il successo «eccessivo» di certe opere d’arte

Qualcuno, a proposito di certe mostre/evento in cui si presenta al pubblico delle opere d’arte molto famose, si pone il problema se questo sia il modo corretto di accostarvisi, se non sia una forzata enucleazione dell’opera dal suo contesto storico per gettarla nel vortice del marketing.

La questione è complessa: un’opera d’arte ha una storia, una committenza, un contesto storico nel quale è stata concepita, e queste sono conoscenze utili, ma un’opera d’arte non è, in quanto tale, solo una proiezione del passato nel presente, essa agisce nel presente, anche socioeconomico,  con le sue caratteristiche.

Più facile è comprenderlo con la letteratura: se leggi oggi, 20 febbraio 2014, una magnifica tragedia di Sofocle, essa suscita «oggi» le emozioni che tu, lettore, provi. Lo stesso successo strepitoso di alcune opere diviene esso stesso parte della vicenda di queste opere, per cui non è insensato parteciparvi, anche in modo critico, ma senza snobismo.

Prendiamo un altro esempio: la musica. Vivaldi lo si comprende meglio se si comprende l’atmosfera settecentesca in cui nacquero i suoi capolavori, ma l’ascolto non è un tuffo solo nel passato ma pregnante esperienza nel presente.

Paradossalmente è proprio l’arte recente a invecchiare rapidamente, oggi nessuno proverebbe lo scandalo che evocò l’orinatoio di Duchamp e, forse, anche i sacchi di Burri ci paiono un evento incardinato in quel mondo delle avanguardie. Qui il problema della definzione del termine «classico», ma ci torneremo su.

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8 risposte a il successo «eccessivo» di certe opere d’arte

  1. Prof. Woland ha detto:

    Caro Diego,
    non dobbiamo confondere il giudizio critico sull’opera d’arte con altri parametri, a volte anche molto importanti.
    Quando Lucio Fontana espone tele monocrome con buchi e tagli evidentemente ha uno scopo provocatorio e dissacratorio (indissolubilmente legato al suo tempo) e quindi dobbiamo sospendere il giudizio critico (Nulla conta che i mercanti s’approprino di qualunque fenomeno quale che ne sia il valore).
    La vera arte è per definizione antifragile, per dirla con Taleb.
    Sofocle è antifragile.

    • diegod56 ha detto:

      Grazie caro Prof. W.; in effetti l’arte di Fontana, che è grandissima e rilevantissima, ha un senso se è inserita nel suo contesto storico, nel quale si invera del suo significato, mentre ad esempio l’arte di Piero della Francesca pare a me più «classica», efficace al di fuori del suo tempo; credo quindi di condividere il suo riferimento al concetto di «antifragile».

  2. lector ha detto:

    Non lo so se nel tuo post vi sia un qualche riferimento latente a quella solerte signora delle pulizie di Bari che l’altro ieri ha letteralmente gettato nella spazzatura una decina d’installazioni d’una esposizione in allestimento, tuttavia e in ogni caso io ho maturato una personale convinzione in proposito. Dopo alcune letture in materia che andavano da Zeri a Sgarbi, da Formaggio a Croce e altri, sono giunto alla conclusione che può dirsi vera arte solo ciò che trascende la figura dell’artefice per assurgere a vita propria. Ossia, per dirla in altre parole, la creazione artistica deve scaturire dall’artista o demiurgo che dir si voglia, per acquisire una propria soggettività del tutto indipendente da colui che l’ha creata. L’opera sarà “d’arte” se e solo se, condizione necessaria e sufficiente, sia dotata d’un proprio afflato vitale che la separi nettamente da chi l’ha concepita. Il momento artistico assurgerebbe in tale maniera a vero e proprio parto, del tutto simile a quello delle puerpere perché il principio vitale generatore si consustanzializza nell’oggetto generato.
    A mio modestissimo avviso, tramite questo approccio,risulta immediato il comprendere perché definiamo arte opere del tutto prive di qualsiasi tecnicismo manierista e d’apparente semplice realizzazione, per essere una pura espressione di concettualità, come ad esempio i celeberrimi “tagli” di Lucio Fontana.
    Sinora non ho ancora trovato validi oppositori a questa mia idea e mi farebbe piacere confrontarmi con delle critiche in proposito.

    • diegod56 ha detto:

      È molto interessante quello che hai scritto, caro Lector. Purtroppo non ho la competenza per affrontare il tema, ma una dubbio mi sorge: dobbiamo distinguere fra «opera d’arte» e «arte»? Come la mettiamo con quelle forme d’arte che sono azioni corporee, happening (si scrive cosi, spero)? Il tema è quello della durata e, secondo me, il tempo agisce sulle opere d’arte, filtrandole, così che un’opera apprezzata in un’epoca sia poco apprezzata in un’altra.

      • lector ha detto:

        E’ un problema che m’ero già posto. Infatti, pur ricomprendo nell’insieme delle opere d’arte anche tutte quelle espressioni non propriamente riconducibili a uno specifico “contenitore” (“l’opera”, in senso corrente), la definizione regge ugualmente. Se la manifestazione artistica contiene effettivamente quell’afflatus di cui parlavo nel commento precedente, esso assurgerà a un qualcosa di “definito”, di “specifico”, che per ciò stesso verrà a differenziarsi costituendo un’entità autonoma. Del resto, se ci facciamo caso, anche un’opera letteraria o una grande sinfonia non rilevano per la loro “materialità” bensì per qualcos’altro che risulta di difficilissima definizione. Orbene, questo “qualcos’altro”, secondo me, è proprio il loro assurgere a un’identità propria, tale per cui quando parlerai di “Moby Dick” saprai benissimo di cosa si tratta anche se non hai mai sentito di Melville o, se fischierai l’overture della “Quinta”, quasi tutti ti capiranno anche se magari non la collegheranno immediatamente a Beethoven.
        Poi, come le persone, anche le vere espressioni artistiche saranno soggette all’oblio in maniera inversamente proporzionale alla loro fama o alla loro grandezza: Michelangelo Buonarroti lo ricordiamo tutti, o quasi; Francesco Albotto, magari un po’ meno.
        Ti ringrazio della pazienza.

  3. Vera ha detto:

    “ad esempio l’arte di Piero della Francesca pare a me più «classica», efficace al di fuori del suo tempo”
    Non ne sono così sicura, se oggi qualcuno dipingesse come Piero Della Francesca probabilmente verrebbe considerato un ottimo illustratore, uno stupendo artigiano ma non un grande artista.
    Penso che l’arte NEL MOMENTO IN CUI VIENE PRODOTTA debba essere in grado di farti guardare alla realtà in un modo diverso da quello consueto, debba darti un’emozione nuova, debba illuminare una verità. Per questo mi pare indispensabile contestualizzare anche Raffaello
    Scusate l’intromissione da profana in un così dotto dialogo, leggervi è per me intellettualmente stimolante.

    • diegod56 ha detto:

      Anche la tua considerazione, cara Vera, non è affatto banale. Io ho una tesi personale al riguardo: uno stupendo artigiano «è» un artista, se noi usamo il termine «arte» in modo corretto e non influenzato da presupposti intellettualistici o romantici

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