Quella sera a Monza era caldo, ma che caldo, che caldo faceva…

Nel ’74 ero davvero un ragazzo. Un ispirato professore di greco ci portò al Fabbricone per l’Agamennone. Ricordo gli spazi, erano grandi, un po’ lugubri, comunque Eschilo e le macchine sceniche di Ronconi furono una bella esperienza. Teatro e antica fabbrica, due mondi congiunti, in quel di Prato. E proprio dal Fabbricone di Prato parte la vicenda di Gaetano Bresci, narrata nel bel testo di Paolo Pasi «Ho ucciso un principio» per i tipi di Elèuthera.

Diversi temi si intersecano in questo libro. Partirei da quello, che affiora più volte, del rapporto tra potere e immagine. Ormai siamo nel Novecento, e anche le condanne sono comminate con crudele attenzione all’immagine dell’evento. La segregazione invece che la condanna a morte. Così accadde per Passannante e per Acciarito. Il potere evita la condanna a morte, la cui suggestione favorisce il mito. Ipocritamente più buona, ma ben più crudele, la segregazione rileva come sia cambiato il potere. Nel tempo antico il boia officiava un rito ammonitore, un potere che non provava vergogna di sè. Invece nella società moderna ha paura dell’immagine antagonista. Non  a caso uno dei primi provvedimenti fu la proibizione di stampare immagini del ribelle regicida.
Vediamo infatti come, durante il trasferimento all’ergastolo all’Isola di Santo Stefano, Bresci viene camuffato, privato della sua immagine, così pericolosa.

«21 gennaio 1901. Ti hanno reso irriconoscibile per farti attraversare un pezzo d’Italia senza dare nell’occhio. Ti hanno rasato a zero e ti hanno tagliato i baffi, cosicché quella fotografia resa famosa da migliaia di opuscoli anarchici sfuggiti alla censura sembra raffigurare un altro uomo. Ti stanno negando il diritto a un’esistenza a testa alta, a quello sguardo dignitoso e fiero. […] Sei stato in viaggio quasi tre giorni, scortato come un nemico ancora in grado di colpire. Hai cercato di assaporare ogni momento, sbirciando fuori dai finestrini del treno, tra le fessure del controllo stretto su di te, oppure respirando l’aria del porto della Spezia dove ti hanno fatto imbarcare su una nave da guerra chiamata Messaggero, ma che non ha carichi di speranza da portare da una costa all’altra. Ti hanno assicurato mani e piedi ai ferri, in una stiva peggiore di qualcunque terza classe.» (p. 141)

L’immagine è cruciale. Quella dell’eleganza non è questione frivola. Ce lo dimostra proprio il Bresci. Amava andare ben vestito. Perché solo i benestanti dovevano godere dell’eleganza? Voleva rimarcare la dignità d’ogni uomo nel suo diritto ad essere elegante. I ricchi non sono i padroni della bellezza, essa appartiene a tutti.

Sullo sfondo della vicenda di Bresci, altro tema interessante è il mondo dell’anarchismo in cui matura la sua scelta. Pasi prospetta con chiarezza la faglia che l’attraversa. Le due figure emblematiche sono Errico Malatesta e Giuseppe Ciancabilla. Quest’ultimo esalta il gesto individuale, non organizzato, come unico detonatore della rivolta. Malatesta, pur nella solidarietà verso Bresci, ammonisce l’inutilità del gesto sporadico, nella consapevolezza che è più importante uccidere il principio di autorità, che non risiede solo nei re, ma si annida tenace proprio dentro di noi. Anche il grande Tolstoj si espresse in questo senso, all’epoca.

Fondamentale, sullo sfondo, c’è poi l’America. Ed è a Paterson, nella comunità anarchica di laggiù, che il tessitore toscano matura la scelta del grande gesto. E proprio dall’America arriva, dopo i fatti di Monza, quella solidarietà, quel sostegno che nell’Italia compressa dalla repressione, stenta ad esprimersi, in tentennanti ambiguità.

Ma il testo di Pasi è anche una bella narrazione dell’evento stesso. La storia di un uomo sconosciuto (anche se già bollato come sovversivo) che irrompe nella storia. È il legame insondabile, impossibile da decifrare fino in fondo,  che lega la vicenda di un singolo alla grande ruota cigolante della Storia. Per qualche tratto, con efficace artigianato narrativo, si alternano, colti in strana analogia di solitudine, Umberto I e il Bresci, fino a convergere nel momento cruciale, in cui le due vite si consumano. L’atmosfera che precede il grande gesto è sospesa, nel caldo eccezionale di quell’estate del ’900. E il temporale liberatorio della sera, quella sera che a Monza lacera per sempre la storia in due (un prima e un dopo) pare la mossa di un destino sagace narratore.

C’è molto altro in questo bel testo, il mio breve accenno serva solo come invito alla lettura. Solo un plauso alle illustrazioni, in stile d’epoca, frutto della bella mano di Fabio Santin.

Paolo Pasi
Ho ucciso un principio
Vita e morte di Gaetano Bresci, l’anarchico che sparò al re
Elèuthera, 2014
pp. 175

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6 risposte a Quella sera a Monza era caldo, ma che caldo, che caldo faceva…

  1. Julo d. ha detto:

    Ne parlavano il 17/4 a Fahrenheit su Rai3. Quello che mi ha colpito è che, come giustamente noti, negare l’umanità a una persona, cosificarla, è peggio della condanna a morte.

    Julo d.

  2. Che bel post! Chissà se il libro si trova, in versione ebook…

    • diegod56 ha detto:

      grazie Marina carissima, non so se è prevista la versione e-book, però credo possa valer la pena di interpellare Elèuthera al riguardo

  3. dascola ha detto:

    Caro Diego, solo per dirti che ho letto con piacere. Nessuno dovrebbe voler fare il re, e nemmeno il primo ministro, né altro , nemmeno il marito o il padre, niente, ognuno a casa sua a coltivare ciclamini o patate, a suo gusto e necessità. Ecco mi pare il telegramma del Bresci.

    Beato il paese dove, pur esistendo, ruote e barche e carri, nessuno sente il bisogno di usarli. (Lao Tzu-Il libro della via e delle virtù)

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