il linguaggio delle api

Mi sono perso due volte, fra Brescia e Parma. Varcando la pianura fuori dalle autostrade, ho provato la tipica sensazione di impotenza che coglie colui che s’è perso. Abituato al mare da un lato, le colline alle spalle, al facile orientarsi, con punti costanti di riferimento, ecco che basta una pianura un po’ vasta, uniforme, e magari un po’ di nebbia, e mi perdo. E per fortuna noi umani abbiamo cartelli stradali, indicazioni, cartine (ed oggi anche tante diavolerie elettroniche) che ci aiutano per capire se siamo sulla strada giusta. Come ultima risorsa c’è sempre un pensionato sul ciglio della strada al quale domandare. Orientarsi e comunicare tragitti, percorsi, direzioni, ecco un’attività indispensabile per una società d’umani organizzati. Ma anche gli animali hanno da informarsi sul dove andare, e di un animale dalle magnifiche attitudini al riguardo tratta un bel libro: «Il linguaggio delle api» di Karl von Frisch. È un classico dell’etologia, un testo giustamente famoso. Oggi le scoperte del sobrio professore austriaco sono verità condivise ed accettate, ma quando le presentò non furono pochi gli increduli, gli scettici, ma von Frisch, col suo stile pacato, riuscì sempre a difendere l’efficacia delle sue scoperte.

Quel che oggi rende molto attuali e davverro importanti le osservazioni riportate nel suo testo è la questione del linguaggio. Ma prima di ragionare sul linguaggio dobbiamo partire dal ragionamento sulla comunicazione. Sempre di più nella biologia, nelle ricerche che analizzano quel processo così affascinante che definiamo «vita», è cruciale il ruolo dell’informazione. Tutta la vita si dispiega grazie all’informazione, sia essa interna ad un organismo (fra organi, fra apparati dello stesso corpo) oppure informazione che passa da individuo a individuo. Nell’importante prefazione di Giorgio Celli il concetto è infatti ben enucleato.

«Da qualche decennio i biochimici acquistano sempre più coscienza che il fenomeno della comunicazione, nel suo significato più ampio, è una delle manifestazioni fondamentali della vita, a cominciare dalle interazioni cellulari, ed è stato notato che la genetica molecolare si vale, non a caso, di parole elaborate nei territori di competenza della teoria dell’informazione e della comunicazione» (pag. 9)

Ovviamente la comunicazione è assai intensa negli animali sociali. L’alveare viene definito un superorganismo, e la comunicazione fra gli individui è strumento cruciale per il procedere e perpetuarsi della vita. Ma nelle api avviene un fenomeno ulteriore rispetto all’uso di semplici segnali, si manifesta l’uso di segni, di simboli. Insomma abbiamo un vero linguaggio, adatto a descrivere circostanze, dati che possono variare, insomma siamo ben oltre il segnale automatico che comporta una risposta automatica.

Von Frisch si domanda come possa la singola ape, scoperta una fonte di cibo, comunicarlo alle altre, in modo che esse poi volino copiose a giovarsene. Indaga sul segnale olfattivo, sicuramente importante, ma la semplice percezione del profumo non basta a spiegare una delle più affascinanti capacità delle api: comunicare alle compagne la direzione da prendere per raggiungere il sospirato nettare e, ad alteriore e preziosa informazione, la distanza da percorrere. Tanto per cominciare è davvero interessante capire come fa l’ape a conoscere la direzione e la distanza da percorrere, e il nostro meticoloso scienziato ce lo spiega e, in questo magnifico testo, ci spiega anche i suoi meticolosi esperimenti per capirlo (ma non lo scriviamo, qui, il libro va letto…). La scoperta fondamentale è il modo in cui l’ape esploratrice lo spiega alle meno avventurose compagne. La comunicazione avviene attraverso una danza, o per meglio specificare attraverso due danze. Per comunicare la presenza di cibo nelle vicinanze le api, all’interno del favo, compiono una tipica danza circolare che significa più o meno «ragazze, qua intorno a casa c’è da fare provviste». Ma se il prezioso nettare è lontano, ad una distanza tale che il semplice profumo non basta ad orientarsi? Ecco quella che von Frisch chiama la «danza dell’addome», leggiamo dunque come la descrive:

«Le api che provengono dal luogo di alimentazione più lontano danzano in maniera completamente diversa. Eseguono quella che io ho chiamato la “danza dell’addome”. Esse percorrono rapidamente un breve tratto in linea retta dimenando, con grande frequenza, l’addome a destra e a sinistra; quindi, eseguono un’evoluzione circolare completa di 360 gradi a sinistra, corrono in avanti in linea retta ancora una volta, quindi eseguono l’evoluzione rotatoria a destra ripetendo questo schema generale molte e molte volte. Questa danza dell’addome […] ora potevo vedere che veniva eseguita col massimo impegno da quelle api che portavano il cibo zuccherino dal luogo di alimentazione sperimentale posto a trecento metri di distanza.» (p. 108)

schemaapi

La direzione del tratto in linea retta (quello in cui dimenano l’addome) rispetto all’asse verticale del favo dà l’angolo di deviazione da prendere rispetto alla provenienza della luce del sole. La velocità con cui svolgono il movimento, dà l’informazione sulla distanza. E con un’esattezza che fa impressione.

Per conoscere la direzione della luce solare il nostro autore spiega della capacità, intrinseca all’apparato visivo delle api, di vedere la luce solare polarizzata, ma qui non ho spazio per andare oltre, anche se ne varrebbe la pena.

Dunque le api, creature molto lontane da noi umani (i nostri cammini evolutivi si sono divisi in epoca lontanissima, poco oltre gli albori della vita) hanno sviluppato un linguaggio simbolico, basato su delle raffigurazioni. C’è discussione sulla natura di questo linguaggio, ma che sia un linguaggio vero e proprio è assolutamente certo.

La lezione di von Frisch è importante anche per il rapporto fra lo studioso e l’animale oggetto delle sue osservazioni. Un rapporto fatto di rispetto. Infatti con Lorenz il nostro è fra i protagonisti dell’avvento dell’etologia, una scienza che non porta l’animale nella macchina infernale degli esperimenti su una creatura terrorizzata e indifesa, ma li interroga con cautela, entrando con pazienza nelle sue abitudini, nel suo mondo. E capire il loro mondo, significa capire molto anche su ciò che siamo noi, chiamati, dalla nostra (spesso mal adoprata) intelligenza, alla responsabilità di non distruggerlo.

Karl von Frisch
Il linguaggio delle api
Introduzione di Giorgio Celli
Traduzione G. Celli, A. Cristiani
Bollati Boringhieri, 2012
pag. 176

 

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10 risposte a il linguaggio delle api

  1. redpoz ha detto:

    Molto interessante.
    E gli studi ormai dimostrano che si instaura un’interazione (quindi, a monte, anche una sorta di comunicazione) pure tra i vegetali.

    • diegod56 ha detto:

      è un superclassico dell’etologia, il testo ripubblicato da boringhieri è del ’72, anche se von Frisch racconta ricerche fatte negli anni ’50

      è un testo appassionante, lo consiglio a chi come me non ha nessuna base scientifica e vuole capire un po’

  2. Biuso ha detto:

    Esatta, oltre che appassionata, questa tua recensione, caro Diego.
    In particolare quando affermi “che sia un linguaggio vero e proprio è assolutamente certo” e sulla lezione di metodo di von Frisch e Lorenz, che è proprio quella da te indicata: non prigioni, lager, sofferenze atroci per gli altri animali ma l’immersione dello studioso nel loro mondo, nella sua peculiarità, nella sua ricchezza.
    È stato anche tale “rispetto” a indurmi a non nutrirmi più queste magnifiche vite. E ne sono felice

    • diegod56 ha detto:

      grazie Alberto carissimo, in effetti la lezione della grande etologia si respira tutta in questo appassionante volumetto

      detto fra noi, questa era una classica recensione adatta all’indimenticata «Vita Pensata»

  3. Biuso ha detto:

    «Vita Pensata» è “indimenticata” anche perché vi sono apparse recensioni come le tue :-)

  4. Pasquale D'Ascola ha detto:

    Caro Diego,
    Non concordo sulla letteratura per ovvie ragioni; e perchè l’atto di scrivere, o di danzare, vedi tu, rientra nella nostra natura, anzi, così dico agli allievi, è la parte più naturale della nostra natura: si vedano le sfolgoranti pitture rupestri al confronto delle quali la ruota è poca invenzione, ma concordo sullo stupore che essa determina, la natura non la ruota, appena appena la si osservi; del resto dev’essere più o meno così che Eraclito posò gli occhi sul mondo. Associo al tuo post un titolo di E. Zolla, che qualcuno detesta perchè è così che va il mondo e non c’è niente da fare ” Lo stupore infantile”- Adelphi. Mi associo inoltre ad Alberto nel dire che mi è impossibile cibarmi di animali, da sempre salvo l’intervallo in cui fui educato a schiaffoni da mia madre a cibarmene, nemmeno dei neri e inerti(?)mitili del golfo di La Spezia. ‘Gnornò ‘gnornò.

    p.s. Giorgio Gaslini il compositore mi raccontò la sua folgorazione sulla via di un lago africano dove una sera, durante un viaggio di piacere, ascolta suonare una certa musica, ossia un certo ritmo, durante la festa xy di un villaggio poco meno che paleolitico. -Segno subito su un taccuino- racconta – una trascrizione possibile del brano, torno in albergo e lo metto in bella; per tradurlo ci metto del bello e del buono, la ritmica è così complessa che non ho strumenti razionali per metterla sulla carta. Alla fine ci riesco…ecc.ecc.
    Ecc. ecc.
    Pasquale

    • diegod56 ha detto:

      grazie Pasquale, grazie per la potenza dei tuoi commenti; non sono un grande lettore di letteratura, quindi se ho apprezzato la tua è perchè merita davvero

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