Il coniglio di Hitler e il cilindro del demagogo

Moni Ovadia ha pubblicato con «La nave di Teseo» un libro dal titolo «Il coniglio di Hitler e il cilindro del demagogo». Lo definisce con chiarezza fin dalla prima riga un pamphlet, come dire roba scritta un po’ da arrabbiati, nell’intento di mettere i puntini sulle i. E pare che in effetti il nostro scrittore e musicista ne abbia qualche ragione. Essere ebrei ed esser critici all’agire del governo dello stato d’Israele pare che diventi per taluni una colpa, un’insopportabile slealtà verso la (presunta) patria. I paladini della destra israeliana sono durissimi con chi dissente dalla narrazione imposta dai media.

«dato che io invece mi indigno e sostengo il diritto dei palestinesi a non essere oppressi, occupati e perseguitati, sono un ebreo che odia se stesso, un ebreo antisemita, un nemico del popolo ebraico, e poiché l’idiozia del fanatismo non conosce limiti mi sono sentito rivolgere insulti anche più pittoreschi, fra i quali primeggia questo che riporto per la delizia del lettore: “Moni Ovadia studia l’yiddish per ammazzare più ebrei”. Davvero una perla.» (pag. 102)

Studiare una lingua, in questo caso la lingua della diaspora, l’yiddish, diventa atto politico dirompente. La contrapposizione tra il millenario ebraismo europeo e lo stato d’Israele odierno trova un momento cruciale proprio nella lingua. La lingua dello stato sionista doveva essere per David Ben Gurion l’ebraico, la lingua della Bibbia riadattata alle esigenze dello stato moderno. Non c’è più posto per l’yiddish, lingua della diaspora, della riflessione intellettuale, dell’ubiquità. L’autore riporta una bella definizione di Erri de Luca.

«Non doveva esserci posto per lo yiddish, che “non sventolava bandiere, né divise, né fisco, né moneta sua, ma che aveva saputo attraversare i minuzioso e fragili confini d’Europa ovunque ci fossero ebrei” (Erri De Luca)» (p. 104)

Moni Ovadia è orgoglioso della sua cultura ebraica, e la sua sferzante critica alle scelte dello stato d’Israele parte proprio dalla volontà di esaltare, valorizzare, comprendere, spiegare una ricchezza culturale ed umana particolare, radici che non stanno conficcate nel suolo protetto dai reticolati, ma nell’anima stessa dell’Europa. C’è stato un grande mondo ebraico che ha arricchito e fecondato le terre d’Europa, e non è un caso il grande apporto degli intellettuali ebrei allo sviluppo di grandi avventure culturali (cito solo un esempio fra i tanti, l’immenso Sigmund Freud).
Ma Ovadia vuol controbattere alla retorica della destra israeliana proprio ripartendo da certe riletture bibliche superficiali e tendenziose, recuperando il significato profondo ed autentico della lettura biblica.

«La grandezza del cammino ebraico è consistita nell’aver postulato che […] un popolo, se voleva essere avanguardia di una redenzione fondata sulla fratellanza universale, non doveva sorgere dalla condizione asfittica di un’autoctonia occlusiva ma dall’orizzonte dell’esilio, dalla condizione di straniero e meticcio, libero dalla gabbia dei confini di sangue. L’invito rivolto dalla voce divina ad Abramo ad andare verso se stesso parte dalla sollecitazione ad andarsene alla sua terra, lekh lekhà meartzekhà, “vattene dalla tua terra” (Genesi 12,2). A mio parere, il comando suggerisce che se la terra è tua, se ne sei proprietario, non è una terra per edificare un progetto di libertà. Per dare corpo a quella sfida, la terra la devi abitare senza possederla, ecco perché viene indicata un’altra terra rispetto a quella che è tua, la Terra del Signore. E come si abita quella terra? Da stranieri e da meticci» (p. 109)

La polemica verso le false radici, asfitticamente territoriali, imposte della destra israeliana è, nel testo, parte d’una polemica verso ogni uso ingannevole, verso ogni spettro agitato in malafede. Veniamo dunque al titolo e lo spieghiamo. Quale spettro viene agitato più spesso, laddove si vuol camuffare una guerra per interessi geoeconomici in una nobile guerra per la libertà? Assai spesso si definiscono dittatori sicuramente poco amabili come il novello Hitler. Così nessuno osa contraddire, criticare imprese che portano più danni che benefici e, soprattutto, immani sofferenze a popolazioni incolpevoli. È accaduto in Iraq, è accaduto in Libia, tanto per ricordare esempi recenti e ben noti. Hitler esce dal cilindro del mago della comunicazione ufficiale, e chiude il discorso, senza possibilità di replica.

Un libro triste? No, se è veramente nello spirito ebraico autentico, cosmopolita e intriso d’autoironia, non puo’ mancare l’umorismo. Ma qui mi fermo, ricordo solo che nella parte finale son riportate storielle inventate dagli ebrei durante l’immane dramma delle persecuzioni naziste. Saper ridere, sul ciglio dell’abisso, indica la grandezza d’una cultura, che l’Europa, se vuol sopravvivere ai nazionalismi cupi nuovamente in agguato, deve riscoprire.

La storiella ebraica riportata anche in copertina: «In una scuola elementare di Norimberga il ministro della propaganda del Reich Joseph Goebbels rivolge agli alunni alcune domande: “Bambini chi è vostro padre?” Un bambino con voce squillante proclama: “Nostro padre è il Führer!” “Magnifico,” commenta Goebbels, “e adesso dimmi chi è nostra madre?”. E il bimbo prontissimo: “Nostra madre è la Germania.” “Straordinario” afferma Goebbels entusiasta, “e dimmi, cosa vuoi fare tu da grande?” Nuovamente prontissimo il bimbo risponde: “L’orfano!”

Moni Ovadia
Il coniglio Hitler e il cilindro del demagogo
La nave di Teseo, 2016
pp. 156

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2 risposte a Il coniglio di Hitler e il cilindro del demagogo

  1. poetella ha detto:

    molto interessante questo post.
    E la storiella in copertina… una chicca!
    (è stato difficile arrivare al post… ma ci sono riuscita!)

  2. diegod56 ha detto:

    Grazie L.forse è il passaggio di configurazione

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