l’ultimo lifting

Tempo fa andai a Genova per visitare il bellissimo cimitero di Staglieno. Ricordo che passai nei pressi del reparto di cremazione. La cremazione è di moda, auspicata dagli amministratori per il risparmio di spazio, concessa finalmente dalla chiesa cattolica ai suoi fedeli, oggetto di sconti e promozioni da parte delle aziende di onoranze funebri. Ero a Genova, vidi parecchie salme avviate alla cremazione (almeno credetti di vedere), e quindi pensai: fanno gli sconti, quindi a Genova si cremano volentieri per quello.
In effetti anche il mio babbo, classe 1928, è un fans di questa pratica, rimasto entusiasta nel vedere un conoscente trasformato in pratico e igienico barattolo. Agitandolo emette anche un simpatico cra cra di maracas, che allegria! Poi c’è anche quella faccenda dello spargimento, ovviamente in luoghi dall’impatto visivo pregiato: il mare aperto, la vetta della montagna, roba da signori, da poeti, difficile che uno si faccia spargere in un parcheggio delle periferie dove ha trascinato l’esistenza. Eppure è una fuga, un salto, un’ammissione di paura. Chi si fa cremare non vuole essere un morto. Non potendo evitare di morire si cerca allora almeno di non essere un morto, si cerca di non essere dei morti. È un po’ lo stesso eccesso, speculare, dell’imbalsamazione cui ricorrevano i faraoni. Si vuole evitare la decadenza, è l’ultimo, bruciante, lifting. Io sarò un morto normale, a parte una bella pianta di rosmarino sulla tomba, come il mio amato zio Orlando.

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meno scrivo, meglio è
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34 risposte a l’ultimo lifting

  1. poetella ha detto:

    che pensieri, oggi!
    se non fosse per il profumo di rosmarino…

  2. kalosf ha detto:

    A volte è una forma di paura anche di risvegliarsi nella cassa… Più di una volta l’ho sentito dire da amici…

  3. Sara ha detto:

    In ogni caso un funerale e’una spesa impegnativa.
    A me non piace la pratica di tenere le ceneri in casa, sottrae il defunto alla comunita’.

    • Pasquale ha detto:

      @sara.
      È intollerabile: è, perché, finché. Comunità solidità

      • Sara ha detto:

        Io scrivo con un tablet che non consente gli accenti, ha una tastiera semplificata.

        • Pasquale ha detto:

          Non conosco né LE tablets, né LE Porsche, ma ritengo che accettarne i limiti sia colpevole nei confronti della propria lingua. Immagini se un francese accetterebbe o un tedesco. Scrivere con precisione in pubblico è un atto dovuto o si casca nell’emoticon. E si propalano errore e sciatteria. Oh non si preoccupi, i gazzettieri lo fanno per abitudine.

          • diegod56 ha detto:

            va bene grande Pasquale ma il mio blog non è un luogo di alto profilo ufficiale; io penso che la spiegazione della dottoressa Sara (è una filosofa anche lei) sia adeguata al luogo informale, alla mia osteria

            • Pasquale ha detto:

              Sì hai ragione, ma per la precisione ortografica io mi indigno fino all’eccesso. Non tollero. Sono una “cassa d’intolleranza”. E massime con chi sa. Sai che RIlke, lo narra Zweig, curava fino al puntino, persino le note della spesa. E aveva ragione. Non svalutare, è ciò che ti frega, la tua osteria. Se la professoressa perlatro si è offesa mi spiace e mi scuso.

    • diegod56 ha detto:

      in effetti è un’eccesso di privatizzazione

  4. Pasquale ha detto:

    “Chi si fa cremare non vuole essere un morto”.

    Ahi ahi cattolico comunista ti immagini cose che non esistono cara el mè Diego e le illustri con raro, in te, livore giustizialista. In sostanza l’inumarsi è roba proletaria, il resto cose da sciuri su cui sputazzi sempre con raro sarcasmo. Arrivi persino alla interpretazione, priva di fondamento, qui sopra citata: insomma sei tridentino nel tuo sentire? Chissà da quale romanzo dell’orrore, ti salta alla mente infine la storia delle maracas; ti ho già precisato che le ceneri da noi vengono macinate quasi a 00. Il suono se mai ricorda quello delle spazzole sul charleston. Bon. Sai bene, sai bene che, come scrive Proust con candore, mi pare di ricordare in Guermantes, siamo tutti morti in permesso temporaneo. Sai bene che le pratiche funerarie, all over the world, dai primordi ad oggi contemplano almeno le due citate da te con sprezzo. Fanno eccezione, grosso modo, gli zaroastriani che, per non contaminare né acqua, né fuoco, né terra, lasciano i cadaveri nello loro torri del silenzio, che ci pensino corvi e cornacchie e altri rapaci. Non sai forse che la chiesa cattolica non ha dato il permesso semplicemente perchè non ha mai detto, di preciso, il contrario. So per aver discettatao della cosa con un teologo più di vent’anni orsono. La leggenda dell’inumazione et in pulverem reverteris, deriva in parte dalla superstizione antica che la fiamma, con cui si finivano eretici e stregoni era vista come una negazione del riposo meritato dal pio popolo da tenere dal guinzaglio e simbolica di fiamme ben più durature; infine la superstizione riguardava la resurrezione della carne. Per un po’ l’istessa chisa ha adottato l’idea che la cremazione fosse un atto prometeico dei liberi pensatori e frammassoni contro il suo credo. Ma forse, chissà per effetto del concordato la chiesa cattolica ha solo precisato in tempi peraltro lontani, più di vent’anni, che nulla osta. Che la resurrezione non ha bisogno di una matrice originale, e piuttosto deteriorata, per avvenire. In sintesi che dio fa da sempre miracoli con un nonnulla. Quindi egli non bisogno di cadaveri cui soffiare di nuovo la vita etc. A dire il vero come nella leggenda del Golem. Quanto alle inumazioni, sai bene che il mai abbastanza lodato Bonaparte Napoleone proibì finalmente inumazioni in chiese e cimiteri cittadini, la pratica fu ope legis regolata e i cimiteri stabiliti fuori città, i nuovi, e dove possibile spostati, i vecchi. Quindi sì pratica igienica dalla quale si può derogare permettendo la sepoltura a disfacimento ( p.es.mio suocero); in terreni cimiteriali adatti là dove la decomposizione non possa intaccare fonti o culture vicine. In Giappone, terra di pensiero ateo non formale, ovvero pagano, l’inumazione è ritenuta disonorevole. L’onore o secondo me, la dignità innanzitutto. After Fukushima l’autorità fu costretta ad ordinare le fosse comuni. Ma per ovviare allo strazio che in quella terra di rituali le sepolture significano, avvennero con onori militari. Fa piacere al vivo temporaneo sapersi salutato in guanti bianchi. Infatti, tutto quanto detto significa la difficoltà che in vari modi esso temporaneo cerca di venire a patti con la fine del tempo che, in molti casi, non gli è ben chiara nella mente quanto ad altri capita invece di avere ben stampata nei propri documenti di identità mentale. Dopo è chiaro che non può occuparsene, ma prima il sapere come farsi finire, dà, concilia il sonno eterno. A me sapere che di me non rimarrà nulla piace pensarlo; non mi pare strano, è l’idea della purificazione presente miticamente in noi. Purificazione che implica un venire a sapere stando a Prometeo. O i lama tibetani. Dunque può darsi che a non volere essere morto sia tu. Ad altri interessa essere morti fino in fondo e subito. Questione di tempo, direbbe Biuso. O di tempi e metodi, direbbe un SS. Se ci pensi v’è da ritenere che sia la fine ingloriosa in brodo che ripugna al vivo, non la morte la cui vita era invece ben presente in Egitto. Tanto che al defunto si voleva regalare una sorta di vita eterna. Ma tutto ciò ha a che fare con i miti della morte come apparenza e della resurrezione magica, che non hanno inventato i 4 compari evangelisti.
    Ognuno ha i suoi schifi. A me, cui ripugna la carne edibile, con tutto il rituale assassino che comporta, e quello che essa diventa se dimenticata in un frigo o cotta in pattumiera, ripugna l’immagine del liquame in cui si trasforma la persona saldata in un involucro, a regola d’arte di zinco o, come adesso è possibile di materiale plastico, quello delle barche mi pare. Allora non è meglio un bel funerale vichingo. Dai, a notte, fiaccole, guanti, stendardi, spade, armature. Il fatto è questo: è che c’è chi è profondamente pagano e chi no, cara el mè Diego.

    XCVII.
    LA TOMBA DEL BUSENTO, Giosuè Carducci – Rime nuove – 1906.

    Dalle Ballate di A. v. Platen

    Cupi a notte canti suonano
    Da Cosenza su ’l Busento,
    Cupo il fiume gli rimormora
    Dal suo gorgo sonnolento.

    Su e giú pe ’l fiume passano
    E ripassano ombre lente:
    Alarico i Goti piangono,
    Il gran morto di lor gente.

    Ahi sí presto e da la patria
    Cosí lungi avrà il riposo,
    Mentre ancor bionda per gli òmeri
    Va la chioma al poderoso!

    Del Busento ecco si schierano
    Su le sponde i Goti a pruova,
    E dal corso usato il piegano
    Dischiudendo una via nuova.

    Dove l’onde pria muggivano,
    Cavan, cavano la terra;
    E profondo il corpo calano,
    A cavallo, armato in guerra.

    Lui di terra anche ricoprono
    E gli arnesi d’òr lucenti;
    De l’eroe crescan su l’umida
    Fossa l’erbe de i torrenti!

    Poi, ridotto a i noti tramiti,
    Il Busento lasciò l’onde
    Per l’antico letto valide
    Spumeggiar tra le due sponde.

    Cantò allora un coro d’uomini:
    — Dormi, o re, ne la tua gloria!
    Man romana mai non víoli
    La tua tomba e la memoria! —

    Cantò, e lungo il canto udivasi
    Per le schiere gote errare:
    Recal tu, Busento rapido,
    Recal tu da mare a mare.

  5. diegod56 ha detto:

    caro Pasquale, ti risponderò con calma, però ho chiesto proprio due minuti fa al mio babbo, a tavola, sulla questione del rumore dei barattoli; lui insiste che il barattolo contenente il suo conoscente, agitato, emette un brioso suono di maracas; il mio babbo è molto anziano, ma attendibile; mi ha detto che lui comunque non ha fretta di partecipare alla jam session tanatosonora

  6. Pasquale ha detto:

    Sì è vero se il suo conoscente è stato trapassato prima che fosse riconosciuto il diritto alla dispersione. Di mio padre infatti, quando ne feci liberare l’urna, liberai anche molti frammentini calcinati che furono mescolati alla farina sottile di mia madre, deceduta invece in epoca recente e liberalizzata. Le formiche mi furono riconoscenti in ogni caso. Ne ricordo una che si era appropriata di un pezzettino di babbo e che correva correva al formicaio. Non so peraltro se le urne, barattoli, non usa e getta, invece di un pratico sacchetto di plastica con lo sfarinato contengono frammenti calcinati. Attenzione perchè credo che ogni regione abbia i suoi regolamenti. Forse la parsiomonia Ligure salta dei passaggi. Per certo so che la molizione del non incenerito è nel protocollo di cremazione. Esequie vivissime (Totò-Medico dei pazzi)

    • diegod56 ha detto:

      sei troppo svelto a scrivere, non faccio in tempo a leggerti che tu hai già scritto; sei troppo forte Pasquà

  7. diegod56 ha detto:

    La tua, caro Pasquale è una magnifica carrellata sui «modi» di affrontare la questione e sulla nobiltà, altissima in effetti, di molte pratiche. In un uomo del tuo livello culturale (e dalla godibilissima scrittura) sicuramente la pratica d’inumazione prescelta avrà un senso di nobile significanza. Ma io leggo il dato generale, quello che riguarda le plebi nel loro complesso. Il mio testo di riferimento, di quando invece che un vecchio idiota ero un giovine intellettuale, è l’Ariès, storia della morte in occidente. La morte non più vissuta, non più celebrata, bensì oggi sfuggita, annichilita nella sua negazione e soprattutto nella turbocapitalistica fretta. Sotto terra è una faccenda lunga, la cremazione è un lampo, una morte col turbo. Detto questo, qui, sul ciglio della fossa, si scrive sempre per ischerzo, caro Maestro.

  8. tramedipensieri ha detto:

    Tra il serio e il faceto …in verità vi dico che essere cremata é mio desiderio, ultimo.
    Comunque è quantunque la pensiate 😂😂😂

    I mandorli in fiore sono una meraviglia !
    Buon sabato
    .marta

    • diegod56 ha detto:

      tu sei giovanissima trame, è presto per pensarci su; i mandorli in fiore ti sono sicuramente affini, sia per la grazia, ma anche nel senso della primavera dell’esistenza

  9. Pasquale ha detto:

    Parli come bada ( Totò) Maestro a chi, non abito nemmeno a Vigevano ( o Vivevano ?)

    “La morte non più vissuta, non più celebrata, bensì oggi sfuggita, annichilita nella sua negazione e soprattutto nella turbocapitalistica fretta.”
    Sì ma è la morte da cui si rifugge non dalla pratica che ne consegue. Si sfugge alla morte forse per turbocapitalismo che è agente esterno ma dimentichi il narcisismo che è un cogente interno. Farla breve, pensa soltanto alla pratica ormai comune di negare la consumazione del tempo, di prolungare la vita oltre gli evidenti limiti con accanite terapie, di negare la buona morte, che si pratica peraltro con giudizio in segreto. Tutto questo è di una società ma caro mio, la società non è un ente astratto governato da pirati della malesia.

    Era questo che a margine avrei voluto far notare al pur perfetto Alberto nostro e a te, a proposito delle agenzie di costrizione in rete e non. Al principio, non alla fine, esse sono invenzioni di soggetti, il cui scopo non nego sia turpe, ma il cui uso viene fatto proprio da torme di fedeli, volontari. Il libro della faccia. Saranno anche facce di culo ad usarlo, certo, ma nessuno li ha mai obbligati. Nessuno obbliga a comprare il dixan che pure è diventato sinonimo di detersivo. Io odio pucclicità e pubblicitari non perchè vogliono convincere ma perchè lo fanno con i mezzucci bassi della clientela cui vogliono arrivare, facendo pubblicità sopra ogni cosa al brutto e al volgare. Un po’ come Fabio Volo.

    Fuori tema D’ascola 6,50

  10. Vera ha detto:

    Strano Diego, solitamente sei sempre moderato, pacato, anche troppo atteno al politicamente corretto, pronto a dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, a smussare spigoli ed asperità, spesso prevedibile nelle risposte.
    Questa volta al contrario hai scritto un post intollerante che taglia con l’accetta, al limite dell’offensivo. Cosa ti turba davvero nella cremazione?
    Le maracas ti paiono ridicole? Non credo sia quello a inquietarti, ma comunque rassicurati, niente suono di maracas ne dall’urna di mio padre ne da quella di mia madre.
    Quando le ho prese tra le braccia quello che mi ha stupito è stato il loro peso, immaginavo le ceneri più lievi. Arrivare con il vaso cinerario dalla chiesa al cimitero posato nell’incavo del braccio ha chiesto più impegno di quanto avessi pensato.
    (Da noi oltre dieci anni fa non era ammesso alcuno spargimento di ceneri)
    Più di dieci anni fa, quindi come vedi niente moda se poi consideri che mio padre era membro da decenni di una associazione per la cremazione alla quale ogni anno versava circa diecimila lire, capirai che la moda importa ancora meno. Il perchè oggi si fa più di ieri è estremamente semplice da comprendere: una volta erano pochissimi i comuni attrezzati e spesso chi lo desiderava era costretto a impegnativi e costosi viaggi post mortem per raggiungere un crematorio e la chiesa disincentivava la pratica.
    La Paura? per quello ti lascio a ciò che altri ti hanno scritto prima di me.
    Quelo che so per certo è che sicuramente era molto lontana dalle motivazioni di mio padre.

    Credo che veramente dovresti capire cosa è che ti inquita nel pensiero del fuoco, qualcosa c’è sicuramente, altrimenti non avresti scritto un articolo così inutilmente crudele.

    • diegod56 ha detto:

      hai fatto molto bene a farmi notare questo aspetto, in effetti hai ragione, puo’ essere offensivo, non ci avevo pensato ai casi personali dei lettori; ma io ho cercato di ironizzare un po’ sulla questione, con mio padre in realtà ci scherzo su, anche con mia suocera, sono tutti e due del 28, lei fermamente contraria al contrario di mio padre che invece è favorevole, quando si incontrano assisto a surreali battibecchi; ovviamente quando sarà, per il mio babbo, ammesso e non concesso che campo più di lui, rispetterò rigorosamente le sue indicazioni; per le maracas me lo ha detto lui, mi sa che si è sbagliato

  11. Vera ha detto:

    L’ironia è smpre ben accolta solo che nel tuo post mi è sfuggita, a parte la battuta su Genova.
    E per finire
    “Non deve essere tanto difficile morire, alla fine ci sono riusciti tutti”
    :)
    Citando qualcuno che parlava consapevole della sua prossima morte.

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