“Soglie„ [G. Del Giudice]

Siccome l’amico Graziano Del Giudice è pigro, e non ha un blog, ospito nelle mie ubertose paginette questo testo, che è stato redatto a supporto per una performance in un locale della Spezia.

Soglie: ingressi, uscite e passaggi.

Significato della parola “Soglia“, secondo gli indici analitici dei Vocabolari:

Inizio, Principio, d’uso analogo di limitare;
Varco, inteso come passaggio da un luogo all’altro;
Porta, Ingresso, come apertura che fa accedere ad un ambiente.

Nel romanzo “Il cinese del dolore” lo scrittore austriaco Peter Handke, attraverso lo sguardo del protagonista, indica la Soglia come un confine, piuttosto una zona, un luogo fisico e metafisico che non è solo un luogo di passaggio ma puo essere anche luogo dove “tutto è sospeso”, in-decisione, un luogo particolare, di prova. L’autore scrive: “Là, in quel luogo, sulle fondamenta del vuoto, avremo semplicemente visto la metamorfosi delle cose in cio che esse sono“. In un altro libro, “L’ora del vero sentire”, è il tempo a cucire gli eventi della storia, il tempo che uccide ogni momento, per cui ogni attimo è l’ultimo e già morto, quindi niente puo essere uguale al nostro precedente. In questo senso qui il tempo segna Soglie, passaggi, e tuttavia per questo stesso motivo richiama il passato, l’aldilà della Soglia attraversata. Per questo l’autore afferma che “la Soglia è la sorgente”, la Soglia è l’immagine più forte per dire l’attesa e la necessità del suo attraversamento verso una sorta di “linea d’ombra”. La Soglia è anche limite e il limite non è ciò in cui qualcosa cessa, ma quello da cui qualcosa comincia. E’ un luogo di demarcazione e di distacco, capace di generare una pro-tensione verso una sponda, un approdo una salvezza dalla deriva. La Soglia come sguardo gettato sulla Soglia, “uno sguardo differente e diverso, che rischiara e illumina, ascolta con gli occhi e origlia con le palpebre i punti di passaggio. E’ lo sguardo della pienezza e della purezza“.

Lo sguardo del protagonista-narratore, oltrepassando la Soglia del tempo e dello spazio, diviene cammino alla ricerca della comprensione di sé.

Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete … “

In questi versi immortali, attraverso lo sguardo che oltrepassa la siepe-soglia, il Leopardi abbraccia il desiderio di Infinito, desiderio incolmabile intrinseco alla natura dell’uomo, fino a sconfinare in un trasognato abbandono, che è naufragio dolce, in un processo immerso nel mistero del vivere e del morire.

Ma dove ritrovare nel presente quotidiano le Soglie se non in sé stessi?

Ogni passo, ogni sguardo, ogni gesto dovrebbe divenire cosciente di sé come una Soglia possibile. La Soglia come luogo di forza non sembra dunque scomparsa ma divenuta, per cosi dire, portatile sotto forma di forza interiore.

Io sono uno di quelli che amano sedersi sulle panchine, le panchine: sui lungomare, nei parchi, nelle piazze, nei viali, nelle fermate dell’autobus, nei cortili, nel centro città, nelle periferie, sotto casa.

Una panchina fa sentire anche al riparo chi vi siede, e fa sentire il suo ozio come un’attività non solo legittima ma di qualità superiore, una scelta lussuosa, dove lusso è qui la fruizione di cose rare come il silenzio, il tempo, lo spazio, la bellezza. Una panchina è come una piega del mondo, non un luogo nascosto ma una zona franca, liberata o salvata, dove semplicemente sedersi, sentirsi gratificati senza aver fatto né detto nulla.

Beppe Sebaste, dottore di ricerca in Estetica e scrittore, ha scritto un libro intitolato “Panchine. Come uscire dal modo senza uscirne”, edito qualche anno fa da Laterza. Per lui la panchina rappresenta una vacanza a portata di mano, un’utopia realizzata; sulle panchine, si contempla lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti, e ci si da’ il tempo di perdere tempo, per lasciare libera la mente di vagare, divagare, per passeggiare da fermo, appunto uscire dal mondo senza uscirne.

In questo senso il tema di fondo del libro di Beppe Sebaste ci riguarda tutti da vicino: è la possibilità di abitare il mondo in cui viviamo senza sentirci in esilio. La scrittura è anche un modo di vivere, come la musica, la pittura, il cinema: la scrittura è l’ascolto delle parole e dei loro ritmi, che richiede ad ognuno il tempo e la capacità di placare le stimolazioni imperiose dell’ esteriorità.

Soglia è sedersi , sedersi è cosi meditazione, stare seduti è contemplare, nel significato buddhista di “fondare il proprio Tempio”, osservando intensamente nessun Oggetto particolare, bensi il Vuoto universale, per eliminare le illusioni, per mitigare i desideri e superare l’illusione soggettiva nel quotidiano.

Oggi nella nostra società stare in panchina è quasi un’anomalia sociale, più grave se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte della produttività e dell’efficienza, ma anche allo sguardo degli altri, che non si fermano. Chi occupa una Soglia come lo stare seduti su una panchina, se non è un anziano, una donna incinta o un disabile, si dice che è uno sfaccendato, se non addirittura uno poco raccomandabile: è nel lessico attuale il contrario di scendere in campo. Per questo la panchina è anche simbolo della Soglia che non si traccia, luogo di pausa gratuita dove fermarsi, trascorrere il tempo e mostrarsi in pubblico, dove abitare la città e occupare lo spazio, osservando quello che accade intorno.

In questo senso la panchina non è un luogo di rinuncia né di eroismo, non è un rifugio, ma semplicemente una luogo di sosta. E’ luogo ai margini, il margine sopraelevato della realtà.

La letteratura è piena di panchine perché la letteratura parla della vita, della vita della gente, e le persone, sopra ogni cosa, aspettano, magari sedute.

Tanti poeti e scrittori hanno preso appunti per i loro libri seduti fuori, all’aperto, sulle soglie del mondo.

Lo scrittore francese Georges Perec nel suo libro “Tentativo di esaurimento di un luogo parigino” traduce cosi le sue osservazioni di osservatore seduto al tavolo di un caffè o di una panchina a guardare

“… quello che generalmente non si nota, quello che non si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole.”

Partendo da un’intenzione minimalista, l’autore elenca tutto cio che il suo sguardo raccoglie intorno a sé, formulando un vero e proprio inventario della realtà cittadina, “sforzandosi di guardare più piattamente” e dandoci un vero esempio di accettazione di sé e del mondo, una lezione di scrittura e felicità mentale.

Secondo il filosofo Emmanuel Lévinas:

 “il Caffè è la casa aperta, al livello della strada, luogo della socialità utile e facile, senza responsabilità reciproca: si entra senza necessità, ci si siede senza stanchezza, si beve senza aver sete pur di non restare nella propria stanza.

Il Caffè non è un luogo, ma un non-luogo, per una non-società, per una società senza solidarietà, senza domani, senza impegni, senza interessi comuni … . Luogo di dimenticanza … “.

Sedersi – su di una panchina – è insieme preludio e prosecuzione, inizio e divenire.

Scoprire edelencare Soglie, soglie come indicatori di luoghi e di spazi.

Nel libro “Specie di spazi” Perec insegue un tentativo di definire lo spazio, lo spazio che ci circonda, spazio come luogo vuoto che tratteggia il confine tra il dentro e i fuori. Lo spazio è quello che vi è intorno al vuoto, e cioè l’ambiente, a sua volta costituito dagli spazi-luoghi dentro cui ci spostiamo, dentro cui viviamo.

Questi spazi-luoghi sono quindi soglie di riferimento, di partenza e di uscita.

I miei spazi sono fragili, il tempo li consumerà, distruggendoli; come sabbia che scorre tra le dita gli spazi si con-fondono in uno spazio vuoto.”

Il proposito poetico di scrittura di Perec è perciò lucidamente quello che segue: “… scrivere per cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa, strappare qualche briciola all’oblio, al vuoto che si scava, lascaire da qualche parte un solco, una traccia, un segno”. E anche qui il segno si riesce rappresentarlo come Soglia, Soglia che che confina uno spazio bianco, un buco intorno al quale l’uomo continua a vivere.

Poco fa dicevo: le panchine sono simboli della Soglia, sottili frontiere tra dentro e fuori.

Esistono panchine di tante specie: di pietra, ricavate nella roccia; di granito o di marmo bianco, come quello di Carrara; di legno verde a listelli, a forma di onda; di ferro o di ghisa, le più eleganti; di plastica; colorate …

Ci sono tantissimi autori che hanno raccontato le panchine:

– Victor Hugo ne “I miserabili”;
– Michail Bulgakov ne “Il maestro e Margherita”;
– Robert Louis Stevenson ne “Lo strano caso del Dr Jekill e Mr Hyde”;
– Jerome D. Salinger ne “Il giovane Holden”;
– Fedor Dostoevskij ne “Le notti bianche”;
– Gustave Flaubert nel “Bouvard e Pecuchet”;
– Italo Calvino nel “Marcovaldo”.

Numerosi film hanno storie che ruotano intorno a delle panchine:

– “La 25° ora” di Spike Lee;
-“Manhattan” di Woody Allen;
– “Paranoid Park” di Gus Van Sant;
– “Caos calmo” di Sandro Veronesi;
– “Notting Hill con Hugh Grant;
– “Forrest Gump” con Tom Hanks

e altri ancora …

Sulle panchine si coltiva l’idea dello stare insieme, stare seduti sulle panchine è la promessa di conversazione con persone che non conosciamo, è l’attesa di un evento che non prevediamo.

Sulle panchine, oggi ultimo simbolo delle Soglie, si chiacchiera, si sta in silenzio, si prende il sole, si leggono libri e giornali, si ascolta musica, si scrive, si aspetta, ci si dà anche la possibilità di una vita secondaria.

Vorrei concludere citando ancora Peter Handke, ricercatore delle Soglie:

Qual è il contrario della paura delle Soglie?

– Felicità d’indugiare ai margini -”.

Fine della pausa.

La Spezia, 11 Giugno 2014

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meno scrivo, meglio è
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