Palermo ’98, da M.C.

Un viaggio in Sicilia nel lontano (o vicino, chissà) 1998. Una descrizione di viaggio che continuamente declina dal paesaggio esterno a quello interiore. Uno stile di scrittura limpido, elegante. Un libro tanto prezioso quanto assai difficilmente reperibile.
Riporto un brano su Palermo, chi avrà la pazienza di leggerlo capirà il motivo per cui ho scelto di dare spazio a questo filosofo scrittore.

Arrivo a Palermo verso sera, vado in albergo, vicino all’Orto Botanico, ed esco che è già buio. Faccio pochi passi e mi trovo in piazza dello Spasimo. Sapevo già che era da queste parti, avevo già visto quel grande buco nella piantina ed ero guidato dal richiamo di quel nome, ma non mi aspettavo di trovarmici così presto. Non riesco a descrivere questa immensa piazza, anche se ci sono tornato più volte, non riesco a delimitarla, non mi rendo conto di cosa fa parte di essa e di cosa invece ha un altro nome, come la piazza della Magione. Non so dire esattamente com’è l’enorme edificio (o sono due?) abbandonato (o forse no?) che si trova in mezzo alla piazza, o forse non proprio in mezzo, come non so dire che parte occupa la zona sterrata con le due carcasse di macchine bruciate, non so descrivere le case intorno. So solo che ho sentito subito, forse per la suggestione del nome, l’ampio e profondo respiro della piazza insieme a una sorta di strappo, di dolore, la fitta che puo’ colpire chi ha una lacerazione quando respira troppo profondamente. Il respiro si trasforma in spasimo, lo spasimo che è anche respiro. Ho la sensazione che questa sensazione inaugurale abbia segnato la mia percezione di Palermo e che il tempo del respiro e quello dello spasimo abbiano ritmato il mio girovagare per la città: un frequente, improvviso allargarsi del respiro che sente, nel momento dell’espansione, il dolore delle ferite, uno spasimo che è una sorta di dolore anelante, del malato o dell’innamorato, con la remota speranza di una guarigione o della soddisfazione del proprio desiderio, la bellezza che si rivela guasta, il guasto che non riesce a nascondere del tutto la bellezza. A Palermo ho fatto continuamente questa esperienza.

Dalla piazza dello Spasimo prendo l’omonima via, dove si trovano le rovine del convento di Santa Maria dello Spasimo, poi ospedale ed ora centro, anzi, cantiere culturale. Per questo convento Raffaello aveva dipinto un’Andata al Calvario, conosciuta anche come Spasimo di Sicilia, ora al Prado, in cui è rappresentata una caduta di Cristo. Al centro del quadro, in secondo piano, c’è la testa di un soldato con la bocca aperta, l’espressione stravolta. Questo dettaglio del soldato “spasimante” deve rappresentare il centro drammatico del dipinto, perché lo trovo riprodotto a grandezza naturale nel volume dei Classici dell’Arte su Raffaello e anche sulla copertina dell’ultimo libro di Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di Palermo, che vedo in libreria appena tornato dalla Sicilia e che leggo subito. Mi pare che Consolo risolva lo spasimo in pura agonia, quasi senza respiro, senza anelito, senza speranza.

Le case di questa via dovevano avere un tempo una loro nobiltà, ora sono tutte inabitabili o precariamente abitate. Qui, nel quartiere della Kalsa, ho un certo timore e una certa indecisione nei movimenti, perché mi sembra incerta la linea di separazione fra esterno e interno, fra la strada e la casa, ed ho paura di invadere uno spazio che non è più pubblico ma già privato. La stessa sensazione l’avevo provata a Siracusa, in una zona della più chiara e meno degradata Ortigia. Ma spesso, qui a Palermo, la sensazione è di essere comunque in uno spazio interno, privato, in cui il mio transito è appena tollerato; difficile dunque soffermarsi, guardare apertamente, con calma, anche perché la struttura architettonica, la traccia della storia, l’emergenza artistica, sono sovente intrecciate con la presenza umana, con l’abitare, il lavorare, l’oziare, e quindi è facile che il mio sguardo incroci un altro sguardo. O forse tutto sarebbe più semplice se non inseguissi sempre un ideale quanto impossibile mimetismo ed accettassi invece la mia alterità di “straniero”.

(Marco Cecconi, Le stazioni di ieri, Riccardo Pioli Editore, 2013, pag. 123-126)

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meno scrivo, meglio è
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