il mondo, ed è un processo assai tipico della nostra specie umana. Si nasce con un sistema nervoso ed un apparato cerebrale largamente inadeguato per analizzare con precisione, rapidità, destrezza la realtà cui è immerso. Inoltre, l’evoluzione, premia anche una certa propensione giovanile allo slancio, al rischio, le illusioni sono indispensabili all’agire che protende all’accoppiamento sessuale e quindi al proseguimento della vita. Tutto questo, comporta, ovviamente, quando ci si rende conto della ruvida realtà, una certa malinconia (non tutti però saranno grandi poeti, è evidente).

Molto interessante come la corteccia cerebrale allestisce il nostro racconto interiore, la nostra capacità di inventarci il mondo, il nostro tentativo di rendercelo sopportabile. Il tutto in un processo lento, dalla prima infanzia fino alle consapevolezze dell’età adulta.

«Operando senza sosta e completamente inosservata, la nostra corteccia cerebrale ricuce per noi nel giro di qualche decimo di secondo le sparse membra della realtà esterna e interna, componendole in un quadro unitario e accettabile. Non diversamente fa, fin tanto che puo’, con le nostre azioni. A noi sembra sempre di sapere perché abbiamo compiuto una certa azione, anche quando non l’abbiamo compiuta in maniera del tutto consapevole o autonoma, perché siamo stato per esempio influenzati da stimoli esterni. Questa è in fondo la base delle “spiegazioni” che diamo di tutti i nostri comportamenti e il motivo profondo per cui riteniamo sempre che la ragione stia dalla nostra parte e il torto dalle altre. […] Tutti questi meccanismi e facoltà sono costitutivi dell’essere umano e ne rappresentano la croce e la delizia, il vanto e il tormento, ma non potrebbero essere completamente e contemporaneamente presenti fin dalla nascita. Le leggi dello sviluppo biologico e mentale ci impongono un periodo di maturazione e di messa a punto di tali meccanismi: non possiamo nascere con un cervello del tutto sviluppato, non è biologicamente possibile e non ci converrebbe affatto.» (pag. 38)

Il rapporto più complesso, difficile, irrisolto è il rapporto con la Natura. Credo tutti ricordiamo le domande senza risposta che rivolge l’Islandese. Boncinelli ricorda come Leopardi è davvero ben avanti, per la sua epoca, nella sua consapevolezza, che potremmo definire darwiniana, che la natura non è al servizio dell’uomo, così come non lo è il pianeta e l’universo tutto. Però in Leopardi c’è l’incanto, nonostante tutto. Nonostante tutto la sua ammirazione per la bellezza della natura rimane, e rimane la consapevole malinconia di chi ha compreso la condizione irrisolta dell’essere uomini.

Di Lopardi molto si è scritto, e molto si è frainteso. Questo saggio invece afferra la grandezza di questo grande filosofo italiano da una prospettiva originale e, per me che amo ben più la biologia che le svolazzanti congetture, di grande interesse.

Edoardo Bencinelli, Giulio Giorello
L’incanto e il disinganno: Leopardi poeta, filosofo, scienziato
Guanda, 2016
160 pp.

 

 

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2 risposte a Leopardi, neuroscienza, filosofia, malinconia

  1. La vita ci spinge avanti, anche con inganni e illusioni. Forse solo i grandi poeti ne sono consapevoli.

    • diegod56 ha detto:

      in effetti Leopardi, cara Marina, non pensa che le illusioni debbano essere rimosse, in quanto indispensabili per poter affrontare la vita, e la sua grandezza è questa consapevolezza che però non pretende di cancellarle e ne fa poesia

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