689802, l’agente rosso

unita20settembre1967

Immagine dall’archivio de «L’Unità», 20 Settembre 1967

Il mio amico F. V. lo ha conosciuto.

Era giovane quando lo era lui, e in quegli anni così densi di speranze, gli anni sessanta, molto avveniva nelle terre immense e tormentate del Sud America. Le vicende del Che, le vicende (anche controverse) di Debray e del suo arresto, trovarono grande attenzione nei giornali della sinistra. E non solo nei giornali, ma anche nell’immaginario di tanti. Ma qui non scriviamo dei «grandi» personaggi. Il mio amico, ogni tanto, rievoca la storia di Dario Canale. Lo aveva conosciuto da ragazzo, nel suo quartiere, un piccolo mondo lontano dai grandi eventi, come poteva essere del resto la periferia d’una piccola città.
Cattolico di formazione, aveva aderito al PCI. E come tanti, aveva tentato di costruirsi un avvenire in Brasile (terra natìa della madre). Era a San Paolo, quell’estate del 1967, e nel mentre che aveva in corso la pratica di naturalizzazione, si manteneva con le traduzioni, per conto di ditte commerciali.
Il suo incubo ebbe inizio la sera del venerdì 14 luglio. Era da un amico, nel quartiere di Tucuruvi di San Paolo. Gli agenti in borghese d’improvviso lo bloccarono e lo trascinarono, senza alcuna spiegazione, nella sede del DOPS, cioè il tristemente noto «Departimento do ordem politico e social».
– Sappiamo chi sei, sei comunista, da chi stavi andando? Con chi hai i contatti?
Da subito le domande (formulate dal direttore del servizio segreto in persona) furono accompagnate dall’argomento persuasivo di schiaffi, calci e pugni. Le risposte non sembrarono soddisfare per nulla la curiosità dei solerti funzionari e, purtroppo, Dario venne allora condotto nel «laboratorio».

Lasciamo la descrizione di questo cupo accadimento all’articolo de «L’Unità» datato 31 dicembre 1967.

È qui che Dario Canale viene sottoposto al trattamento detto «pan de arara», cioè trespolo di pappagallo: gli strappano i vestiti di dosso e, quando è nudo, lo appendono per i piedi ad un tubo, una specie di trespolo. Poi uno dei poliziotti gli lega un filo elettrico a un dito del piede, una dinamo viene messa in moto, l’altro filo, manovrato con sadica maestria, striscia sotto l’altro piede, sulla gamba, nella parte interna della coscia… Poi sospensione e domande e giacché le risposte non sono ancora soddisfacenti, si ricomincia col trespolo, con la dinamo, col filo eletrrico che dilania i nervi e fa urlare.
Quanto tempo è durata questa tortura, questa prima tortura per Dario Canale? Un’ora, due ore, è difficile dire.

Dopo tre settimane, il giovane venne presentato, con orgoglio, alla stampa come il pericoloso «agente rosso n. 689802», e questo numero così misterioso, sul quale i pennivendoli del regime intarsiano storie bislacche, improbabili di complotti e sovversione, altro non è che la semplice tessera del PCI di allora.
In effetti accadde però che grazie all’ «esposizione del trofeo» il caso emerge alla ribalta dell’opinione pubblica e, anche grazie alle pressioni del parlamento italiano, il povero giovane non è più un prigioniero invisibile.
Fra i personaggi importanti è doveroso ricordare Tinoco Barreto, coraggioso giudice, che userà una singolare forma di protesta: si fece crescere la barba di proposito durante la vicenda. Inutile aggiungere che anche il coraggioso uomo di legge fu additato come pericoloso comunista dai giornali ossequiosi alla Junta. Il giudice riuscirà a decretare il rilascio di Dario, in quanto imputato per reati che non prevedevano l’arresto. Tutto finito? Neanche per sogno. Gli uomini del regime erano soliti adottare l’odiosa tecnica del rilascio apparente, ufficiale, mentre il prigioniero veniva invece condotto in qualche altro segreto posto di dura detenzione. Per le autorità era libero, ma in realtà era imprigionato.
Durante le perquisizioni viene trovata (oltre ad una pericolosissima bandierina cubana) una lettera all’amico Urbano Stride e anche questi fu arrestato e segregato.
Dopo alterne vicende (qui non la facciamo lunga) ed anche pressioni internazionali, il 23 dicembre, i due giovani vennero trasferiti con un aereo militare a Rio de Janeiro e qui, presi in consegna dal console italiano, furono ricondotti a casa, proprio per Natale.
Certo, non meritavano affatto l’espulsione, ma dopo trattamenti come il trespolo del pappagallo, questo si potrebbe definire un lieto fine.
Di quante storie, anche peggiori di queste, è intrisa la ferocia delle dittature, sempre uguali, nella sostanza e in ogni epoca?
Comunque, qui ci sono le pagine del tempo, da cui ho tratto questa mia irrilevante narrazione.

Informazioni su diegod56

meno scrivo, meglio è
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4 risposte a 689802, l’agente rosso

  1. redpoz ha detto:

    mai, mai, mai lasciare che qualcuno prenda un potere incontrollato

    • diegod56 ha detto:

      in questo caso fu la pressione dell’opinione pubblica, a risolvere, ma certamente gli abusi avvennero e non finirono certo con la vicenda da me ricordata, caro red

  2. Inquietante! La ribloggo.

    • diegod56 ha detto:

      è una storia vera e documentata, cara Princy, io sono andato a cercare le vecchie pagine del giornale perchè un mio amico ha conosciuto il protagonista

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