il male dentro

Quelli della mia classe son cresciuti giocando a biglie nei cortili. Ogni tanto, anzi quasi tutti i giorni, scoppiava una piccola rissa. Non ero grande e grosso, cercavo di non buscarle, magari giocando d’astuzia. Raramente si andava dalla mamma a piangere, nel timore d’esser considerati femminucce. Ricordi che fanno tenerezza, eppure certi meccanismi psicologici hanno avuto la loro parte in eventi ben più drammatici d’una scazzottata fra ragazzini.

Mi riferisco a quel fenomeno di rude solidarietà maschile che va sotto il nome di cameratismo. È uno dei temi d’un libro interessante, per molti tratti anche drammatico nei fatti evocati, dal titolo «Il male dentro», scritto da Thomas Kühne e pubblicato in Italia nei tipi delle Edizioni dell’Altana. L’Autore prende in esame la Germania a partire dalla sconfitta della Grande Guerra fino alla tragedia della cosiddetta «soluzione finale». La premessa è il disagio tedesco dopo la sconfitta. La propaganda delle associazioni nazionaliste esalta, in alternativa alla società civile divisa e litigiosa, la fratellanza del cameratismo militare, il cameratismo della dura vita di trincea. In realtà tutta questa fratellanza non c’era e molte erano le tensioni fra i militari di truppa, costretti ai patimenti, e il ceto degli ufficiali superiori, che non condividevano affatto le proprie comodità. Ma la propaganda dipingeva invece una mitica fratellanza, una concordia ben diversa dal weimariano disordine del conflitto politico e di classe. Ovviamente poi la guerra era stata persa per colpa dei traditori, e non, come era accaduto realmente, per l’inferiorità militare sul campo.

Il nazismo fece proprio il mito del cameratismo. Lo pose alla base dei tanti campi d’addestramento nei quali i giovani, a partire dalla metà degli anni ’30, erano coinvolti. Partecipare era sostanzialmente obbligatorio, per non trovarsi esclusi e visti con sospetto. L’intento fondamentale di questo addestramento era inibire il retaggio morale dell’educazione precedente, cancellare il giudizio e la coscienza personale, con l’adesione alla coscienza del gruppo. Il NOI in sostituzione dell’IO. Il timore dei rimorsi della propria coscienza era sostituito col timore del giudizio dei camerati, la paura di apparire poco virile, di sembrare ancora un «cocco di mamma». Questa vergogna è un elemento centrale, per Kühne, nella spiegazione delle tante atrocità commesse (il testo analizza molti episodi della guerra sul fronte Est, prima nella Polonia occupata e poi in Russia). Non era raro che alcuni soldati ed ufficiali provassero disagio ed orrore per le inaudite violenze delle quali il proprio reparto era responsabile, ma reagivano ritenendo se stessi incapaci, non all’altezza, senza mettere in dubbio la necessità di quegli accadimenti.

L’altro pilastro fondamentale della coesione, oltre il cameratismo, è la figura del nemico. Ebrei e comunisti in primo luogo, ma non solo. Tutti coloro che apparivano anche semplicemente pensanti con la propria testa erano a rischio.

Riguardo all’addestramento dei giovani e a quel legame con cui la loro coscienza veniva imbrigliata e condizionata, riporto un brano laddove l’Autore fa riferimento, fra le tante testimonianze, alle memorie di Jost Hermand, un ragazzo della Jungvolk. Il brano è molto duro, lo sconsiglio al lettore impressionabile che puo’ passare oltre.

«Un giorno a Warthegau, nella Polonia occupata, Jost e i suoi compagni ebbero una tragica occasione di mostrare indifferenza. “Un pomeriggio eravamo nel cortile della scuola quando vedemmo una SS in bicicletta proveniente da Standau seguita dal suo cane”. Improvvisamente si fermò è ordinò all’animale di “aggredire una donna incinta polacca che camminava in una strada del villaggio”. Il cane eseguì gli ordini, saltò addosso alla donna che cadde a terra gridando terrorizzata. “L’uomo scese dalla bicicletta e calpestò con i suoi stivali la pancia della donna finché non morì per le ferite interne”. Jost e i suoi compagni assistettero impassibili alla scena “non venne in mente a nessuno di noi di accorrere in aiuto della donna”. Solo dopo si sentirono a diaagio. “Sapevamo tutti che qualcosa di terribile era accaduto”. Ma nessuno ne voleva parlare. Ciascuno era “discreto”, come raccomandava il decalogo della Jungvolk. Chi si atteneva a questa regola si sentiva più sicuro, aveva la certezza d’esser protetto dal cameratismo, molto più importante del rimorso per ciò che avevano visto. Chi era inserito nel gruppo, sapeva che il gruppo l’avrebbe sempre difeso, fratelli nel crimine”.  (pag. 71)

Il saggio di Kühne è accompagnato da una importante postfazione di Luciano Canfora. In essa il lettore viene messo in guardia da uno degli assunti di fondo del volume: la responsabilità collettiva dei tedeschi. Per esempio l’antisemitismo non era affatto una prerogativa del popolo tedesco, ma era ben diffuso anche in Inghilterra. Un’altra considerazione, già nota ma qui ribadita, è che non a caso i campi di sterminio principali fossero nella Polonia occupata, in una terra considerata più intrisa di certe tradizioni antisemite. Secondo Canfora la tesi di un popolo tedesco coinvolto nell’Olocausto per una qualche propria predisposizione culturale non è fondata.

Personalmente credo però che la parte del testo che analizza i condizionamenti del singolo rispetto al proprio gruppo di appartenenza è molto interessante e aiuta a far chiarezza. In ogni caso, di questo dobbiamo renderci conto: la parolina «Noi» al posto della parolina «Io», la sostituzione della coscienza individuale con una coscienza collettiva deresponsabilizzante, puo’ portare laddove non ci si sarebbe mai aspettato.

Fra le tante figure evocate nel testo, c’è anche un riferimento al capitano Wilm Hosenfeld, reso celebre dal film Roman Polanski.

Thomas Kühne
Il male dentro
La comunità di Hitler: psicologia del genocidio e orgoglio nazionale
Postfazione di Luciano Canfora
Traduzione di Donata Aphel
Edizioni dell’Altana, 2013
pag. 280

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10 risposte a il male dentro

  1. redpoz ha detto:

    Interessante, mi ricorda un pò le riflessioni di Jacques Semelin.

    • diegod56 ha detto:

      il testo si basa molto su memorie di chi ha vissuto quelle vicende, per cui la riflessione teorica, seppur pregevole, è ben integrata con il racconto concreto

  2. popof1955 ha detto:

    Le tue recensioni sono sempre molto belle, ma su questo tema ,,, sai il discorso è lungo, credo di avere radici ideali con te, radici di sinistra con un errore di base, quello di considerare le masse sottomesse al nazifascismo. Letture e approcci culturali vari, con il tempo mi han fatto capire che il nazifascismo era qualcosa a cui le masse europee e quindi non solo tedeschi o inglesi, ma anche svedesi, finlandesi belgi e norvegesi vi aderivano.Erano reduci dalla crisi del 1928, vedevano nell’ebreo il diverso, la viltà umana ha fatto il resto. Chi aderiva, chi aderisce al cameratismo anche se lo fa per paura alla fine è complice dell’aguzzino.Oggi siamo quasi nelle identiche situazioni: cerchiamo il diverso (magari vecchio, magari straniero, magari handicappato) su cui scaricare le tensioni sociali, si comincia dal basso dalla strada, dove non ci sono mediazioni culturali e si finisce in TV sventolando bandiere ideologiche fatte con il basso ventre. Temo tempi bui c’è troppa gente che non ha più un cervello autonomo e che potrebbe condizionare la nostra vita futura.

    • diegod56 ha detto:

      hai scritto un commento molto interessante; in effetti però Kühne non si sofferma tanto sul consenso «politico» al nazismo, che è un evento spiegabile in tanti modi e tu hai ben citato la crisi del ’28; il testo si sofferma su come sia stato possibile, da parte di persone «normali» commettere o comunque sopportare di essere complici diretti di molte crudeltà inaudite, cioè quindi di come si sia potuta inibire la coscienza costruita dalla normale educazione borghese o popolare che sia; cioè il problema è il male «inaudito», non tanto l’adesione ad un movimento politico che promette magari lavoro e benessere, cioè un fatto normale

      • popof1955 ha detto:

        Ma ti dirò anche di più, che non è solo come dici tu l’adesione ad un movimento politico, è anche l’illusione delle vittime di potersela in qualche modo cavare. Nell”oggi che viviamo, è diventato normale imbattersi in chi è messo ai margini della società ma crede di avere un posto privilegiato e si schiera contro chi sta peggio, una lotta tra poveri che svicolano dai problemi reali e irrobustisce chi sta costruendo questa cosa.
        Ad esempio ho già incontrato un termine tipo “senilità economicamente sopportabile”, e se ci pensi è da brividi.

  3. diegod56 ha detto:

    “senilità economicamente sopportabile”

    la mia, se ci arrivo, non la sarà

  4. Pasquale ha detto:

    Già.

    Quanto a te Diego , grazie per aver condiviso questa relazione. Per il mio modo di vedere il nocciolo sta con molta verosimiglianza in quel modo del noi, di cui io è la deformazione però.

    Una nota; hai fatto forse bene ad avvisare della brutalità delle immagini citate. Ma non credo si faccia bene, dico pedagogicamente. Penso che nulla debba essere nascosto o si lascia posto alla negazione borghese dell’incredibile, non può essere. Sapere che cosa combinavano gli italiani in Slovenia.

    E del resto leggere la modalità standard di esecuzione capitale in Inghilterra fino ad apposito editto prescrittivo di Elisabetta I: Impiccagione per indurre asfissia controllata, castrazione e sventramento in vivo, tale che la vittima potesse vedere le sue budella cadere in una tinozza. Finalmente si moriva.

    Pas

    • diegod56 ha detto:

      grazie carissimo Pasquale, la questione del «noi» è davvero importante; per la prudenza dell’avvertimento, ho pensato proprio a chi «fisicamente» soffre alla lettura della brutalità, quindi un’attenzione al «corpo» del lettore, col rischio di attenuare l’efficacia della conoscenza, pazienza

  5. Il “noi” è bellissimo quando si condivide amore, terribile se si condivide odio.

    • diegod56 ha detto:

      hai scritto un commento di grande valore, cara Princy

      certo non è il «noi» il problema ma il suo uso, l’atteggiamento che sottende

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