Le nuove avventure di F. L., ovvero duecentosedici

Con siciliana gentilezza, un po’ autoironica e un po’ solenne, l’amico Filippo Scuderi m’ha inviato il suo nuovo libro, «Duecentosedici». Aperta la busta del piegolibro, l’ho divorato in un giorno, tutto d’un fiato.

Come nel precedente «Novantacentodieci» non mancano i tratti d’autoironia pervasa d’autentica comicità. Per esempio in un goffo intento suicida con la pistola comprata sul web:

«Franco Battiato canta una canzone: “E non ti servirà l’inglese il giorno della fine”, o qualcosa del genere. Ma in questo momento, questa pistola che sto assemblando ha le istruzioni in inglese.» (pag. 78)

Scuderi descrive le persone sempre valorizzando il lato umano, traspare la sincera inclinazione all’amicizia, un comprendere al di fuori del rapporto strettamente lavorativo o commerciale. Quando il protagonista s’affida alla disperata risorsa della lotteria, questi ha buone parole perfino per i gestori della ricevitoria:

«Paolo e Franco hanno un compito non facile, quello di dare speranza alle persone che cercano la fortuna presso il posto che gestiscono e in caso di vincita, specialmente se consistente, il pensarli con un piccolo gesto, li gratificherebbe e renderebbe il loro lavoro più interessante.» (pag. 70)

Numerosi i viaggi legati al lavoro ed ai complicati (e divertenti) rapporti fra Filippo e i datori di lavoro, il dott. Valentino e il signor Massimo. Gemelli, ma come spesso accade, diversi nel temperamento e nei difetti. Generoso ed inguaribile amante del gentil sesso è Valentino, mentre avaro e spigoloso è Massimo. I viaggi, si sa, sono ingrediente fondamentale per descrivere le personalità, le bizzarrìe, le comicità dei personaggi. E il viaggio in aereo, così frequente per chi vive in Siciia, è un ottimo pretesto narrativo. Dato che Massimo ha evidenti problemi mentali, il buon Filippo descrive il viaggio per Milano.

«Quando siamo partiti per una nuova visita medica a Milano, Massimo rimuginava durante il viaggio che il gemello si era andato a sedere lontano dal suo posto, e lì doveva stare lui e non io. Ma c’era anche da aggiungere che i discorsi che faceva il signor Massimo durante quel periodo erano da stralunati, tipo: io governerò le acque del mondo, io sarò il messia sulla terra, e aggiungeva, tu sarai il mio discepolo. Dopo un volo di circa due ore, e certi discorsi strampalati, si capiva perché il gemello si era seduto nell’ultima fila del DC 10, posto vicino al motore, che solitamente evitava con drastiche discussioni durante il rilascio della carta d’imbarco.» (pag. 49)

Filippo è, a suo modo, uno che ci sa fare, ma è chiaro come la simpatia fra lui e i tipi stralunati non è casuale, essendo anch’egli, in fondo, un uomo che cerca nel mondo quella dolcezza, quelle certezze che, nonostante l’amore dei nonni, sono mancate. È molto significativa la vicenda della visita di leva, narrata con amara ironia, dove il nostro, contrariamente al comportamento di tutti, cerca d’esser preso a tutti costi, per non sentirsi un emarginato. Ma torniamo ai rapporti con gli stralunati, con questo esilarante episodio che riguarda il signor Massimo:

«Giunti sul posto, trovammo Massimo sotto casa sua vestito solo di un accappatoio datogli per coprirsi, e seduto sopra il tetto di un’auto posteggiata sotto casa sua che imprecava contro tutto e tutti. Lasciai l’auto posteggiata in mezzo alla strada, e mi feci largo tra la folla di curiosi accorsi per assistere allo spettacolo, tra cui un vecchio impiegato della famiglia, che mi disse: “Sto cercando di farlo scendere e portarlo dentro casa, ma lui non ne vuole sapere. Sta per arrivare un’ambulanza, ma spero che lui scenda prima”. Vidi che l’auto, dove Massimo era seduto tipo Buddha, era stata ammaccata sia sul cofano che sul tetto. Si avvicinò un vigile dicendomi: “Quello è fuori di testa. La invito a farlo scendere, visto che nessuno ci riesce.”. Così misi nuovamente in atto il mio vecchio metodo del kiay giapponese, rinforzai le parole e gridai: “Massimo, che fai?”. Risposta secca: “Chi sei tu?”. Pensai: siamo a posto, non mi riconosce, e qui conviene vincere la partita a scacchi in due mosse. Allora continuai l’urlo del kiay: “Sono il tuo dio e ancora non mi hai fatto vedere il tuo appartamento. Scendi subito e saliamo a casa tua. Subito, adesso, il tuo dio ti ordina così”. Massimo scese e ci abbracciammo tra lo sgomento dei presenti, i quali sicuramente pensarono che di ambulanze ce ne sarebbero volute due.» (pag. 46)

Altri ingredienti caratteristici sono il gioco degli scacchi, grande passione dell’autore, e, come sempre, l’amore dei suoi cani. Non banali le descrizioni, vive e tragicomiche, delle disavventure legate alle vicissitudini lavorative, il tutto inframmezzato di piccole perle di siciliana saggezza:

«Ma si sa, si muore nelle mani dei fessi.» (pag. 64)

La scrittura, come sempre, è torrenziale, a tratti istintiva, ricca, spavaldamente libera nella sintassi. Scuderi è uno scrittore sui generis, va amato così come è. Però concluderei con queste efficacissime descrizioni, pennellate impressionistiche, sulle città visitate per lavoro, intrise d’un flusso di sensazioni interiori rese con allusiva freschezza.

«Per esempio, Bangkok: l’aria irrespirabile; i motorini; le vespe Piaggio; i tuk-tuk; l’odore di fritto nelle strade; gli insetti fritti fuori dall’albergo; persone con cataloghi di ragazze; i negozi con orologi usati; i negozi con orologi replica; i bordelli.
Per esempio, Tokyo: di giorno perfetta, la notte caotica; le strade con spazi riservati a fumatori; percorsi per non vedenti; gli attraversamenti pedonali tutti nella direzione giusta, senza creare caos; quelli fermi a destra nelle scale mobili della metrò per consentire di salire velocemente a chi ne ha bisogno; il modo elegantissimo di come viene restituito il resto; il modo elegantissimo di come ti porgono il biglietto da visita; gli uomini d’affari che vanno veloce; gli uomini d’affari che dormono nella metrò; le minigonne a scacchi delle studentesse; […] i ristoranti con le pietanze che girano; i veri sushi; il verde con i suoi luoghi sacri.
[…]
Per esempio, Rio De Janeiro: le spiagge, le donne; le danze; la musica; la ricchezza; la povertà; la tristezza delle persone; l’allegria delle persone; il calcio giocato nelle spiagge; i ragazzi che non vanno a scuola; le ragazze che cantano per strada; le ragazze che cercano di sposare un turista, non prima di una cena al ristorante; le luci delle favelas viste da lontano, solo da lontano.» (pag. 57)

Perchè il titolo «Duecentosedici?» Ovviamente non lo rivelo, è scritto a pag. 11.
librofilipo
Filippo Scuderi
Duecentosedici
Carthago Edizioni, 2016, Catania
pp. 84

 

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4 risposte a Le nuove avventure di F. L., ovvero duecentosedici

  1. Marcello Pidatella ha detto:

    Le parole del libro ti scorrono fra le pieghe dei sentimenti, le accarezzano lievi come affilatissime lame, lasciando profonde ferite. Ferite forti e profonde: fisiche. Ferite che sono insanabili per l’uomo totipotente, che nella materia fisica ha l’unica sua dimensione. Ferite che , in chi si abbandona all’onnipotente con la coscienza metafisica e non solo fisica, vengono sanate con abbondanza contagiosa. Così chi ha avuto la fortuna di conoscerti, attraverso le parole del libro fra le pieghe dei sentimenti sentirà scorrere un unguento lenitivo e sanante.
    Grazie.

    • diegod56 ha detto:

      Marcello, grazie per il commento così intenso e vivido di metafore, spero che Filippo lo legga, sicuramente lo apprezzerà

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