La fabbrica del falso

La vita è diventata riproduzione di figure dietro e dentro le quali non si dà nulla se non la perpetuazione del dominio di chi possiede gli strumenti della rappresentazione rispetto a chi non li detiene. (A.G. Biuso, Contro il Sessantotto, Villaggio Maori, 2012, pag.147)

Le versioni di greco le copiavo. Non avevo, da studente mediocre, altra possibilità. Usavo però un’accortezza, visto che l’arcigno professore (ipercattolico poco incline al perdono) era incline al sospetto. Immettevo nel testo qualche errore, un paio di strafalcioni per ottenere un verosimile 5 meno meno, assai più credibile d’un miracoloso 7. Ma certamente il mio piccolo «falso» personale era poca cosa rispetto al grande «falso» ben più potente e pervasivo nel quale stiamo immersi. Il falso è l’arma più potente ed efficace d’ogni potere, un potere che si invera in una società apparentemente «trasparente», un potere che cucina una verità televisiva per il telegiornale, all’ora di cena. Di questo si occupa, con penna briosa, rigore e talvolta pungente ironia, Vladimiro Giacchè nel suo «La fabbrica del falso» giunto alla seconda edizione per le edizioni «Derive Approdi».

Molto, ma molto a grandi linee, il testo si articola si accosta al tema del «falso» da tre punti di vista. Abbiamo una «fenomenologia della menzogna» corredata di molti ed efficaci esempi di bugie sventolate dal potere. Poi abbiamo un’investigazione più profonda su un «falso» ancor più insidioso: quello instillato nelle coscienze attraverso la creazione di verità condivise, assorbite dalle coscienze stesse, spesso attraverso il diffondersi di luoghi comuni, concetti «di parte» trasformati in verità per tutti. Infine il testo si interroga sulle possibili strategie per controbattere il «falso» e, fattore cruciale, per creare una rinnovata coscienza di sé nel soggetto capace di reagire, di generare un orizzonte, un concreto e possibile futuro.

Molti sono gli esempi che Giacchè riporta riguardo la creazione di verità posticce ma dal potente effetto simbolico. Ricordate l’abbattimento della statua del tiranno?

«la verità non è più la verità se la si strappa dal suo contesto, a ciò che le sta attorno, in senso proprio e figurato. Nella famosa sequenza dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein a Baghdad, diventata una delle icone della guerra in Iraq, le inquadrature mandate in onda sulle tv internazionali e pubblicate sui giornali erano così ravvicinate da non mostrare che la piazza era praticamente deserta e che la “folla festante” si riduceva a poche decine di iracheni. […] Ma il contesto non è soltanto lo spazio circostante di una determinata scena. Sono anche le circostanze entro le quali va collocato un evento, come pure il prima e il dopo di quell’evento stesso.» (p. 15)

Il campo di battaglia cruciale, forse la trincea più decisiva nella battaglia fra la verità e la sua mistificazione è quello delle parole. Giacchè nel testo ci esorta più volte a non demordere nell’intento di restituire alle parole il loro significato, perchè l’uso distorto, la torsione del senso, è lo strumento principe e subdolo dell’inganno. Recuperare, salvare le parole, riportarle al loro significato è assai importante. Specie le parole inerenti il confronto e il conflitto sociale.

«Anche queste parole sono state logorate da due decenni buoni di liberismo e dall’appannamento di ogni prospettiva di effettivo mutamento sociale. In questo caso il rischio più concreto è rappresentato dalla definitiva divaricazione tra l’immaginario collettivo e il patrimonio lessicale e concettuale del movimento dei lavoratori: per cui le “classi subalterne” sono sostituite dagli “individui in difficoltà” (o “gli ultimi”, i “deboli” – termine oltretutto adoperati con una sfumatura di riprovazione), l’ “ingiustizia sociale” dalle “imperfezioni del mercato”, e via dicendo. […] “Solidarietà” è scivolata, dal suo significato legato alle lotte del movimento socialista, a un significato più prossimo a quello storicamente assegnato a essa nell’ambito della dottrina sociale della chiesa cattolica: per cui la solidarietà coincide con la carità. Di fatto nell’uso di questo concetto si è perduto, in generale, il carattere essenziale: quello di esprimere una forza che nasce dall’unità, da un vincolo di reciproca e mutua obbligazione tra eguali, che supera ogni limite di nazionalità, razza o religione.» (p. 207)

Il potere antico era prevalentemente tutelato dalla segretezza. I sudditi di solito non sapevano proprio nulla di quel che accadeva nelle stanze del sovrano. Oggi l’informazione è abbondante, sovrabbondante. Ma quel fiume di informazioni hanno l’effetto di «schiacciare» il singolo. Tutto appare, anche quando è palesemente criticabile, una fatalità dalla quale non si puo’ uscire, una realtà «naturale» tale che ogni tentativo di opporvisi sarà bollato come «utopia», come «anticaglia ideologica». L’informazione «valanga» è la peggiore disinformazione.

«Anche per il tramite dell’impotenza del singolo nei confronti dell’ondata informativa, si rafforza la percezione della realtà sociale nel suo insieme come qualcosa di inesorabilmente dato, e della sua attuale configurazione come una fatalità. Una fatalità che ammette soltanto, ai suoi margini, un ribellismo impotente e inutilmente testimoniale (che non fa che rafforzare l’aura di invincibilità della struttura sociale in essere); al di fuori del sistema, insomma, non c’è nulla: soltanto briganti e barbari, il cui esistere più o meno «apocalittico» è in fondo esso stesso funzione dell’«integrazione» sociale.» (p. 180)

La questione di fondo, il vero punto d’appoggio su cui ricostruire una speranza di futuro e autentica giustizia, è quella del soggetto. Decenni e decenni d’una comunicazione che ha abolito l’idea stessa che esistano classi sociali, l’idea che esistano interessi contrapposti da comporre, che esistano donne e uomini «concreti» che aspirano ad un vivere più giusto e rispettoso di tutti, rendono urgente un nuovo inizio. Il grande «falso» è potentissimo se i suoi avversari non sanno neppure di esistere e sono diventati, nella migliore delle ipotesi, dei «consumatori».

«il problema centrale, per ogni prassi di emancipazione, resta pur sempre quello del soggetto, della sua capacità di andar oltre una ragione puramente strumentale, ma prima ancora della sua consapevolezza di sé e della sua fiducia nella possibilità di costruirsi un avvenire degno di questo nome. Questa fiducia è stata gravemente vulnerata negli ultimi decenni, come più volte in passato nel corso della storia umana. Oggi essa deve essere sorretta dalla consapevolezza dell’assoluta necessità di un futuro diverso dal nostro presente.» (p. 189)

Bella, efficace, divertente la grafica in copertina.

Il libro è dedicato al maestro Nicola Badaloni. Dedica significativa, un’esortazione allo studio serio e qualificato delle vicende umane e del loro senso. Ai miei pochi e benevoli lettori io scrivo: non accontentatevi delle mie due righette, leggetelo davvero.

Vladimiro Giacchè
La fabbrica del falso.
Strategie della menzogna nella politica contemporanea
Ediz. Derive Approdi, 2012
pp. 280

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meno scrivo, meglio è
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Una risposta a La fabbrica del falso

  1. lector ha detto:

    Ti chiedo scusa, anche perché non volevo proprio insozzare con del sano e crudo realismo la tua stupenda recensione, ma sarò pure prevenuto nel dire che un marxista convinto come il Giacchè che mi venga a fare una requisitoria contro la strategia della menzogna applicata ai sistemi sociali e politici, mi sembra un po’ come Erode che lanci una filippica sulla violenza nei confronti dell’infanzia.

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