l’ultimo bivio

È argomento delicato assai. Scrivo nella consapevolezza di non avere verità alcuna da proporre, ma solo un arcipelago di idee, sparso nel mare dell’incertezza.

Il suicidio d’uomini d’una certa levatura culturale, persone che hanno conosciuto una buona soddisfazione di carriera, una vita riuscita potremmo dire, in qualche modo ci trae in inganno. Mi colpì a suo tempo, un esempio fra i molti, quello di Gilles Deleuze, nel ’95. Ci trae in inganno perché in noi si solleva come un rimprovero. Tu, che hai avuto comunque tante soddisfazioni, tu che hai i soldi per un’assistenza infermieristica decente, tu che non provi la solitudine di chi è un vecchio povero (e non solo un povero vecchio), perché l’hai fatto? L’inganno nasce a mio avviso dall’accostare il suicidio alla disperazione. E se fosse invece il frutto d’un ragionamento, d’una scelta non dissimile ad altre, nella vita? L’ultimo bivio, l’ultima scorciatoia da prendere oppure no. E poi chi lascia opere, scritti, immagini, non muore, in termini sociali. È forse morto Leopardi? È forse morto Raffaello? È forse morto Fellini? Direi di no. Quindi il suicidio di chi lascia qualcosa, è solo l’accelerazione d’un processo inevitabile, ma non è scomparire. Scompare chi era sconosciuto già da vivo. Dunque, se hai fatto molto e molto lasci, morire è più facile, perchè è una morte parziale.

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meno scrivo, meglio è
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12 risposte a l’ultimo bivio

  1. Io la penso così. Penso che porre fine alla propria vita possa essere una scelta, una scelta dolorosa come molte altre o forse più di altre, ma una scelta legittima e rispettabile …

  2. redpoz ha detto:

    Credo anche io che, a certi livelli, il suicidio non abbia nulla a che vedere con la disperazione. E’ parte di un diverso rapporto con la morte, un rapporto che considero anche molto nobile e rispettabile.
    E non è forse un caso che altre culture (Giappone) lo considerino un evento relativamente comune e molto logico e dignitoso in certe circostanze.
    Purtroppo, l’etica cristiana è stata fuorviante in questo.

    • diegod56 ha detto:

      In effetti «fuorviante» un’etica la è in relazione ad un’altra, mai «in sè»; grazie del contributo, caro Red

      • redpoz ha detto:

        Probabile, ma prendere un’etica in sé non potrebbe già essere un errore?
        Voglio dire, non avere o non accettare un termine di paragone significa assolutizzare un’etica, quindi impedire qualsiasi riflessione sui suoi limiti od errori intrinsechi…

        • diegod56 ha detto:

          problema non da poco, ci vuole uno studioso della filosofia del diritto come te, buon red, il volenteroso diego non è attrezzato abbastanza…

    • gelsobianco ha detto:

      molto fuorviante è stata l’etica cristiana!
      sì.
      gb

  3. E’ un discorso molto stoico. Ti consiglio, a riguardo, sempre che non lo conosci già, il De providentia di Seneca…

  4. Prof. Woland ha detto:

    Caro Diego,
    sul tema del suicidio vorrei segnalare a chi fosse sfuggito il bellissimo romanzo di Salvatore Niffoi La leggenda di Redenta Tiria (Adelphi).
    Vi si narra di un paese della Sardegna in cui nessuno moriva di morte naturale ma si suicidava dopo aver udito una fantomatica voce che diceva:
    « Ajò, la tua ora è giunta ».
    Degne di nota le sue considerazioni anche se io non ritengo che
    il non omnis moriar di oraziana memoria possa influire su una decisione così drammatica.

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