una gioiosa consapevolezza

Sfrondare e ripartire dai dati certi. Questo debbo fare spesso, nell’umile mestiere del grafico. Un brutto file di Word, oppure un dattiloscritto devastato da correzioni e aggiunte, spesso contiene un testo di pregio. Ed io, allora, per trasformare quel confuso groviglio in un bel libro impaginato, debbo sfrondare e ripartire dai dati certi. Anzitutto si torna al puro testo e poi, con procedimento rigoroso e su chiari principi estetici e gerarchici, dal confuso groviglio emerge il libro vero. Questa modesta esperienza professionale, lontana dalle grandi questioni di fondo della filosofia, mi ha reso stranamente familiare accostarmi alla lettura del Trattato sull’emendazione dell’intelletto di Spinoza.

La fiducia nella ragione non è gelida, traspare una gioia in tutto ciò, la pienezza del sapere certo. Forse oggi, esausti ed esangui per le mille letture fondate sul dubbio, non riusciamo a comprenderla appieno.

«Cominciamo dunque dalla prima parte del metodo, la quale consiste, nel distinguere e separare l’idea vera dalle altre percezioni e impedire alla mente di confondere le idee false, fittizie e dubbie con le vere» (pag. 25)

La finzione, l’inganno, sono sempre legati alla mancanza di conoscenza. E la potenza dell’intelletto risiede nella sua capacità di spazzar via la finzione.

«quante meno cose la mente conosce e quante più tuttavia percepisce, tanto maggiore potenza ha di fingere – e quante più cose conosce, tanto più quella potenza diminuisce» (pag. 29)

«quanto meno gli uomini conoscono la natura, tanto più facilmente possono fingere molte cose, per esempio che gli alberi parlino, che gli uomini si mutino istantaneamente in pietre, in fonti, che negli specchi appaiano spettri, che il niente diventi qualcosa, anche che gli dèi si mutino in bestie ed in uomini, ed altre infinite assurdità di questo genere.» (pag. 29)

È sottesa (o forse è anche esplicita, per chi sa legger bene) una decisa consonanza fra intelletto e la realtà oltre le apparenze, per cui le idee chiare e indubbie non stanno racchiuse nella mente, ma hanno fondamento comune con l’ordine del mondo tutto. Il Dio al quale Spinoza afferma di voler arrivare, mi si conceda la metafora da non specialista, è come già «incorporato» nel mondo autentico, non è «lontano», in un suo cielo a parte.

Disprezzo per le fantasie infondate, ma anche nessun attaccamento esclusivo al dato sensibile «grezzo», bensì una consapevolezza che definirei «gioiosa» della capacità dell’intelletto anche di costruire concetti e conoscenze veri partendo da idee semplici ed incontrovertibili. Oso paragonare Spinoza ad un giovane che, studiando la chitarra, s’accorge di come dalle sei corde combinate con i tasti, si possano trarre molte musiche, tutte rigorosamente possibili, e provi immensa soddisfazione per la bella scoperta.

«Per esempio per formare il concetto di una sfera ne fingo una causa a piacere, cioè un semicerchio che ruoti intorno alc entro e che la sfera quasi risulti dalla rotazione. Questa idea è certamente vera, e sebbene sappiamo che nella natura mai una sfera ha avuto origine in questo modo, tuttavia questa percezione è vera ed è un modo facilissimo di formare il concetto della sfera. […] I pensieri semplici non possono non essere veri, come l’idea semplice del semicerchio, del movimento, della quantità, eccetera. Ciò che queste idee contengono di affermativo corrisponde esattamente al loro concetto né si estende oltre, perciò ci è lecito formare a piacere idee semplici, senza timore alcuno di errore.» (p. 35)

Le idee chiare e distinte, sono, alla fin fine, le uniche idee degne di questo nome.

«Le idee chiare e distinte che formiamo, sembrano conseguire dalla sola necessità della nostra natura in maniera tale che sembrano dipendere assolutamente dalla nostra sola potenza; il contrario per le idee confuse, che spesso si formano contro la nostra volontà» (p. 49)

Le idee, semplici, sono le idee più grandi. Boncinelli, in una delle sue ultime conferenze a Sarzana, afferma che quando scopriremo come «biologicamente» funziona la memoria umana, avremo la sorpresa d’una spiegazione incredibilmente semplice, dopo.
Non so se ho capito Spinoza, è troppo immenso per capirlo da poche pagine. Ma poche pagine di un grande sono sempre meglio che tante pagine dei mediocri che infestano i media.

Baruch Spinoza
Trattato sull’emendazione dell’intelletto
SE edizioni, 2009, pag. 237
a cura di Enrico De Angelis

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meno scrivo, meglio è
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2 risposte a una gioiosa consapevolezza

  1. Biuso ha detto:

    Intenso, corretto, appassionato commento a un libro meraviglioso.
    Alle coerenti citazioni che hai tratto dal testo aggiungo, caro Diego, il suo programmatico incipit (p. 11 della stessa edizione, con qualche piccola modifica nella traduzione):

    “Dopo che l’esperienza mi ebbe insegnato che tutto ciò che spesso ci si presenta nella vita comune è vano e futile -e vedendo come tutto ciò che temevo direttamente o indirettamente non aveva in sé niente di buono né di cattivo se non in quanto la mente ne veniva turbata, decisi infine di ricercare se ci fosse qualcosa di veramente buono e capace di comunicarsi e da cui solo, respinti tutti gli altri falsi beni, la mente potesse venire affetta; meglio ancora se ci fosse qualcosa tale che, trovatolo ed acquisitolo, potessi godere per sempre di continua e grandissima felicità”

    • diegod56 ha detto:

      grazie, caro Alberto, in effetti è un testo molto intenso, stupisce la freschezza dopo secoli, ed hai ragione a rievocare l’incipit, fondamentale

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