calcutta dentro [recensione]

Cinzia Bassani è una regista, apprezzata e pluripremiata documentarista. Ma dall’esperienza del viaggio emergono sensazioni che solo la parola scritta puo’ fermare. Di fronte all’estremo, la persona che sta dietro la telecamera non puo’ essere impassibile, e la sfocatura narra di più dell’immagine nitida.

«L’audio in cuffia è ben bilanciato ma non vedo più nulla: tutto è confuso, sfocato, le sagome dei bambini diventano impercettibili fantasmi in movimento. Non è sudore. Lacrime segnano le mie guance mentre le tracce di vita mi osservano con curiosità e sorpresa. Chi tra di noi è il bambino? Un piccoletto si trascina sulle anche: ha occhi enormi, sguardo magnetico, sorriso dolcissimo, capelli lunghi ondulati. Il mio occhio meccanico zooma: le sue gambe sono le mani su cui corre veloce come un gatto. È allegro, birbante, sveglio. Un bimbo di tre anni senza braccia mi viene incontro sorridendo, ma la mia invadente telecamera si sofferma su di lui così a lungo da fargli cambiare espressione. È serio ora: per colpa mia, forse, ha scoperto la sua diversità. Chi di loro avrà una chance di adozione? […] Non sono più una documentarista, ma un’anima turbata, disarmata. Ho perso il vetro protettivo, non c’è più nulla dietro cui nascondere il mio io. La realtà è ora interpretata, selezionata ed archiviata in profonde sensazioni e scombussolamento interiore. Ho bisogno di aria…» (pag. 28)

Nonostante le vivide ed intense sensazioni personali, il libro non manca di notazioni storiche ed economiche interessanti, consente cioè di inquadrare la narrazione nel giusto contesto. Insomma la forte e sincera soggettività procede in accordo ad una onesta ed efficace oggettività. Ma le interessanti digressioni storiche lasciano ampio spazio a dense, dantesche, descrizioni. Odori, luci, ombre, suoni, umori densi dell’aria sono resi con potenza ed efficiacia.

«Mi faccio largo a fatica tra le strette viuzze, le botteghe dormono ancora e i profumi di spezie appena percettibili. I macellai sono relagati in un enorme edificio con grandi ed alte finestre semi-chiuse da grate in legno da cui la luce penetra a stento. È un lugubre ma affascinante mercato coperto in stile gotico: sembra un il vecchio hangar di un aeroporto i cui numerosi ingressi paiono tante vie di fuga per gli animali. Brulica di vita, di morte. I capretti legati ai pilastri delle antiche navate belano la voglio di libertà; sui banconi polli spettrali sono in attesa di diventare viscere, ali e zampe spezzate. Il rito della macellazione raggiunge rapidamente l’apice: tutto è pronto tra ronzii di luride mosche, teste mozzate e code pelose, coltelli e mannaie. L’odore di morte è persistente, avvolge ed impregna anche il pavimento grezzo su cui cani malconci leccano il sangue e i topi pasteggiano con le interiora. Sulle alte travi corvi svolazzano qua e là come avvoltoi in attesa di ghermire la grassa carne. […] Scavalco topi, zampe e ali di pollo, mi intrufolo come un serpente fra i banchi evitando di sporcarmi con il sangue che gocciola copioso dai pezzi appesi, cerco con lo sguardo il mio amico bramino che qui, ovviamente, non entrerebbe per nulla al mondo. Paras mi segue da fuori con la coda dell’occhio, ciondola disgustato tra un ingresso e l’altro e tira dritto: è questione di casta.» (pag. 49)

L’accenno alla questione delle caste, nel brano appena proposto, ci sollecita ad una tematica fondamentale per comprendere la Calcutta di Cinzia Bassani. L’immensa città è anche il crogiolo dove persiste un millenario, immenso, passato che cerca un improbabile equilibrio con un nuovo che impetuosamente avanza, che inesorabilmente muta l’anima stessa della megalopoli. Il testo, nel riproporci più viaggi, più immersioni direi, distanziate nel tempo, è anche la storia di identità che lentamente svaniscono, è la testimonianza del divenire di ciò che era un oggi e si è trasformato in un potente, incancellabile ricordo, ma pur sempre ricordo.
Come tutti i libri di viaggio belli da leggere, sono nel contempo la storia di immensi luoghi e sterminate moltitudini e, nelle stesse pagine, riflessioni intime, profonde, molto personali di chi scrive la storia.
Alcune pagine sulla banca autogestite delle prostitute, per la durezza delle storie e per la vivezza delle figure femminili e delle loro incoercibili speranze, meriterebbero una lunga trattazione. Ma qui, si sa, è d’uopo arrendersi e consigliare la lettura del libro, queste mie righe oltre non vanno.

Cinzia Bassani
Calcutta dentro
De Ferrari, 2015
pp 150

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meno scrivo, meglio è
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14 risposte a calcutta dentro [recensione]

  1. poetella ha detto:

    Vabbeh…
    Però a me piace di più Antunes e l’infinita, acida sofferenza del suo Portogallo e dei suoi uomini tutti vinti. Proprio come tutti noi.
    Ecco

  2. Bravo Diego, come sempre! Hai detto benissimo ciò che ho provato leggendo il libro della Bassani!

  3. cinzia bassani ha detto:

    Grazie Diego per aver … raccontato la mia “Calcutta dentro”. Hai detto bene: sono una documentatista e fotografa. O ancora meglio… un’anima in cammino.
    Ps. al momento c’è solo la versione cartacea. Cinzia Bassani

    • diegod56 ha detto:

      grazie cara Cinzia, ovviamente chi vuole, fra la piccola schiera degli amici che passano da me, possono seguire il link al tuo blog e trovare molte ulteriori notizie sul tuo lavoro (oppure cammino, forse ti piace più questo vocabolo)

  4. cinzia bassani ha detto:

    L’ha ribloggato su Cinzia Bassanie ha commentato:
    “Calcutta dentro” è raccontata da Diego56

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