api

Ho assistito alla proiezione de “Le meraviglie”, il film di Alice Rohrwacher (ho fatto copiaincolla, non puoi ricordarlo a memoria). Buon film, grande talento naturale delle ragazzine, stile di regia interessante già ammirato ne “Il corpo celeste”. Ma non temano gli sparuti lettori, sul film troveranno recensioni fatte bene altrove, la mia penna non è all’altezza.

Mi hanno fatto riflettere, protagoniste essenziali, le api, le splendide api. Già le api m’hanno ricordato un film che mi affascinò a suo tempo: “Lo spirito dell’alveare” di Victor Erice, ma tralasciamo questo punto. Dicevamo delle api e della loro intelligenza. Un’intelligenza distribuita. Il concetto più interessante, non banale anche per capire il problema di cosa sia l’intelligenza e di cosa sia una mente, è che il soggetto, l’agglomerato esistenziale in cui la vita si compatta (il biòs, nello zoòn), è l’alveare. Mentre in un organismo umano la suddivisione dei compiti e delle capacità avviene fra tessuti e cellule di un organismo unico, nelle api l’organizzazione, l’organismo, la suddivisione dell’intelligenza è distribuita in tanti singoli corpi, cioè le api. Organismo è dunque l’insieme delle capacità coordinate dei tanti singoli corpi. In realtà anche il corpo umano è la transitoria organizzazione di cellule che nascono, muoiono, proliferano (a volte male, con effetti dolorosi), per cui la vera differenza rispetto l’alverare consiste nella maggiore «elasticità» spaziotemporale. E la mente? La mente d’un alveare è la connessione semantica creata dal complesso dei segnali che le singole api debbono scambiarsi, è una mente che non stà in una singola scatola cranica. Ma anche un uomo, è un alveare, di cellule dentro di sè e di altri uomini nella sua forma sociale, che gli è indispensabile (zoòn politikòn, si dice fra persone che hanno appena appena nuotato il mare della filosofia). Tutto è un brulicare di segnali, dai quali, solo per comodità, per brevità, emerge anche la paroletta «io». Solo una parola.

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meno scrivo, meglio è
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