un fecondo attrito [il padre]

«Divenire adulti significa anche sentire che siamo diventati il padre e che per questo non abbiamo più bisogno di lui.» Così scrive il filosofo (e amico) A.G. Biuso.

Questa frase è di enorme interesse, perché sembra sottendere l’impossibilità, alla fine, di potersi distinguere dal proprio padre. Alla fine, perché il ciclo della vita possa funzionare, devi comunque prendere il suo posto. È cosi? Sì, è proprio così, mentre un Maestro, un sapiente, un esperto che prendi a guida, puoi affiancarlo, puoi farne un compagno di viaggio, il Padre lo devi comunque superare, è troppo forte la sua presenza, tu non sei mai tu, finché c’è lui. Ogni nostro crescere è frutto di un fecondo attrito fra forze che ci incatenano al passato e impulsi che ci attraggono al futuro. Un uomo è una battaglia sempre in corso. Anche se hai un padre buono e saggio, comunque, devi oltrepassarlo, altrimenti non cresci mai.

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meno scrivo, meglio è
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12 risposte a un fecondo attrito [il padre]

  1. lector ha detto:

    E’ pure l’approccio che Freud ha utilizzato per il problema religioso. Dio come surrogato della figura paterna dalla quale bisogna infine necessariamente emanciparsi.

    • diegod56 ha detto:

      sicuramente, caro Lector, la figura paterna e la figura del Dio Padre s’intrecciano nella storia dell’umanità, ed alcuni hanno rilevato nel cristianesimo un graduale passaggio dalla religione del Padre a quella del Figlio

  2. popof1955 ha detto:

    Bella riflessione! Sto giusto leggendo Recalcati (al momento £Il complesso di Telemaco”). Ciao

  3. Pensa, prima di leggerti, stavo proprio scrivendo di un padre, nè buono nè saggio.

  4. redpoz ha detto:

    qualche tempo fa leggevo un’analisi in tema che aggiungeva anche il ruolo della madre in questo processo: credo partisse dal mito di Zeus e Crono per dire che, in sostanza, la madre aiuta il figlio nel superare il padre…

    • diegod56 ha detto:

      io credo, caro red, che la figura paterna ed anche quella materna, giochino un ruolo nella dinamica interiore di ognuno anche «dopo», per capirsi intendo anche quando se ne sono andati per sempre; quindi il «lavoro» di superamento è un lavoro personale, che va oltre l’azione diretta e voluta dai genitori; un conto è l’infanzia e la prima giovinezza, un altro è il corso della vita intera, dove la partita non è mai davvero chiusa, ma sempre in gioco

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