Gli altri, evaporati.

M’accadeva d’uscir presto, la mattina del primo gennaio. Non c’era nessuno, tutta quella gente che in piazza e in strada si divertiva (o ci provava) era sparita. Sparse ovunque le carabattole rimaste, i segni della festa, bottiglie, petardi bruciacchiati, cartacce. Mi sentivo fuori luogo? No, erano loro, per me, ad esser fuori posto (o forse così cercavo di sfuggire lo spaesamento).

Questa personale mia esperienza è riaffiorata alla lettura d’un libro dall’inconsueta densità: Dissipatio H.G., di Guido Morselli. Il racconto s’incardina su un evento paradossale, il meccanismo ricorda certi racconti di fantascienza (ma c’è molto, molto di più): improvvisamente, la notte fra il primo e il due giugno, gli umani spariscono, evaporano, senza nessuna spiegazione apparente. Lo stesso protagonista ci spiega, apertis verbis, il senso del titolo:

«C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. […] Nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto ad altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto “solvens saeclum in favilla”, assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.» (p. 78)

L’ironia di Morselli intesse le pagine con sapiente efficacia. La vicenda si innesca col suicidio mancato. Un’inutile discesa dentro la grotta prescelta per uccidersi annegando in un laghetto sotterraneo precede la scoperta, dal mattino seguente, che gli altri, l’umanità intera, s’è volatilizzata. Un rovesciamento inatteso: non è arrivata la morte, il tentativo di andarsene si è volto al paradosso che sono gli altri, tutti, ad essersene andati. Ma sono rimaste le cose, le macchine, i congegni, le stanze ingombre, i telefoni che, beffardi, offrono solo le voci registrate. Piacciono molto a Morselli (ed anche a me) le braccia delle linotypes, che proseguono la loro meccanica danza, anche se i linotipisti, come tutti nel giornale, sono andati chissà dove.

Nel suo vagare solitario, il protagonista (non sapremo mai il suo nome) rammemora, attraverso le cose, le persone, le vicende. Morselli, qua e là, con nonchalance, sparge riflessioni filosofiche di non poca sostanza (anche se si finge estraneo alla filosofia). Un tema centrale è il rapporto fra la civiltà umana e la natura, soprattutto nella pretesa centralità della specie. La presunzione umana s’appalesa in tutta la sua assurdità. La fine dell’umano non è affatto la fine del mondo, è forse, al contrario, un nuovo inizio.

«La fine del mondo? […] Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.» (p. 54)

La vita e la morte, parole abusate, intrecciate fra loro. È chiaro che Morselli ragiona sul ciglio dell’abisso e, in qualche modo ravvisa una sopravvalutazione della vita umana. Nel cuore del libro c’è un dialogo (o meglio il racconto di un dialogo) fra il narratore e un filosofo, tal prof. Mylius.

«Mylius: Occorre partire dalla premessa realistica di ciò che significa per noi ‘essere morti’. Impartecipazione al mondo esterno, insensibilità, indifferenza. Stabilito che la morte è questo, si conclude che la vita le assomiglia, il divario essendo puramente quantitativo. […]

Io: La vita è moto, la morte è immobilità.

Mylius: Non si nega la distinzione fra i due stati: certo, la vita è movimento. Un moto però talmente circoscritto che assomiglia ad un piétiner sur place. Circoscritto dal gran cerchio d’ombra di tutto quello che sfugge alla nostra cognizione. E non alludo allo scibile, né tanto meno al ‘mistero dell’universo’, alludo a ciò che rappresenta la realtà spicciola e, come le dicevo, la più vicina a noi. […] Ognuno è vincolato a un suo minuscolo frammento di realtà, e, di fatto, non ne esce.» (p. 75)

Insomma la vita umana non è uno stato così dissimile dalla morte come ci si aspetterebbe. L’aspetto rilevante è come il pessimismo radicale di Mylius non è affatto una cupezza da sfuggire, ma un rinfrancante atto di chiarezza. Morselli è un filosofo, anche se lo nega, è uno che va dritto al problema dell’esistenza.

Nonostante il distacco dal genere umano, permane una scintilla di vera amicizia. Per paradosso, proprio il buon dottor Karpinsky, ricordato come l’unico vero amico, sicuramente morto (molto prima della notte dell’evento), è l’unico davvero vivo.

«Costeggio ancora una volta quell’isola che, nella mia vita, è stato Karpinsky.» (p. 107)

«Mi sono riveduto nella villa sul lago, dove, fra una primavera e un autunno, guarii insieme da due sottili malattie, la giovinezza (ero entrato nel giorno che compivo ventinove anni), e una neurosi ossessiva. La clinica privata Wanhoff, “Villa Verde”. Tanto verde, tanta ombra, tanta desolazione. Se non fosse stato per Karpinsky. Sentivo una voce, la sua. Karpinsky, il medico che mi curava, era un uomo intelligente, o almeno non conformista. E era umano. Forse per questo non lo amavano.» (p. 60)

Il libro è ricchissimo di spunti, riflessioni, a tratti lo possiamo anche definire profetico. È troppo denso per queste poche righe. È strano come un uomo, così intriso di solitudine, arrivi così vicino a ognuno di noi. Così vicino all’abisso nascosto nelle pieghe del quotidiano dei singoli e nel contempo così lucido nel cogliere la folle, collettiva, corsa verso il nulla. Le mie noterelle, son poca cosa, se interessa, meglio leggersi questo libro notevole. Una recensione più autorevole è qui.

Guido Morselli
Dissipatio H.G.
Adelphi, 1973
pp. 154

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meno scrivo, meglio è
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4 risposte a Gli altri, evaporati.

  1. Grazie di avermi ficcato in testa un altro titolo che voglio leggere. Tanto ne ho pochi…

  2. Biuso ha detto:

    Assolutamente “autorevole” questa densa e lucida recensione, caro Diego. Hai colto, tra gli altri, un elemento davvero luminoso del libro: “È strano come un uomo, così intriso di solitudine, arrivi così vicino a ognuno di noi”. Mi ha ricordato quanto De Sanctis dice di Leopardi, che sembra rifiutare la vita e tuttavia ce la fa amare. Ecco, anche Morselli coglie con illuministica ironia -come Leopardi- l’insensatezza degli umani ma riesce a raggiungere ciascuno di noi, nell’intimo delle nostre fragili speranze. Forse perché Leopardi e Morselli amano entrambi il distillato della vita, la conoscenza.

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