oltrepassarsi

Uno degli errori fondamentali che compie un uomo è l’autocritica assolutiva, dalla quale anche il sottoscritto non è esente. Per decenni gli psicologi (e con esso l’ampio stuolo di quelli che di mestiere pensano a come devi pensare) hanno proposto la soluzione del cosiddetto accettarsi. Certo le questioni sono serie e gli studiosi anche, ma riducendo all’essenziale il messaggio che è passato lo si riassume in quello. In effetti molti problemi, specie nell’adolescenza (che pare ormai traboccare temporalmente fino alle soglie della menopausa e dell’andropausa), derivano dal non piacersi, dal sentirsi poco accettati dagli altri perchè in realtà non lo si è da se stessi. Ma da tempo nutro un dubbio. In realtà questo accettarsi non è affatto la fine dei problemi ma è l’inizio laddove è una forma di autoassoluzione facile, a portata di mano. Dobbiamo ripartire con chiarezza dal concetto di mente. La nostra mente, il nostro apparato corpomente, è una struttura adatta a gestire una tensione fra ciò che vogliamo avere o fare e ciò che, nell’ambiente in cui siamo immersi, ci è di ostacolo. Insomma la mente è la struttura che trova nella capacità d’adattamento la sua più nitida espressione. Qual’è il vero e proficuo adattamento? Io credo che il punto chiave sia la comunicazione, la capacità di incardinare processi collaborativi fra la nostra mente e quelle altrui (siano esse umane, oppure di persone non umane cioè gli animali, oppure artificiali, ma questo punto è controverso). Essere sociali, zòon politikòn diceva il grande stagirita, è la nostra vera essenza, e la nostra felicità (parola complessa su cui torneremo) è alla fine il non essere, in termini dinamici e di scopo (tèlos) noi soli, ma noi parte di un tutto dinamico. Quindi non serve accettarsi, ma sostanzialmente relazionarsi, oltrepassarsi, superarsi, andare oltre.

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meno scrivo, meglio è
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11 risposte a oltrepassarsi

  1. intesomale ha detto:

    A me questa cosa che hai scritto boh, diciamo che mi piace tantissimo ma mi sembra incompleta. Perché fino a metà facevo di sì con la testa, tutto convinto, ma poi butti lì il relazionarsi, e dimentichi di entrare nel merito, di questo relazionarsi. Perché per la mia esperienza, si finisce spesso per cercare relazioni di assoluzione reciproca, soprattutto con la rete, soprattutto con apparenti epifanie di persone che ti raccontano di come si sono assolte loro, tu sottoscrivi, poi è il tuo turno, e così via… quindi sì socialità, ma anche una tensione a severità e onestà. Se no è un circo(lo) vizioso. Però bel post, davvero, sono contento di aver aperto il reader proprio ora, che per lo scroll down ho poco tempo ultimamente.

    • diegod56 ha detto:

      grazie perchè hai fatto un’osservazione molto interessante; come dire: d’accordo relazionarsi, ma cosa significa davvero relazionarsi? non cè il rischio, molto forte sull’internet, di un «falso» relazionarsi?
      ci devo pensare, complimenti per l’osservazione

      • intesomale ha detto:

        è come se ti complimetassi con Rust di True Detective per la sua ossessione col caso del Re Giallo, nel senso che io a sta cosa ci penso in continuazione :D ma soprattutto: tu usi le caporali. Cioè, da me è alt+1 e poi alt+shift+1… che lavoraccio!

  2. Julo d. ha detto:

    IMHO il guaio dell’espressione ‘accettarsi’ è che non viene mai intesa come “prendersi a colpi di accetta”.
    :-)

    Dopo la cavolata torniamo seri.
    Accettarsi è la seconda parte di un processo. La prima (ben più importante e basilare) è prendere atto della realtà intera, cioè il mondo circostante e il mio ‘essere’ inserito in questo mondo. Solo dopo aver fatto questo posso cercare di accettarmi, cioè inserire al meglio il mio essere nella realtà.
    Invece per il 99,99% delle persone significa adattare la realtà a quello che io penso debba essere. Impresa impossibile e frustrante.

    Pace e benedizione
    Julo d.

  3. diegod56 ha detto:

    «La prima (ben più importante e basilare) è prendere atto della realtà intera, cioè il mondo circostante e il mio ‘essere’ inserito in questo mondo.»

    In effetti, caro julo, questa sarebbe la prospettiva più giusta, ma la tendenza egocentrica è sicuramente assai potente in quasi tutti

  4. Pannonica ha detto:

    la difficoltà a oltrepassarsi sta proprio nel superare l’autocentratura nel rapporto con l’altro, che sia sul web o nella vita “fisica” (ammesso che ci sia una differenza).
    e la nostra è l’era in cui l’individualismo, alle origini fisiologicamente sano e con il suo bel perché, è diventato una patologia, un disturbo della personalità vero e proprio.
    Stanisław Jerzy Lec: “Ci guardammo negli occhi: io vidi solo me, lei soltanto sé”.
    Credo che questo aforisma sia una vivida istantanea dei nostri giorni.

  5. diegod56 ha detto:

    grazie, molto azzeccata la citazione, pan

  6. nataliefinch ha detto:

    Ciao, non ci conosciamo e spero di non sembrare inopportuna.
    Appartengo “stuolo di quelli che di mestiere pensano a come devi pensare” :-) In verità, quello che io vedo con i miei occhi è che “non accettarsi” non è uguale per tutti, ovvero ognuno ha i propri motivi per non farlo e molto spesso ha ragione.
    Quello che uso come criterio è l’egodistonia, ovvero quanto ti sembra o non ti sembra che quello che ti accade ti appartenga come aspetto tuo interno nella visione che hai di te stesso. Chi ha gli attacchi di panico, per esempio, sente la paura come un aspetto egodistonico non come un aspetto intrinseco alla realtà (o per dirla come mangio: è matto, ma non è scemo), quindi è un problema che va al di là della questione se accettarsi o no, ma che sta nell’ambito del “non so perchè ma è più forte di me e sto male quando succede”, che può essere un’abbuffata, uno scoppio di collera, un periodo di depressione, qualunque cosa.
    E anche in termini di adattamento, pure i sintomi sono visti come forme di adattamento, come strategie di mantenimento della prossimità con le persone di riferimento, per esempio: chi ha gli attacchi di panico spesso non esce se non accompagnato e ovviamente le persone care si organizzano intorno al panico dell’altro. Nel qui e ora un attacco di panico può essere la cosa migliore che una persona riesce a fare per mantenere la vicinanza che ne so? con una moglie o un marito percepiti distanti in qualche momento della vita. Soggettivamente c’è solo la percezione di una malattia, però se uno va a guardare è una forma di adattamento alle relazioni che uno ha. Quindi boh: anche lì, non c’è un solo adattamento, ci sono mille adattamenti possibili, alcuni piacevoli altri no, per una stessa situazione e uno stile diverso per ogni mente, ma anche per ogni situazione. Più una persona è flessibile e usa strategie di adattamento diverse per situazioni diverse e meglio sta.

    • diegod56 ha detto:

      grazie per l’interessante e qualificata distinzione

      sì certo, ognuno s’arrangia come puo’, in fondo ogni atto è una risposta a qualcosa, perfino il non agire lo è

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