capisce meglio l’avversario dell’amico

Il piccolo numero di persone che mi sono amiche, secondo me, tende a sopravvalutarmi. Anch’io sopravvaluto coloro ai quali sono amico. In fondo negli altri cerchiamo conferme, cerchiamo la fresca bibita per la nostra sete di bellezza, di vicinanza morale, di poesia intrisa nelle piccole cose. Dunque sugli amici esageriamo un po’ e non ne siamo i più esatti conoscitori. La boxe, la grande boxe dei tempi andati, ci mostrava come i campioni fossero tali quando erano in grado di capire i punti di forza e di debolezza degli avversari.

Una delle pratiche più affascinanti della filosofia è la critica un po’ spietata, la critica dell’avversario, di colui che si vuole confutare. Critica però tanto più efficace quanto più fondata sulla conoscenza vera e su un certo rispetto di fondo.

Il barbuto di Treviri è forse uno dei pensatori più amati (e odiati) di tutti i tempi, giacchè la sua filosofia non voleva starsene nel recinto delle accademie, elegante e innocuo lusso d’una civiltà affetta da eccesso d’autostima. La filosofia di Marx è stata sullo sfondo di enormi accadimenti concreti, ha inciso nella storia stessa dell’europeo bipede pensante. Ma, come era inevitabile accadesse, è stata di molto fraintesa, banalizzata, travisata, a volte in buona fede, a volte no.

Ecco che, per capire Marx, ci viene in soccorso un avversario, un filosofo ufficialmente antimarxista, uno che, per chi non frequenta i territori della filosofia, parrebbe davvero lontanissimo, inconciliabile. E invece, dalla piccolezza delle mie conoscenze, consiglio vivamente la lettura de «La filosofia di Marx» di Giovanni Gentile.

Un bel libro, suddiviso in due saggi vergati con penna precisa, elegante, rigorosa. Se proprio avete fretta leggete almeno il secondo dal titolo «La filosofia della prassi», e il titolo già è molto chiaro nell’intento.

Il grande filosofo siciliano (quest’isola ha il dono di partorire filosofi eccelsi) aveva di certo molto a cuore la questione dell’educazione, della formazione, ed è in questa chiave che vanno letti molti passaggi del testo. Tuttavia la «prassi» educativa qui così ben descritta è tutt’uno con la «prassi» in senso lato.

«La chiave di volta di questa costruzione filosofica sta nel concetto della “prassi”. Concetto, come nota lo stesso Marx, nuovo rispetto al materialismo, ma nell’idealismo vecchio quanto l’idealismo medesimo, anzi nato proprio a un parto con esso, già fin dal soggettivismo di Socrate. Il quale non sapeva concepire una verità già bella e formata, che potesse trasmettersi per tradizione od insegnamento; e pensava invece che ogni verità sia risultato ultimo di personale lavoro inquisitivo, nel quale il maestro non puo’ fare se non da compagno e collaboratore al discepolo desideroso del vero. Quindi il celebre paragone della sua arte con quella maieutica della madre Fenarete. Egli non produceva il sapere nella mente dei discepoli; ma questi erano soltanto aiutati da lui a formarsi, a fare, questo sapere. Aiutati nella prassi, direbbe Marx. Il sapere, pertanto, importava già per Socrate un’attività produttiva, ed era una soggettiva costruzione, una continua e progressiva prassi.» (G. Gentile, La filosofia di Marx, Ediz. Le Lettere, 2003, pag. 72)

Quel che preme a Gentile è dimostrare quanto Marx avesse capito a fondo Hegel e quanto i marxisti, spesso, non avessero capito Marx. Per farla breve, mi perdonino gli accademici per la sintesi brutale: il processo dialettico che Marx vede innervato nelle vicende storiche è lo stesso che Hegel mette in risalto nella vicenda dello Spirito. E se tanti non hanno capito Marx, tantissimi non hanno capito Hegel, attribuendogli un idealismo etereo, in un fraintendimento grossolano di quel processo dialettico che il gigante di Stoccarda vedeva ben innestato nella realtà, proprio come principio fondante.

Gentile vede in Marx un fratello filosofico, un fratello che ha preso sì una strada svolazzante di bandiere rosse, ma che ha studiato e compreso Hegel, padre di entrambi in termini filosofici. Con acutezza e semplicità il testo dà ragione della critica frontale a Feuerbach che non ha colto proprio la natura dialettica della vicenda umana, che ha posto un uomo «naturale» fuori dalla storia, un po’ come hanno fatto sia Rousseau che Hobbes.

Insomma, la filosofia della prassi di Marx è profondamente hegeliana, e Gentile lo rimarca più volte.

«Ma col crescere, col progredire, col modificarsi dell’oggetto, cresce, progredisce, si modifica parallelamente anche il soggetto, per fatto stesso del crescere, progredire e modificarsi dell’oggetto. Quindi l’effetto reagisce sulla causa, e il loro rapporto si rovescia,l’effetto facendosi causa della causa, che diviene effetto pur rimanendo causa; ha luogo insomma una sintesi della causa con l’effetto. La prassi, si rovescia, tornando dall’oggetto (principio) al soggetto (termine). […] Si tratta insomma del solito ritmo descritto già (e non soltanto descritto!) dall’idealismo» (p. 85)

Non mancano tra l’altro anche riferimenti alla biografia stessa del grande barbuto, ai suoi studi, al suo essere, prima di ogni altra cosa, un filosofo, un vero filosofo.

«Nessun altro pensatore ha avuto nel secolo nostro fuori dalla cerchia hegeliana, tanta premura di riscontrare sè con Hegel» (p. 101)

Per concludere voglio confessare da chi ho preso lo spunto per questa, per me, inusuale lettura. In più d’uno dei suoi generosi video il giovine filosofo Diego Fusaro cita Hegel e Gentile, e definisce se stesso «hegeliano», di qui la mia curiosità. Ancora mi scuso se qualche professore avrà trovato queste noterelle un po’ rabberciate, ma il pensiero, quello vero, cammina anche per queste inusuali strade.

Giovanni Gentile
La filosofia di Marx
Le Lettere, 2003
pp. 176

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meno scrivo, meglio è
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10 risposte a capisce meglio l’avversario dell’amico

  1. Pannonica ha detto:

    le accademie sono luoghi polverosi e senza luce dove la cultura diventa catrame denso anziché argento vivo, col risultato di allontanare la gente (dalla cultura) anziché attrarla.
    condivido il contenuto del tuo post (e non chiedo perdono a nessuno!! :) )

    • diegod56 ha detto:

      anche se c’è da dire, cara Pan, che Gentile era un accademico ma anche un pensatore eccelso, così come lo era Hegel

      probabilmente il problema è una diffusione autentica dei contenuti, oltre le banalizzazioni giornalistiche

  2. Biuso ha detto:

    Complimenti per questa ottima sintesi, caro Diego.
    Tutto ciò che aiuta a comprendere meglio la filosofia di Giovanni Gentile -oltre che quella di Marx- è davvero benvenuto.

    • diegod56 ha detto:

      caro Alberto, ti ho citato implicitamente almeno due volte:

      qui: «quest’isola ha il dono di partorire filosofi eccelsi»

      e qui: «Il piccolo numero di persone che mi sono amiche, secondo me, tende a sopravvalutarmi»

  3. lector ha detto:

    Interessante. Bisogna riconoscerti l’indubbio merito di saper suscitare una sana curiosità tra coloro che seguono il tuo blog.
    Giovanni Gentile,secondo me, è stato un filosofo frainteso, rimasto intrappolato suo malgrado negli insanabili odi epocali del Novecento.
    Come Martin Heidegger.
    Bisogna sempre distinguere tra l’uomo fisico, le sue miserie, da un lato e la sua opera, dall’altro.
    Chioso. A mio modestissimo avviso un’opera è veramente grande solo quando si scinde totalmente da colui che l’ha creata e riesce a vivere in ciascuno di noi di vita propria come un’entità astratta.

    • diegod56 ha detto:

      grazie caro lector; anzitutto il libro, breve e ben scritto, è un ottimo manuale per capire meglio Marx ed Hegel, il che non è poco;

      su Gentile non è che io abbia molte conoscenze, non avevo letto nulla di lui in precedenza, ma mi ha incuriosito qualche passaggio del bel libro di Enrica Garzilli su Tucci, che ha avuto un rapporto intenso con Gentile e, sul finire tragico del fascismo, un destino molto meno drammatico

      http://diego56.com/2012/11/21/1400-pagine-ma-ne-vale-la-pena/

  4. Biuso ha detto:

    “Un’opera è veramente grande solo quando si scinde totalmente da colui che l’ha creata e riesce a vivere in ciascuno di noi di vita propria come un’entità astratta”.

    Condivido per intero questa riflessione di lector. Anche perché la convinzione che esistano “geni” i quali si inventano tutto è sbagliata ed è uno dei frutti più deleteri del Romanticismo.
    Chi scrive, crea, pensa, lo fa sempre sul fondamento delle condizioni che trova nel mondo in cui vive e di quanto altri hanno scritto, creato, pensato prima di lui. L’originalità assoluta non esiste e le opere sono come dei figli: venute al mondo, crescono e vanno poi per conto loro se meritano di andare.

    • diegod56 ha detto:

      in effetti caro Alberto è noto come nella storia della cultura spesso l’autore di un testo non si rendesse conto della sua importanza e magari pensasse fossero fondamentali testi invece poi dimenticati

  5. Pasquale D'Ascola ha detto:

    “Un’opera è veramente grande solo quando si scinde totalmente da colui che l’ha creata e riesce a vivere in ciascuno di noi di vita propria come un’entità astratta”.

    Condivido per intero la riflessione di lector, anch’io; e con qualche convinzione quella di Alberto Biuso che non esistano “geni” i quali si inventano tutto. ” È uno dei frutti più deleteri del Romanticismo”, sì fuori di dubbio e, a mio modo di vedere, è dovuta all’abbaglio per cui si voleva corrispondesse l’opus al typos narcisistico di cui era typos. Il genio esiste ma mi pare in quanto attitudine o capacità, peraltro va coltivata se c’è ed è un lavoro, di collegare là dove pare non ci siano ponti, di trarre nutrimento là dove a tutti pare ci sia solo scarto inutile. Con Rilke direi anzi che è un soffio, ein Wehn, e si spera che non si tramuti, ci ammonisce, in una sterile tensione verso qualcosa che alla fine non si raggiunge, ein Werbung um ein endlich noch Erreichtes. Grosso modo dovrebbe essere così. Lo dico perchè l’ho osservato al lavoro in alcuni, nn pochi, studenti. In sintesi non ha, quasi, nulla a che fare con la capacità di produrre oggetti e non è detto d’arte. Io lo faccio coincidere con il termine di Hillmann, anima. Peraltro occorre stamparsi bene addosso e dentro di sé, “se si ha del genio”, scriversi sul palmo della mano a biro la frase:”chi scrive, crea, pensa, lo fa sempre sul fondamento delle condizioni che trova nel mondo in cui vive e di quanto altri hanno scritto, creato, pensato prima di lui. L’originalità assoluta non esiste e le opere sono come dei figli: venute al mondo, crescono e vanno poi per conto loro se meritano ( e hanno la fortunata occasione) di andare.
    E infine ricordarsi di J.L.Poicaré, “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”, è utile.
    Più o meno. P.

    • diegod56 ha detto:

      grazie caro Pasquale

      sì, il termine «genio» è già di per sè un errore; anche se è invece possibile parlare di «intelligenza» cioè capacità di utilizzare e ben elaborare ciò che c’è sul tappeto, sul tavolo degli attrezzi; io credo che le persone intelligenti si distinguono per una buona capacità di «vedere» l’essenziale, le nervature importanti di una realtà data, ma data in genere in un flusso abbastanza confuso

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