Le Rose dell’Ecuador

Nei cortili delle case operaie, specie le mattine di primavera, sentivo cantare. Dalle finestre echeggiavano le canzoni delle donne affaccendate. Canzoni del momento oppure vecchie canzoni, sparse nell’aria senza imbarazzo. Era normale cantare, era triste chi non cantava. Oggi non si canta più (e siamo tormentati da continue musichette di sottofondo). A quei cortili ho ripensato leggendo «Le Rose dell’Ecuador» di Marina Garaventa. La storia di due donne e del loro canto. Rosa proviene dall’altra parte del mondo e canta come quelle donne dei cortili della mia infanzia, canta nell’affrontare le faccende domestiche con impeto e allegria. Geneviève canta in modo molto, molto diverso: è un soprano, una donna dall’affermata carriera artistica.

Due donne dalle storie tanto diverse, lontane, antitetiche. Cantante affermata, di buona famiglia l’una, immigrata mossa dal disperato tentativo di vincere la miseria, l’altra. La narrazione è costruita sulla simmetria delle due vicende, delle concomitanti sfide che entrambe sanno affrontare.

Una storia impregnata di fisicità, di corporeità. Pur nell’invenzione narrativa, una storia di donne è sempre una storia di corpi. Corpi che soffrono, gioiscono, provano stanchezza, timore, tenerezza, abbandono, energia, passione.

Della fisicità concreta abbiamo accennato, e di questa elemento chiave è il respiro. Questo aspetto così scontato del vivere è protagonista assoluto, almeno nella prima parte del romanzo. Geneviève non respira più da sola, l’incidente le ha immobilizzato il diaframma. La macchina che le dona il respiro agisce attraverso un tubo che blocca le corde vocali. Per un cantante lirico il respiro è tutto, l’uso e la cura del prezioso diaframma sono quasi un’ossessione, per cui è immaginabile lo smarrimento del trovarsi in quello stato. La sua lotta per tornare a respirare, a parlare e infine a cantare, è un cardine essenziale della vicenda.

Rosa, nonostante il suo cantare per farsi forza, sta combattendo la dura battaglia per uscire dalla miseria e dalla condizione d’inferiorità femminile. Certo, c’è una forza innata del carattere, senza la quale non c’è speranza. Dalla sua casa lontana, dove ha lasciato il figlio ai nonni, ha portato una piccola pianta di rose, che nella narrazione assume un chiaro risvolto simbolico.

«Il giorno dopo il loro arrivo, prima che Adriano si alzasse, uscì in giardino, con un piccolo involto in mano, per portare a termine un compito che le stava a cuore. Mentre il sole invernale faceva capolino fra la nebbia, estratti dal pacchetto dei piccoli legnetti, li piantò, con cautela, in un vaso che aveva scorto, il giorno prima, nella piccola serra dietro la casa. Erano le sue rose, quelle che sua nonna aveva piantato in Ecuador, quando era nata lei.» (p. 32)

Ovviamente se ho scritto che è un testo impregnato di fisicità e corporeità femminile, vuol dire che è ben presente anche l’amore, l’amore concreto. Marina descrive più volte il trasporto amoroso, l’afflato sensuale, e l’amore, nelle sue delusioni ma anche nelle sue gioie, ritorna più volte nelle pagine del romanzo. C’è un passaggio dove sfiora anche un tema spesso nascosto, la sensualità che possiede anche chi è infermo.

«“Ecco, mi faccia sentire come spinge… Brava, inspiri, espiri… così, spinga fino in fondo in modo che i polmoni si vuotino completamente… Ancora una volta!” Nonostante Geneviève si trovasse nella situazione di chi stia lottando per sopravvivere, le parole di lui, il suo tono e i suoi incitamenti le fecero venire in mente tutt’altri momenti: il suo viso riuscì persino ad abbozzare un sorriso e gli occhi si posarono maliziosi sul medico che, troppo preso dall’osservazione del diaframma della nuova paziente, non si accorse dei suoi ammiccamenti. “Perché non mi guardi, stronzo!?” pensò.» (p. 47)

Amore e canto. Il canto, che della musica è sicuramente la disciplina più corporea, palpitante, quasi carnale, ha il suo trionfo nell’opera lirica. L’ambiente dell’opera sta sullo sfondo, non è per caso che buona parte della storia si svolge nella villa di Torre del Lago, non lontano dalla casa del Maestro. Marina, figlia del grande tenore Ottavio Garaventa, conosce bene questo mondo e lo sa evocare con finezza.

«La strana magia, che le tavole di un palcoscenico operano sugli artisti, è qualcosa di misterioso che, nonostante gli anni di carriera, ancora l’affascinava. Pareva che, indossando i panni di un personaggio, si operasse in lei un miracoloso cambiamento che la spingeva a modificare gesti, comportamenti e perfino idee. Non era raro, infatti, che anche il suo umore mutasse al mutare dei panni indossati: diventava cupa e silenziosa quando l’eroina da impersonare aveva un destino tragico, allegra e solare quando portava sulla scena un’opera comica. Certo, per chi non praticava l’arte, non era facile capire quei sottili meccanismi che, spesso, rendevano assai complicata la convivenza con un cantante.» (p. 153)

È un libro che si legge bene, scritto per la gioia di raccontare, in quel modo simpatico, passionale, ironico, totale, in cui solo le donne sanno vivere.

Marina Garaventa
Le Rose dell’Ecuador
Liberodiscrivere Associazione Culturale, 2014
pag. 170

 

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3 risposte a Le Rose dell’Ecuador

  1. Grazie carissimo! Ribloggo subito!

  2. mariella1953 ha detto:

    Ciao
    Interessante questa presentazione…penso che leggerò questo romanzo,mi piace pure l’ambientazione visto che sono stata poco fa proprio a Torre del Lago a vedere la Turandot!

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