il granello al centro

In questo mio articoletto (mentre un bel sole nitido, come a gennaio talvolta accade, disegna i contorni delle colline, si riflette dagli intonaci delle case ripuliti dalle trascorse piogge) m’avventuro in un sentiero filosofico un po’ arduo. Mi scuso in anticipo con quanti troveranno l’argomento oscuro e difficile, ma ogni tanto ci provo. Nitido il paesaggio, forse anche i pensieri. Il tema è l’essere, questa entità filosofica sfuggente al profano, perchè non è qualcosa di specifico e definito (cioè un ente, come potrebbe essere il sole, una matita, un mitico centauro o una galassia) ma è l’accadere mentre accade, mentre si impasta di temporalità.

«La dimora dell’umano nell’essere o – con altro linguaggio – la relazione tra uomo e natura, ha nel tempo il proprio elemento medio, il legame che coniuga più fortemente il frammento che siamo all’intero che è, proprio perché il tempo è totalmente natura ed è totalmente coscienza. Il coglimento di tale inseparabilità è a sua volta condizione per l’affrancamento dai dualismi che impedisocno di comprendere l’unità olistica dell’essere e dell’ente, l’unità temporale dell’eterno e del transeunte, l’unità mereologca della parte e del tutto.

La differenza ontologica è distinzione ma non separazione dell’essere e dell’ente in quanto espressioni della dinamica totalmente temporale che è l’Ereignis. È per questo che temporalità e ontologia risultano inseparabili, poiché l’essere non è – questo si puo’ dire degli enti – ma eventua, accade nel divenire, è questo divenire. Percorrere tale via metodologica e concettuale è la condizione per sciogliere le aporie della temporalità, a cominciare dall’aporia della presenza, per la quale passato e futuro non esistono e quindi non esiste neppure il presente che di fatto vive della e nella sua relazione con il passato e con il futuro. Il tempo, in realtà, è compresenza assoluta del flusso, come un fiume è la compresenza unitaria delle sue acque e non è possibile dire che il fiume è più fiume qui invece che là. Allo stesso modo non si puo’ dire che il tempo è più tempo nei momenti trascorsi piuttosto che negli attimi futuri o nel kairós del presente. Le strutture della temporalità e la sua grammatica concettuale ci dicono dunque che il tempo è l’unità di identità e differenza anche perché esso trascorre e insieme permane, sta e fluisce. Se acque sempre nuove scorrono in esso – gli istanti -, il fiume rimane sempre lo stesso ed è la struttura dell’avvenire essente-stato-presentante, è la forma della protenzione-ora-ritenzione, è il loro trasformarsi in ricordo dopo essere stati attesa passando attraverso l’ora.» (A.G.Biuso, Temporalità e Differenza, Olschki Editore Firenze 2013, pag. 18)

La temporalità è l’essenza ultima di ciò che è, che in effetti è un divenire nel quale ciò che è lo possiamo definire attraverso lo strumento della differenza, una differenza però che non lacera l’identità, rimanendovi invece ineluttabilmente congiunta. Differenza e Identità, per spiegare le quali va bene la metafora del fiume come metafora del tempo: il fiume è fiume in ogni tratto del suo corso, seppur constatando le differenze fra un tratto del suo corso e l’altro.

Forse è un concetto un po’ difficile, anche per me. Però molte volte ci si domanda: io sono il mio passato, che è sicuro ma esaurito? Oppure sono il mio futuro che ancora non è, ma in compenso è quel che davvero mi resta? Oppure sono il presente, così puntiforme e difficile da agguantare, granello al centro della clessidra? In realtà l’essere è proprio questo beffardo paradosso temporale.

«Ereignis» è un termine che usa Heidegger, ma non voglio avventurarmi in sinonimi…

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meno scrivo, meglio è
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2 risposte a il granello al centro

  1. lector ha detto:

    Collocato in un contesto quadridimensionale (spazio-tempo), il tuo discorso non appare particolarmente ostico.
    Il problema è che gli esseri umani non hanno una mente in grado di ragionare unitariamente nelle quattro dimensioni percettibili, ma devono per forza di cose scindere le tre spaziali da quella temporale, essendo nel contempo attori e spettatori nel teatro della vita.
    Non ci siamo cioè evoluti per ragionare in maniera caotica, costretti nei limiti della linearità. Solo pochi riescono a trascenderne e di solito li chiamiamo geni.

    • diegod56 ha detto:

      sono d’accordo, caro lector, sul fatto che l’«attrezzatura» che l’evoluzione ha plasmato nell’uomo per controllare l’ambiente è organizzata sulla scissione di cui accenni

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