la porta della musica

Pur non essendo musicista, m’ha sempre affascinato l’effetto che gli accordi hanno nella mente dell’ascoltatore. Fra un re maggiore (re, fa diesis, la) e un re minore (re, fa, la) lo spostamento è solo d’un semitono, eppure tutta l’atmosfera cambia, quel che il suono evoca è profondamente diverso. L’avverbio «profondamente» va inteso proprio nel suo significato. Cosa c’è in noi, già predisposto, sì che avvenga questo fenomeno? È innata l’inclinazione a percepire gli accordi in questo modo, oppure è un evento appreso? Ma se è appreso, dove lo abbiamo appreso? Una mia ipotesi è che le cantilene dolci e pacate con cui la mamma ci faceva addormentare si somigliano, anche in posti e culture diverse. Forse gli accordi in minore ce le rammentano. Quel che è certo è che quando ascoltiamo una musica, anche una semplice chitarra che arpeggia un re minore o un do diesis minore, avviene un fenomeno che ha una storia antica, sia come ontogenesi che come filogenesi. La musica è un percorso, un sentiero, una porta verso i nostri segreti.

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meno scrivo, meglio è
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3 risposte a la porta della musica

  1. poetella ha detto:

    che bello, Diego.
    Sì… dev’essere così. E’ così. (tutto detto in un trionfale do maggiore!)

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