La società a costo marginale zero

Il mio babbo durante la guerra andò sfollato in un paesino dell’Appennino toscoemiliano. Giù in città si faceva la fame, gli approvvigionamenti di cibo erano scarsi e difficoltosi. Invece lassù, seppur a prezzo di un lavoro duro, dettato da ritmi secolari, si mangiava. Ancora oggi il mio babbo ricorda due caratteristiche di quella comunità locale: l’autosufficienza e la collaborazione, insomma il «darsi una mano» per far fronte alle incombenze. Nonostante il disastro della guerra, la comunità locale reggeva decisamente meglio della vasta comunità nazionale. Questo tema dell’efficacia delle organizzazioni decentrate e distribuite rispetto alla fragilità delle organizzazioni estremamente accentrate è una delle chiavi di lettura dell’ultimo libro di Rifkin,  La società a costo marginale zero, uscito quest’anno come di consueto da Mondadori.

Già Keynes (e con lui molti altri economisti) aveva individuato il problema, che descrivo in poche righe, scusandomi per l’inevitabile semplificazione. Nel capitalismo «classico» c’è una continua competizione fra produttori legata all’innovazione tecnica. Un produttore, grazie ad una nuova tecnologia di cui entra in possesso, si ritrova in vantaggio sui concorrenti e puo’ vendere un prodotto ad un prezzo più basso, dominando il mercato. Ma un concorrente, prima o poi, grazie ad un ulteriore miglioramento di efficienza, riesce a rimpiazzarlo sul mercato, con un prodotto migliore e meno costoso. Questo spiega come il capitalismo sia stato anche un formidabile propulsore del progresso tecnologico. Ma c’è sullo sfondo un problema: prima o poi il prezzo concorrenziale, l’offerta di un bene o di un servizio a prezzi sempre più bassi, renderà difficile avere un profitto sufficiente a giustificare gli investimenti, poderosi, che sono stati necessari per stare al passo, per competere.

Uno degli aspetti più inquietanti, è l’espulsione di milioni di persone dal mondo del lavoro. Non a caso il capitolo VIII si intitola «L’ultimo lavoratore». Mi pare evidente che buona parte della migliorata efficienza produttiva abbia come conseguenza (ed anche scopo, direi) la diminuzione della mano d’opera. Da tempo è chiaro che le nuove tecnologie non producono tanti posti di lavoro quanti ne distruggono. E non avviene solo per i lavori a basso profilo intellettuale, tant’è che Rifkin ci ricorda che le macchine provvederanno da sole alla manutenzione e alla costruzione di altre macchine, e non è fantascienza.

Tutta una faccenda triste? No, perché sullo sfondo ci sono i segni, ormai ben evidenti, di una rivoluzione economica e culturale. La tecnologia non è un nemico, ma è proprio lo strumento che consentirà di andare oltre ai modelli culturali ed economici, della prima e seconda rivoluzione industriale.  Un cambio di paradigma. Vorrei riportare il bellissimo riferimento che l’autore rivolge ad un fondamentale testo di filosofia della scienza, che lessi in gioventù.  Citazione lunghetta, ma importante, chiedo scusa.

«Nella sua opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche Khun ha infatti inserito la parola “paradigma” nel più ampio contesto di una riflessione generale. Secondo la definizione di Khun, un paradigma è un sistema di assunti e credenze che concorrono a creare una visione del mondo integrata e unificata che risulti così convincente e coinvolgente da essere considerata senz’altro la realtà. La forza affabulatoria di un paradigma si basa sul carattere onnicomprensivo della sua descrizione della realtà. Una volta accettato, diventa difficile, se non impossibile, mettere in questione i suoi assunti centrali, che in apparenza riflettono l’ordine naturale delle cose. Che si affacci qualche altra spiegazione del mondo è assai raro, dal momento che essa dovrebbe fronteggiare quanto è accettato come inequivocabile verità. Questa accettazione acritica, e il rifiuto di immaginare spiegazioni alternative, porta però ad un accumulo di incongruenze, che cresce fino a raggiungere un punto di svolta: qui il paradigma esistente viene smantellato e sostituito con un nuovo paradigma esplicativo, più adeguato a ordinare le anomalie, le intuizioni e i nuovi sviluppi in una nuova grande narrazione. Il paradigma capitalistico, a lungo accettato come il miglior meccanismo per promuovere un’organizzazione efficiente dell’attività economica, è ora sotto assedio su più fronti.» (p. 15)

In effetti l’internet, la produzione diffusa dell’energia, le nuove modalità di produzione distribuita fanno intravvedere il tramonto dei modelli verticali fortemente accentrati, legati all’era del combustibile fossile (con le sue conseguenze apocalittiche sul clima). Ma il concetto stesso di lavoro, di proprietà, di comunità stanno cambiando, in una società dove conterà sempre di più l’accesso del possesso. La tecnologia ci consente la società dell’abbondanza, la riduzione dei costi e della manodopera è un incubo dovuto solo all’approccio vecchio all’economia, alla cultura, al modo di essere cittadini del mondo.

I contadini di quel piccolo paese dell’appennino ormai non ci sono più, il paese è quasi disabitato, ci sono stato di recente. Eppure quel modo di essere comunità, quell’autosufficienza locale, incardinato con le meravigliose opportunità della tecnica di oggi (energia prodotta in loco, comunicazione a costo zero, collaborazione e condivisione planetaria), non è il passato, ma è il futuro.

Certo, le mie poche righe non esauriscono un testo ampio e ricchissimo di prospettive. Pazienza, comunque le ho scritte a costo marginale zero.

Jeremy Rifkin
La società a costo marginale zero
Mondadori 2014
pp. 490

 

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9 risposte a La società a costo marginale zero

  1. poetella ha detto:

    Ed enorme profitto.
    A volte penso che dovremmo imparare a fare i contadini. ..
    Chissà…

    Ciao Diego!

  2. lector ha detto:

    Quello che tutti si dimenticano è che “reddito” non è altro che disponibilità di beni e servizi caratterizzati da sostanziale scarsità relativa. Produzione del reddito e sua distribuzione sono momenti che potrebbero venire idealmente scissi. Una volta remunerati adeguatamente tutti i fattori della produzione, ciò che rimane potrebbe tranquillamente essere distribuito anche tra i soggetti che non hanno partecipato al processo produttivo, garantendo comunque l’equilibrio del sistema. Bisognerebbe tornare a studiare le teorie di Walras, aggiornandole. Purtroppo, rispetto a questa impostazione, il fattore econometrico è fondamentale ed è tutt’altro che semplice procedere a una quantificazione esatta di tutte le innumerevoli variabili che entrano in gioco.

    • diegod56 ha detto:

      grazie caro lector del tuo qualificato commento; vorrei solo ribadire che qui non ho dato conto di come rifkin entri anche abbastanza nel dettaglio di questa che lui definisce una terza rivoluzione industriale, fra le altre cose segnalo un giro d’orizzonte sulla questione delle stampanti 3D e delle nuove modalità distribuite di produrre; insomma consiglio la lettura di questo libro

  3. Sara ha detto:

    io non ci credo più, almeno non è cosa per questi tempi, forse in un futuro migliore, tuttavia vedo il presente permeato da troppa meschinità e ipocrisia.

    • diegod56 ha detto:

      sicuramente, cara Sara, siamo condizionati da un orizzonte che appare cupo, ma io credo che siamo, come civiltà umana, ad un momento in cui il vecchio modello economico non regge più e la tecnologia, così avanzata, deve essere indirizzata al benessere comune; Rifkin ha ragione

  4. Sara ha detto:

    siamo fragili, difettati, magari ci siamo evoluti, ma è una strada lunga e difficile.

    • diegod56 ha detto:

      la natura umana, cara Sara, è quella che è, però anche l’evoluzione tecnologica comporta dei mutamenti nel nostro «essere nel mondo»

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