Enséme ar füme griso d’o sigào

Ho ritrovato fra le mie carte, alcune composizioni in spezzino del poeta Armando Bonazzi. Sotto il pergolato, in un paesino della Val di Vara, curavamo il progetto d’un volumetto con le sue magnifiche composizioni. Putroppo, ormai sono anni, questo uomo dalla profonda umanità e inclinazione alla poesia, morì prima che potessimo finire il nostro lavoro.
Per ora trascrivo questa magnifica poesia. Armando non ha fatto in tempo a vedere l’internet, credo sarebbe contento.


Enséme ar füme griso d’o sigào

La gh’éa l’ombra da pògo
’nt’a banchina de préa sot’àa ca.
L’aia fresca n’za smorsàva
er calóe che pe’ óe,
i éa picà sórve ae ciàpe.
E lü, lì assetà,
o sigào ’n bóca, a beréta ’n testa,
o giülèco apéna despüntà…
Lente bocà de füme, squasi cadensà,
i zügavo per l’àia enséme ai sé penséi
e ’nséme a lòo i se desfàvo.
La gh’éa tüti i arecòrdi, i pantàssi,
o travàgio de tanti ani, e privassión,
ente quéi momenti de silensio e de pase.
La gh’éa tüta a sé vita
che cian cianìn l’andava via…
Ent’a facia assüta,
brüsà dao só, sorcà dae rüghe,
solo i òci türchin i éo vivi:
anca svégi e aténti a sbìrciàe
òmi sfarcà dae corbe ’n còlo
e dòne sfegüà dae panée ’n testa.
E lü, aóa, i vedeva ciàe tante cose,
che da zóve i ne podéva capìe.
Aóa, ’nseme ar füme griso d’o sigào,
o solito penséo gramo, amào:
– Perché a vita la scapa cossì alèsta?
Perché ’r galo i ne vè ciü cantàe?


Insieme al fumo nero del sigaro.

C’era ombra da poco,
nella banchina di pietra sotto alla casa.
L’aria fresca già smorzava
il calore del sole che, per ore,
era picchiato sopra le pietre.
E lui, lì seduto,
il sigaro in bocca,
la berretta in testa,
la giacchetta appena sbottonata…
Lente boccate di fumo, quasi cadenzate,
giocavano per l’aria insieme ai suoi pensieri
e insieme a loro si disfacevano.
C’erano tutti i ricordi, gli affanni,
il lavoro di tanti anni, le privazioni,
in quei momenti di silenzio e pace.
C’era tutta la sua vita
che pian pianino andava via…
Nella faccia asciutta,
bruciata dal sole, solcata dalle rughe,
solo gli occhi turchini erano vivi:
ancora svegli e attenti a sbirciare
uomini sformati dalle ceste in collo
e donne sfigurate dai panieri in testa.
E lui, ora, vedeva chiare tante cose,
che da giovane non poteva capire.
Ora, insieme al fumo grigio del sigaro,
il solito pensiero cattivo, amaro
– Perché la vita scappa così in fretta?
Perché il gallo non vuol più cantare?


(La riproduzione di questo testo è rigorosamente vietata.)

 

Informazioni su diegod56

meno scrivo, meglio è
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8 risposte a Enséme ar füme griso d’o sigào

  1. Diverso dal genovese, ma con quella malinconia tipica dei liguri

  2. dascola ha detto:

    Grazie Diego per questa pubblicazione. Se hai altro materiale ti suggerisco di metterlo insieme e farne un volumetto. Del dialetto conosco la prosodìa avendolo sentito parlare per anni da Alfonso, bidello anziano del conservatorio ed ex macchinista navale, uomo di stazza mostruosa, occhi chiari e gentile addestratore di cavalli a tempo perso. L’unica parola italiana che usava con me era maestro. Per il resto ci apprezzavamo a vicenda, mi parve sempre così, perché a me il suo modo di pensare arcaico, che si esprimeva in un dialetto ondulante, dal piede in apparenza marinaro, piaceva assai. L’idillio che proponi è in effetti molto bello; è voce, forse canto più che poesia ma questo nulla gli toglie, anzi. Antico. P.

  3. Prof. Woland ha detto:

    Caro Diego,
    bellissima poesia.
    Mi permetto di segnalare la mia scelta domenicale (pagina FB del blog) che mi sembra in sintonia.
    È una poesia del poeta belga Henri Michaux (Namur, 24 maggio 1899 – Parigi, 19 ottobre 1984).

    La mia vita

    Senza me te ne vai, vita mia.
    Rotoli,
    e io non ho fatto ancora un passo.
    Altrove porti la battaglia.
    Mi abbandoni così.
    Io non t’ho mai seguita.
    Non vedo chiaro nelle tue proposte.
    Quel po’ che voglio non me lo porti mai.
    E per questa mancanza, a tanto aspiro.
    A tante cose, quasi all’infinito…
    Per questo po’ che manca, che mai tu mi porti.

  4. diegod56 ha detto:

    grazie caro Prof. W., sia del commento che della bella poesia

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