scriverti

aforisma115-aurora
si puo’ fare click per ingrandire la figura

«La lingua e i pregiudizi su cui la lingua è costruita, ci sono di impedimento nello scandagliare processi e impulsi interiori.» (F.W. Nietzsche, Aurora, afor. 115, Ediz. F.lli Bocca, Traduz. Emma Sola, Torino 1926)

Sì, è bello scriverti. Lo so, tu apprezzi molto, amica mia, il ritrovarle, nella cianfrusaglia volgare della posta d’oggidì. Ti piacciono le mie desuete (sembrano d’un passato antico) buste, i fogli piegati in quattro, e l’indirizzo scritto a mano. Scrivo lasciando che la lentezza della posta di carta conferisca spessore alle parole, quasi che maturino nei sacchi della posta, similmente a quella frutta còlta acerba perchè maturi al banco del mercato. C’è anche il sottile erotismo nel sapere che queste mie mani hanno lasciato invisibili impronte sul foglio e questa carta toccherà la tua pelle, la tua pelle chiara e sensibile alla carezza lieve, la tua pelle che molto apprende da sè. Ma le parole, ce la fanno le parole? A volte mi sento come il principiante sui trampoli, colui che cammina goffo nonostante la presunta altezza. Le parole non ce la fanno mai, anche se sei un bravo scrivano, a raccontare davvero quel che si prova, perchè quel che si prova è profondo, nella profondità filogenetica. Le parole sono uno strumento abbastanza ben fatto, chi sa usarle a modo induce nel lettore sensazioni abbastanza simili al vivere. Ma non ce la fanno sul serio. È un gioco: io scrivo, tu giochi a capire. È bello scriverti, sì.

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meno scrivo, meglio è
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21 risposte a scriverti

  1. Julo d. ha detto:

    È veramente bello e importante scrivere “A MANO” una lettera. E anche, a volte, terapeutico. In certi momenti scrivere una lettera d’amore alla propria moglie/compagna/amante aiuta il rapporto, serve a superare certe difficoltà di comunicazione o a esaltare certe complicità e certe intimità.
    Ma è un’arte che purtroppo stiamo perdendo (sia quella di scrivere che quella complementare di leggere una lettera).

    Buon week-end

    Pace e benedizione
    Julo d.

  2. diegod56 ha detto:

    io e te, buon vecchio julo, le lettere d’amore le abbiamo scritte sulla carta, e mi ricordo che ci mettevano quattro giorni dal friuli alla liguria!

  3. Parole su cui varrebbe la pena riflettere.

    • diegod56 ha detto:

      certo cara Princy, hai colto che il tema non è tanto il sentimento, quando la difficoltà delle parole ad esprimerlo, quanto più esso è profondo

  4. mariella1953 ha detto:

    Ciao
    Penso che le parole non sempre riescono ad esprimere i sentimenti di chi scrive.
    Quando però una corrispondenza (elettronica o cartacea)si prolunga nel tempo si possono cogliere gli stati dell’animo dell’altro anche solo nella punteggiatura ,nell’uso di un vocabolo o in altre piccole sfumature…..
    Buon pomeriggio
    P.s. Hai fatto il militare in Friuli?scusa è una curiosità che mi è venuta leggendo il tuo commento !

  5. tramedipensieri ha detto:

    Non c’è la faranno le parole…se non maturano e non certo nel sacco ;)

  6. Pasquale D'Ascola ha detto:

    Ahi ahi Diegus, a prescindere dal fatto che intrattengo con qualcuno una corrispondenza che è a quota 4800 tra lettere e brevi messaggi, sai che non posso essere d’accordo, nemmeno con il nostro amato Friedrich, il cui idealismo poneva su un piedistallo la musica e ambarabàciccìcoccò. Sono i sentimenti a non essere sufficienti perchè quasi mai chiari non le parole, perchè appartengono all’Altro finché non prendono corpo, corpoparola; finché non accettiamo di far prendere loro corpoparola: temiamo le parole perchè sappiamo spesso, questa è la mia convinzione, che possono costituire una rivelazione sgradita; filosofia, laddove è più facile farne oggetto di mitologia interiore…oh oh ah ah specie in amore e affini si ricama sull’inesprimibile quando con molta semplicità, mi pare la Sagan scrisse ” Ti amo ed è tutto qui” In quel tutto qui non c’è una riduzione ma la massima estensione del concetto, la sua dilatazione estrema perchè più di amare, giusto per fare un esempio caro alle lettrici della Susina Tamarra, che cosa vuoi fare di una persona. Beh ucciderla sì, anche questo oppure scriverci il Simposio, sì questo è possibile. Scriverci ciò che scrisse Proust, ma siamo già nel campo dell’analisi. According to Alberto Biuso noi siamo parole che camminano. Non sono le parole a ingannare sono le persone che le usano maldestra-mente. Ma usarle bene, oh che fatica, quando facendone una marmellata zuccherosa si può facilmente vendere 1 milione di copie a 1 milione di cuori solitari per un milione di € o fare i giornalisti che corrisponde alla stessa tamarreide. Per hoc…
    “il minimo che si possa dire è che tutto ciò che si edifica tra questi esseri detti umani è costruito, montato, fondato sul linguaggio”
    Jacques Lacan a Lovanio 1969 (sulla data non so’ sicuro ma la conferenza in lingua franca è in rete con il titolo Lacan parla)
    Un caro saluto sempre, queste conversazioni mi entusiasmano

    • diegod56 ha detto:

      hai scritto un commento di gran lunga più interessante del mio post, in effetti, grande Pasquale

      ammettiamo che uno sappia usare bene le parole, come fa ad esser sicuro che chi le legge o le ascolta poi le comprenda?

      e poi, perchè il grande Arthur R. a un certo punto ha smesso, di usarle?

      comunque, in fondo di me conosci solo parole, e magari dietro ad esse non c’è quel gran che

    • Biuso ha detto:

      Caro Pasquale, sempre straordinariamente antiromantiche -oltre che linguisticamente scintillanti- le tue analisi. E anche per questo da me totalmente condivise. Pochi eventi sono falsi nel mondo come i buoni sentimenti. E la melassa -Tamarra o d’altra etichetta- è mortale.
      Il linguaggio è tutto. Di esso siamo fatti quasi come siamo costituiti di tempo. La frase nietzscheana dalla quale il nostro Diego ha preso le mosse, credo che in realtà voglia dire qualcosa di simile a un’altra sua affermazione: non ci sbarazzeremo di Dio sino a che crederemo nella grammatica.
      Non quindi un’insufficienza del linguaggio -che non è possibile, anche perché andrebbe detta linguisticamente, come infatti è detta- ma un inganno epistemologico che dal linguaggio viene veicolato. Ma la Parola, davvero, è “in principio”.

      • diegod56 ha detto:

        grazie, caro Alberto, non pensavo che il mio gozzaniano post suscitasse commenti di così alto livello

        sono una domanda, frutto della mia insufficiente preparazione: nel rapporto fra linguaggio ed esperienza, se io inforchetto e gusto un bel piatto di trenette al pesto, non è questo evento più vivo e potente del leggerne la ricetta?

        • Biuso ha detto:

          Caro Diego, mentre inforchetti tu parli a te stesso di gusto, di sapore, di piacere. Il linguaggio è questo e non soltanto la ricetta o qualunque altro testo che si possa leggere. L’esperienza umana come esperienza consapevole è sempre linguistica. Tutt’altra questione è la comunicazione, i suoi limiti, i suoi fallimenti, gli equivoci, i malintesi. Il linguaggio è esperienza primaria, la comunicazione è soltanto una delle sue conseguenze, per quanto importantissima.
          La domanda sul primato del pensiero o del linguaggio è secondo me una delle numerose domande malposte. L’umano pensa linguisticamente e il linguaggio è pensiero manifesto, anche quando si tace. Manifesto a chi pensa mentre pensa.
          Naturalmente è una risposta telegrafica, la mia, e quindi del tutto insufficiente ma spero che sia chiara almeno la direzione della risposta.

          • diegod56 ha detto:

            grazie Alberto carissimo, le tue parole meritano una lettura attenta, ma ho compreso già subito il punto chiave: separare pensiero e linguaggio è una forzatura; comunque ci devo riflettere con calma…

  7. Pasquale D'Ascola ha detto:

    Acc… come si scriveva nei fumetti in un tempo lontano. E bello avere a cuore temi che ad altri stanno sul c… e che si curano di tutto ciò che fa bla bla in luogo di ciò che dice. Mmm non mi intrometto più. Alberto ha detto tutto e, è vero, siamo terribilmente d’accordo. Rispondo come posso però a Diego che mi interroga. Non solo è difficile essere certi di ciò che viene capito ma non è nemmeno facile capire se ciò che diciamo è attendibile per noi medesimi. Da cui il proliferare di assicurazioni, ma polizze per la certezza non pare ne abbiamo mai inventate. Rimbaud, mah, non lo conosco nelle sue trame intime. Ma l’ho sempre compreso, cioè preso dentro in me. È una forma che può prendere il suicidio, tentazione che tiene in sospeso quasi tutti gli artisti che contemplano eros e thanatos non tanto da lontano e nello stesso tempo. Altri, all’opposto, scrivono senza requie per evitare o allontanare il requiem, fu il caso di Simenon. O di Bach.

    Ti indirizzo al tremendo Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannstahl

    http://www.rodoni.ch/busoni/bibliotechina/EINBRIEF.PDF

    e, per contrappasso, al dolorante
    “Che tu per me sia il coltello” di David Grossmann

    Credo che ti dicano più di me.

    • diegod56 ha detto:

      sono onoratissimo dell’attenzione alle mie domande, carissimo Pasquale

    • diegod56 ha detto:

      «Non solo è difficile essere certi di ciò che viene capito ma non è nemmeno facile capire se ciò che diciamo è attendibile per noi medesimi.»

      questa frase mi ha impressionato, caro Pasquale

  8. Pasquale D'Ascola ha detto:

    MI rallegro Diego, cosette quanto quelle che distillo ogni tanto a scuola per giovanotti in cerca di certezze da abbattere con metodo. Un caro abbraccio

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