Tic, tic, tic. Tic, tic, tic.

Tic, tic, tic. Tic, tic, tic. Lo squittìo lieve delle forbici suggella il momento di pace. Schiudo con lentezza le palpebre, ecco la piccola selva di flaconi, boccette, spruzzatori. Impietosa la luce radente delle nove analizza ogni granello di polvere. Quanta polvere su quelle boccette. I balsami, le lozioni, le acque profumate sembrano fermi sul bancone da tempo immemorabile. Si capisce che dal barbiere è un posto da uomini, nessuna donna (per lo meno le donne del tempo che fu) potrebbe tollerare tutta quella polvere. Sovrapposto al brusìo indistinto della radio ora commenta qualcosa. Non ho afferrato nulla, salvo l’ultima frase: «Chi ti vuol bene ti fa piangere, chi ti vuol male ti fa ridere». Bel proverbio, è calabrese? Allora con quella voce profonda e solenne, mi spiega. Quando imparava il mestiere, a otto anni, il maestro di bottega voleva che stesse attento e se si distraeva, giù uno scapaccione. «Per farmi imparare, mi voleva bene». Poche idee, ma chiare, mi piacciono i tipi così. Richiudo gli occhi per godermi questa piccola pace. Tic, tic, tic. Tic, tic, tic.

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meno scrivo, meglio è
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