anche il silenzio

Prima di proclamare, con banale prosopopea: «sono libero», è bene ragionarci un momento. Anzitutto non è possibile esser liberi dall’essere incorporati, intrisi, inesorabilmente coessenti al nostro corpo. Quindi se, per un accidente evolutivo, da qualche groviglio di neuroni emerge una coscienza del sè, suddetta coscienza sopravvaluta (è il suo mestiere) a noi stessi la nostra libertà. In realtà molto di quel che decidiamo di desiderare è frutto d’un lavorìo inconscio, ormonale, che stimola l’io a prender delle decisioni (in apparente libertà). Io penso che la libertà è, in ultima istanza, la libertà d’esser quel che il nostro corpo esige: respirare, dissetarsi, ed anche, si badi bene, il non sentirsi soli. Sì perchè l’amicizia è un sentimento profondamente fisico, non a caso la si rafforza condividendo il cibo. Ed anche il silenzio, con un amico stai bene in silenzio, ma vicino. Sulla vicinanza, non banale, ma evolutivamente recentissima, intessuta con mezzi tecnologici, scriveremo più avanti.

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meno scrivo, meglio è
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9 risposte a anche il silenzio

  1. poetella ha detto:

    condividendo il tutto… aspetto il resto (che sospetto condividerò ugualmente)

  2. Pasquale ha detto:

    Diego scusa, mi permetto di dirti che c’è molta confusione in tutto quello che affermi con non banale prosopopea. Quest’ultima non saprei dire se e quando si manifesta nella banalità. Se mai è dalla banalità che germina la prosopopea. Il fenomeno è osservabile. Il tuo parlare di corpo riconduce sempre alla biologia, che adori, ma prima di parlare di coscienza dei sé occorrerebbe stabilire con qualche approssimazione che cosa si intende per sé. Che è quello che tu sei, un neurone non fa primavera, per quanto sia utile averne a disposizione qualcuno. Idem confondi inconscio con ormonale e, a mio modo di vedere, non ti rendi conto del dualismo che afflige il tuo modo di intendere e volere. Mi pare infine che, obbedendo al tuo idealismo, ahimè di matrice monoteista e dunque forse incurabile, tu ti ritrovi oggi, a ricondurre la parola libertà a un unicum. Anzi unigenito. Ma già nella carta atlantica si parla di libertà dal timore e dal bisogno. In Svizzera la libertà si annuncia con il rispetto del comune, della pulizia, del non aggredire con i propri comportamenti aggressivi il diritto a stare in pace. Dunque la libertà dalla cacca di cane altrui è, mi pare, un traguardo molto alto verso quello che Freud definiva civiltà. Un tentativo comune di proteggersi, grazie a convenuti accordi. La libertà del corpo non è dunque stando al tuo dire LA LIBERTA’. Che è nonsense. Nessuno è libero nel suo avere sete. La necessità non coincide con libertà. Se mai è il libero accesso alla soddisfazione di un bisogno, appunto, che va a costituire il portafoglio di libertà cui ciascuno dovrebbe potere accedere “secondo i propri mezzi e i propri bisogni”. Proclamare di essere liberi può essere una sciocchezza ma nella misura in cui non si riesce a sostituire l’affermazione, sono libero, con un altra “mi libero”. Dinamica che si costituisce nel tempo con la coltivazione di sé. Il resto non mi pare prosopopea ma illusione. Tu non sei libero dalle tue ammiratrici.

    • diegod56 ha detto:

      grazie, caro Pasquale per il tuo come sempre non banale commento; che merita un po’ di tempo per essere a sua volta commentato; sì, credo fortemente nella corporeità dei sentimenti (e mi pare fosse l’opinione di Nietzsche, seppur nella complessità del suo pensiero); in effetti la mia ammiratrice prof.ssa Lucia è molto benevola con me, ma questo a me fa piacere, seppur nella consapevolezza che sicuramente mi sopravvaluta non poco; anche tu mi sopravvaluti caro Pasquale, ritendendomi degno di attenzione

    • diego ha detto:

      Caro Pasquale, da quel che comprendo nel tuo commento, io trascuro molta parte della libertà come condizione preparata, conquistata, attraverso una consapevolezza, uno spessore, che solo un processo formativo, quindi culturale, puo’ costruire. In questo è evidente come il tuo essere un docente, un uomo che per lavoro aiuta i giovani a costruirsi l’attrezzatura per investigare il vivere, determina una visione, peraltro nobilissima, della libertà.
      Io non amo la biologia, però, semplicemente essa è, è data e ineludibile. Forse che l’islandese amasse la natura? Però ci ragionava su.

  3. Pasquale ha detto:

    Capisco Diego, ma per me è di uno zic diverso. E non per questione di gusti. Da quel barlume di bio di cui ogni bionte è determinato, nulla di definitivo nasce, secondo me, che non muti di continuo, che non si modifichi a proprio beneficio, anche, per virtù della coltivazione che educa. E questo mi pare si possa dire di qualunque bestia – compresa la più bestia ( Goethe. Faust. Prologo in cielo) – e delle piante. Gatti e marmotte imparano o sarebbe incapaci di vivere, non solo di sopravvivere. -Ogni animaletto ha – anche (ndr.), il suo piaceretto (Edwin Bormann-1885) – E chi dice al Larice, escludendo un dio sfaccendato, di dividersi in due tronchi, talvolta di più, invece di starsene ben dritto come gli altri compagni intorno. Oppure la biologia ha un governo incombente ed allora coincide, se ci pensi, con il dire che tutto è scritto. Da quel perverso fattore, ah bene; perverso proprio. Cosa che evidentemente è un nonsense. Le scienze dure non arrivano a definire dove finiscono, anche perchè sono metodi e gusto di indagine, non risposte a quiz si/no. Oppure l’osservazione di leggi si trasforma in imposizione di una immutabilità, assolutezza, e rassegnata sottomissione alla stessa. Il desiderio di Mosè: do fuoco a dei rovi e alla loro luce mi scrivo le tablets della lex sed lex. Mal che vada batterò la testa in un muro di pianto. La natura ha dei funzionamenti che possono essere utilizzati e contro i quali si può persino andare, utilizzandone altri. Leggi aeroplani. La iattura della fertilità ha permesso di creare la pilolla e il preservativo. Coltivazione. Capisco che alla morte non v’è rimedio e che se mi butto già da una rupe, mi schianto. Però posso scegliere, persino di rendere meno fastidiosa la morte. In sintesi credo si possa dire che l’essere determina una ben orchestrata miscela di ineluttabile e di variabile. Come il tempo, anche quello metereologico. È raggiunato, ti chiederebbe Montalbano.

  4. diegod56 ha detto:

    Grazie p. molto bene

  5. Pasquale ha detto:

    Come dicono a Lecco, Si immagini. Dopo di che peraltro io mi fermo a osservazioni logiche, o passabilemente tali, ché scienza né dura né pura posseggo o mi sarei occupato d’altro nella vita che di parole. Capiscisti?

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