Il racconto dell’isola sconosciuta

L’amico Luigi Maria Corsanico, con lodevole impegno e risultato eccellente, ci offre la lettura di un bel racconto, denso di simboli, onirico, direi molto «americolatino», di José Saramango.

Per chi ha difficoltà a leggere, queste letture sono preziosissime. E per tutti noi, dopo una giornata di computer, riposar la vista ed ascoltare buona letteratura, è una piacevole alternativa.

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meno scrivo, meglio è
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21 risposte a Il racconto dell’isola sconosciuta

  1. Pasquale ha detto:

    Scusa Diego, ah no, proprio no, non posso ascoltare un racconto che incomincia con errori di dizione marchiani. Si dice Ré e non Rè che è la nota nota. E via con béne, in luogo di bène, avvolgéndosi in luogo di avvolgèndosi. Mi dispiace ma non posso andare oltre. Nè tu dovresti mettere in giro cose inesatte. È propaganda dell’approssimativo. Perché lo fai, non so se lo sai. Non sapere la dizione italiana, non è un peccato mortale. Ma se metti in giro la tua non-conoscenza sì. Ritengo che avere un blog configura una responsabilità civile. DI civiltà intendo. Tutto quello che esce dalle penne o dalle voci nostre deve essere verificato o autorevole. Nessuno che abbia buon senso fa il medico perché gli piace la divisa. [parte omessa da Diego] Difendo è ovvio una categoria di cui il dilettantismo si è impadronita. Come l’arte in genere. Quanto a Saramago, come fai ad asserire che è americolatino, e molto, lo sa il signùr. Tuo aff.to. P.

    • diegod56 ha detto:

      Le tue osservazioni sono sempre importanti. Sulla pronuncia, caro Pasquale, puo’ essere che influisca l’esser cileno del nostro amico.
      Io penso che le tue osservazioni preziose, da uomo di teatro di professione, saranno sicuramente raccolte con interesse. Però io non vedo un grande problema nell’approssimativo, è per tentativi che procede la vita, son le piccole mutazioni involontarie del dna a permettere l’evoluzione. Io sono spreciso per natura, physis dicevano i greci.
      La mia tragica pronuncia spezzina mi indurrebbe al silenzio, eppure parlo lo stesso, dai.

  2. Grazie, caro Diego! È proprio questo il mio intento: aiutare chi ha difficoltà a leggere, oltre, naturalmente al mio piacere di leggere ad alta voce, un “metodo” impostomi da mio padre quando ero piccolo, che ho poi seguito per tutta la vita.
    “Il viaggio di Saramago alla volta dell’isola sconosciuta è metafora del viaggio dell’uomo verso la conoscenza di sé, è il viaggio della vita. Ecco che il compagno di viaggio, figura femminile che apre la porta delle decisioni, diviene Ombra-Anima; ecco che la barca, la caravella data dal re, diviene isola, cioè noi stessi. -Viaggiare è un’immagine dell’aspirazione, dice Jung, del desiderio mai saziato, che in qualche modo trova il suo oggetto. Il viaggiatore fa esperienza del negativo: la notte, gli inferi, il labirinto, la prigionia, le prove e le tappe del viaggio rappresentano riti di
    purificazione necessari per l’evoluzione di chi le attraversa -”. Per questo il racconto breve di Saramago mi ha affascinato; per me, che ho lasciato il lido sicuro per un’isola sconosciuta, cercando di ritrovarmi e ancora… sto viaggiando…

  3. Ho scritto il mio commento senza aver letto il commento del Signor Pasquale… mi dispiace di aver urtato la sua sensibilità. Sì, non sono un dicitore professionista, solo un appassionato lettore che condivide le sue passioni nel proprio blog. Non aggiungo altro, se non che questo commento mi ha davvero mortificato. Pazienza.

    • diegod56 ha detto:

      Onestamente sulla pronuncia esatta in italiano delle vocali, probabilmente per la mia mescolanza fra Liguria e Val Trompia, navigo nel buio totale. Secondo me sarebbe utile approfondire, giacchè sul significato degli accenti (grave e acuto) penso che la schiera dei disinformati (cui faccio parte) è cospicua. Peccato che debbo lavorare, se no ci studierei su. Pasquale è un amico, limpidissimo e spietato, più ti vuol bene più non te ne fa passare una.

      • D’accordo … ma c’è modo e modo! ” E questo tuo amico si comporta così; offende chi a torto o a ragione esercita il mestiere di attore. Si sente dotato” …. Questa è violenza verbale, io non ho inteso offendere nessuno… Assurdo! Mi ha fatto molto male e in questo momento della mia vita non ne avevo proprio bisogno: ti prego, se puoi, di eliminare questa pubblicazione, mi sento male solo a rileggerla. Grazie e perdonatemi!

        • diegod56 ha detto:

          Facciamo così, caro Luigi Maria, levo la frase di Pasquale laddove è diretta ad personam, lascio però il giudizio generale che ovviamente, da attore e regista professionista, non è emendabile.

  4. Caro Diego, non sono cileno… sono italiano. Ciao!

  5. tramedipensieri ha detto:

    La delicatezza, invece…non si insegna da nessuna parte.

  6. popof1955 ha detto:

    Grazie Diego per la condivisione.
    Ho letto i commenti, ho visitato il canale youtube di Luigi Maria Corsanico e mi ci sono iscritto.
    Ciao.

  7. Pasquale ha detto:

    Chiamato in causa, anzi per certi versi rimesso al tribunale del popolo, preciso. Ma non emendo. Intendo il blog non luogo di diletto, ma di proposizione. Il giudizio apollineo del prof. Eco sul permesso che ogni fesso si dà nella rete di diffondere la propria fesseria, assolve la rete ma non l’uso che se ne fa. Diffondere l’approssimativo dunque è, se devo interpretare alla lettera il mio ruolo di implacabile, ruolo in cui mi ritrovo benissimo da sempre, proprio perchè è vero ciò che Diego affermi, che sono mite e buono ma non fesso, è, dico per me, un peccato mortale. Perché , come diceva infuriandosi Paolo Grassi, il fondatore del Piccolo Teatro di MIlano, omologa al basso. E fa del basso il paradigma, il docente unico, bref l’ago della bilancia del marketing inteso come stile di vita. Infine Diego, a te mi rivolgo, la materia della dizione non è una novità da approfondire; è un dato di un mestiere. E filosofia. Ma risale, per la nostra terra, di sicuro al Manzoni e prima ancora direi, al Vallisneri, a tanti uomini dabbene che si sono sforzati di portare la lingua italiana fuori dalla babele delle sue interpretazioni locali. Peraltro ti ricordo che Goethe fu autore di un manuale di pronuncia del tedesco e Proust lo sai come deride i malvezzi linguistici. Ogni lingua peraltro afferma, fuori dal palcoscenico che c’entra poco forse, una sua correttezza, che non è pura forma ma forma di un’educazione alla relazione. È materia opinabile, insegno io, ma concreta. Così il lionese, l’oxoniense, o queen’s english, il castigliano, il tedesco di Heidelberg, il bostoniano, sono gli orizzonti linguistici cui una persona che si coltivi si sforza almeno di tendere, per tendere una mano all’altro e non gli speroni degli stivali e il trogolo. La dizione è questo, educazione del dire per essere. O è farfugliare. Accomodarsi in questo farfugliare, piuttosto che nell’urlo è uso comune oggi in nome di una spontaneità, il ’68 ci ha giocato, lo si vede in giro e tu Diego ne hai parlato, che annichilisce il bello e il buono ( quello del nostro liceo classico, ricordi), anche la semplice buona educazione; che non va confusa peraltro, con la bontà. E che non è prodotto di una classe obsoleta ma di classe. La quale si sa non è acqua. Mi spiace per il dolore del tuo amico ma la sensibleria non può negarsi al giudizio in nome della buona intenzione.

  8. diegod56 ha detto:

    Io avevo chiaro il tuo pensiero, ma secondo me espressioni meno urenti verso un pacifico signore che registra delle letture per pura passione e diletto sarebbero state all’uopo. È vero che la dizione professionale è altra cosa, ma mettiamola così: supponiamo che io non possa leggere perchè cieco e un amico mi legge un libro che sta leggendo, e lo legge con amore e passione di quel che fa, non posso biasimarlo, ma ringraziarlo. Se esiste il web con le sue tecnologie, si sono modificati gli spazi, lo spazio privato si allarga ad una cerchia di amici più ampia. Io leggevo i libri ad un mio amico professore cieco, e il mio spezzino delinquenziale lo sopportava volentieri. A me la lettura di Luigi Maria piace in quanto tale, non la paragono con una lettura d’attore, è una lettura d’amico. Comunque, di Diego scrivi con la penna più corrosiva che hai, io non mi arrabbio mai, comprendo il profondo affetto, ma degli altri amici scrivi con penna più lieve, sì che sia meglio apprezzata la tua competenza. A rileggerti, caro Pasquale.

  9. Pasquale ha detto:

    Accolgo il tuo dire Diego con piacere; ammetto di avere calcato la mano ché si tratta di argomenti sensibili per me, da sempre. Peraltro ho stigmatizzato e continuo e non sono d’accordo con te, il pubblicare cose non rigorose per ottime. Il diletto, sì non è cosa malvagia, ma ritengo andrebbe nascosto non potenziato dai mezzi. Che non sono neutrali, tu lo sai. DI fatto affermano che ciò che si pubblica è buono per la sola ragione che è diffuso. Anche questo lo sai. Ti abbraccio e ti prego di spiegare al tuo amico ciò che ha ferito il suo io. Non escludo di non essere chiaro per tutti. Tuo P.

  10. Prof. Woland ha detto:

    Carissimi,
    intervengo nella questione perché è una di quelle che mi sta davvero a cuore e per le quali mi batto da sempre. Ho sempre ritenuto, infatti, fin dai tempi del liceo che fosse inaccettabile non tollerare (anche a scuola, intendo) errori di otografia e tollerare anzi ignorare gli errori di ortoepia. Se parlando inglese o francese sbagli la pronuncia nessuno te lo perdona ma se un insegnante in classe dice tópo (o chiusa) anziche tòpo (o aperta) perché è sardo, oppure mèla (al posto di méla) perché è siciliano, o perchè dal momento che è milanese, va tutto bene. No, amici miei, proprio non sono d’accordo. Una volta per essere assunti alla Rai bisognava conoscere a menadito ilDOP (Dizionario d’ortografia e di pronunzia di cui esiste una meravigliosa versione on line con pronuncia audio) ora ovunque si sente una sciatteria incredibile anche da parte di coloro come giornalisti e attori (che fine hanno fatto i corsi di dizione? Sordi fu cacciato dall’Accademia per il suo accento romanesco) per i quali la lingua è strumento di lavoro.
    C’è stato anche un errore di metodo: i francesi (per esempio) hanno adottato segni diacritici obbligatori a scanso di equivoci.
    Devo dire che certe lacune sono difficili da colmare da adulti e quindi solo la scuola potrebbe adoperarsi in tal senso.
    Mi rendo conto del fatto che si tratta di una vera utopia: basti pensare che i veneti vogliono il bilinguismo. E qui mi taccio per carità di patria.

    • diegod56 ha detto:

      Graze Prof. W., per il qualificato e qualificante commento. In effetti la discussione con Pasquale era poi virata sul suo scrivere con troppa durezza, a mio avviso, critiche che, nel merito, sono serie e importanti.
      Però, caro Prof. W., io penso che un conto è scrivere sul suo blog, qualificato e in qualche modo anche «certificato» dall’esser scritto da lei e dall’ottimo Luigi Bruschi nell’alveo di Repubblica, un altro conto è un piccolo blog privato con 30 amici che passano si e no.
      Certo, la dizione corretta va rispettata, ed è comprensibile chi, per qualificata professionalità, la difende.

    • Pasquale ha detto:

      Oh, ma la c’è la provvidenza.

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