je n’ai pas de réponse

«Per farmi capire quanto è importante nella storia della pittura un quadro come Les Demoiselles d’Avignon di Picasso, Giuliano Briganti diceva che si puo’ parlare di quadri a. D. d’A. (ante Demoiselles d’Avignon) e quadri p. D. d’A. (post). Ma perché, gli domandavo – un po’ per provocarlo e un po’ per divertirlo col mio empirismo ingenuo – di fronte a Les Demoiselles d’Avignon, non vale il semplice piacere della sorpresa estetica? Perché bisogna sottostare all’interferenza intellettuale e concettuale che si intromette tra lo sguardo e quel quadro, per emettere un giudizio ed ammettere un’emozione? Un po’ di stupido stupore in questa nostra epoca troppo ideologicamente e intellettualmente indottrinata non sarebbe opportuno, e anzi direi, indispensabile? Così mi suggeriva il mio senso comune, che si va facendo sempre più imprudente. […] Per il senso comune non c’è dubbio: quel quadro è bruttino. Ma mentre lo guardi, se pensi e poi ripensi alle intenzioni con cui fu dipinto da Picasso, a quel che significò nella storia della pittura contemporanea, alle conseguenze che produsse la sua apparizione, e agli altri quadri che da quello furono generati, forse ti ricrederai e lo troverai bello.» (Raffaele La Capria, La mosca nella bottiglia, Elogio del senso comune, Rizzoli 1996, pag. 20)

La Capria, nel suo frizzante libretto, ha un bersaglio evidente: un certo ambiente intellettuale che egli, facendone parte, conosceva molto bene. Non se la prende solo con i critici d’arte, ma anche e soprattutto con tutte le forme di conformismo, specie coi paroloni vuoti della comunicazione politica disonesta ed invita tutti a ragionare con la propria testa, senza vergogna. Nel testo poi cerca (colto da dubbi…) di evitare lo scivolamento verso forme di qualunquismo (sempre in agguato ogni volta che ci si richiama al cosiddetto senso comune). Un libretto breve, da leggere.

Ma tornando all’arte, io sono convinto che uno sguardo assolutamente puro, che intinge il suo pennello interiore in un’estetica assoluta, non è possibile. Anche quando osserviamo un grande capolavoro del passato, siamo imbevuti della nostra formazione culturale, dei nostri miti, delle nostre nostalgie. La Capria cita i famosi Bronzi di Riace come esempio di bellezza che si coglie senza filtri, senza la predigestione di qualche maître à penser. Certo sono bellissimi, ma non c’è forse in noi il mito, l’amore, l’ammirazione per la magnifica cultura greca?

Non è facile dare una risposta. Esiste una bellezza oggettiva? O quantomeno incardinata in qualche struttura a priori della mente, magari insita nella stessa filogenesi della specie umana? Dato che anch’io sono un autentico ed inutile, pensoso, intellettuale del dubbio, inguaribile figlio degli anni ’70, anni in cui abbiamo appreso ogni sopraffina arte di giustificare le non risposte, posso scrivere: non ho una risposta. Ancora più figo in francese: je n’ai pas de réponse.

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meno scrivo, meglio è
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11 risposte a je n’ai pas de réponse

  1. poetella ha detto:

    neanche io so rispondere. Ti dico solo che, davanti all’Antea di Parmigianino, sbucata all’improvviso davanti ai miei occhi al museo di Capodimonte, non ricordando affatto che fosse lì… mi sono messa a piangere.
    poi… se la Bellezza che scaturiva da quel quadro fosse oggettiva o no… non so. Proprio non so.

    P.s.
    non c’entra niente, ma, a proposito di Bellezza… t’interessa ‘sto link?
    https://giuseppecapograssi.wordpress.com/2015/03/11/platone-opera-omnia-pdf/

    ciao, Diego…

  2. diegod56 ha detto:

    è vero cara Poetella, si prova a volte quella sensazione, difficilmente interpretabile, ma molto «vera»

    grazie anche per il bel link, carissima L.

  3. lois ha detto:

    Il tema è sempre di grande attualità, soprattuto se nei nostri nuovi giorni ci troviamo in un imbarbarimento dei gusti che “muta in bello” solo ciò che è di tendenza (la cui cosa esula assolutamente dalla formula moda=bellezza). Con le Damoiselles di Picasso avvenne la rottura e la riconsiderazione del “bello” spostato dai suoi valori oggettivi (quelli creati attraverso una serie di canoni e sostenuti poi nell’arte) per diventare definitivamente una percezione soggettiva affinata dal gusto e dalla conoscenza (un po’ quello che citi nell’aneddoto di Briganti). La difficoltà ulteriore si è avuta in tempi più recenti dove la potenza di un nome, di un brand è stata associata automaticamente alla bellezza (ripensando a Picasso, oggi quando si pronuncia il suo nome è automatico pensare al “bello”). Resta di fatto che però la vera bellezza, quella percepita è molto soggettiva ed è fatta non solo di “adesioni ai canoni” ma a sensazioni ed emozioni.

    Proprio qualche tempo fa scrivevo qualcosa di analogo qui:
    http://preziosamagazine.com/lemozione-del-bello/

  4. Forse la bellezza sta negli occhi di chi guarda… forse…

  5. IsolanaMente ha detto:

    L’oggettività non esiste, dato che tutto ciò che è, è perché così lo pensiamo. E il pensiero è quanto più di soggettivo esista, una spugna che assorbe e rilascia continuamente informazioni che gli provengono sia dall’ambiente circostante, sia dall’ambiente interno: la nostra identità, cioè tutto ciò che siamo stati, tutto ciò che siamo e tutto ciò che vorremmo essere, e lo spazio e il tempo in cui viviamo, con tutto il background di informazioni di cui sono saturi, fanno, cioè formano, il giudizio, e quindi il pensiero. La bellezza oggettiva non può esistere, esiste invece quello che La Capria definisce il “senso comune” che molto spesso prevale sul nostro reale sentimento, impedendoci di vedere attraverso i nostri filtri, perché l’uomo è animale sociale e in quanto tale vuole sentirsi parte di un gruppo ed è portato ad annullare la propria individualità in favore del “senso comune”, dell’approvazione socialmente condivisa. La cultura cos’è se non il background di un popolo, quindi la base concreta per la formazione dei suoi giudizi e dei suoi concetti? Noi abbiamo solo la parola “neve” per designare una precipitazione atmosferica sotto forma di acqua ghiacciata; ma gli eschimesi, ad esempio, posseggono più concetti di neve, perché per loro essa è molto utile. Se prendessimo un africano analfabeta di un villaggio molto povero e lo portassimo davanti a Les Demoiselles d’Avignon, è probabile che egli non presti attenzione al dipinto, ma alla fattura della cornice: perché per lui è importante la maestria dell’artigiano che l’ha intagliata.

  6. IsolanaMente ha detto:

    L’ha ribloggato su IsolanaMentee ha commentato:
    Spunti interessanti. E risposte

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