novantacentodieci

90/110 non è un voto alto. Che sarà mai una laurea in filosofia, agguantata sulla soglia dei 50 anni? Perché laurearsi, ritagliando tempo e fatica, nel bel mezzo d’una vita ormai giocata? Un amico che passa talvolta di qui, mi ha inviato, con quella gentilezza tutta siciliana, il suo libro. E il libro, edito da Giuseppe Maimone, in quel di Catania, si intitola appunto «Novantacentodieci».

librofilippo

Un libro assai denso, un materiale magmatico che sgorga dal passato, da un’infanzia complessa. Un percorso tutto in salita, col cuore in gola, afferrando gli affetti, una mamma morta troppo presto, un padre complicato, amato, inseguito, atteso fino all’ultimo.

Ed è al padre, con accenti accorati, Filippo rivolge il suo pensiero, proprio nei giorni in cui verrà a mancare.

«mentre siamo in fase di atterraggio sul finire del volo Roma Catania, era di venerdì e penso, domani chiamo mio padre perché domenica voglio parlare con lui […] non volevo spiegazioni sul perché si fosse sposato solo dopo otto mesi che era diventato vedovo, con tutte le amanti che aveva avuto non volevo sapere quale pensiero pedagogico si fosse ispirato per dividere due gemelli o perchè veniva a trovarmi una volta ogni mille mai […] non volevo sapere perché non mi avesse mai accompagnato a scuola o a un colloquio da un professore, […] o come quando andavo a trovarlo tutti i giorni in ospedale quando aveva avuto un infarto, ripeto tutti i giorni, era un modo per stargli vicino e un pomeriggio arrivo in reparto e mi dicono, tuo padre è uscito questa mattina non ti ha avvisato, lasciamo perdere, risposi, no io volevo solo parlare con mio padre con il cuore in mano, credetemi avevo voglia di parlare con lui entrare in empatia, comunicare, tutto sommato era una persona buona di cuore ma con il cuore malato.» (pag. 66)

Certo Filippo da ragazzo non ricorda nulla della sua mamma, morta quando aveva due anni, e la vicenda fondamentale del testo è il disvelamento di quella che è la realtà, quella realtà che ad un bimbo si cela, nel tentativo di farlo crescere sereno. L’altra famiglia, quella che il padre aveva costituito, non era quella famiglia ideale, quella famiglia che il ragazzo quasi invidiava alle sorelle, precocemente divise da lui. E se ne rende conto, quando finalmente puo’ conoscerla davvero.

«Ho fatto presto a capire che tutto sommato sono stato fortunato che da bambino mio padre avesse deciso di lasciarmi dai miei nonni, anche se mi ero illuso che le mie sorelle avesserto una famiglia e io invece no, certe volte penso che le mie sorelle non sono in continua psicoanalisi è perché hanno un senso dell’umorismo che va oltre ogni misura, oggi sono persone sorridenti, la risata è al primo posto, ma si commuovono anche facilmente, diciamo che sono pronte a piangere, d’altronde il loro cuore è ferito, ma hanno un grande cuore. Ho odiato e amato mio padre.» (p. 64)

La vicenda ha il suo snodo fondamentale proprio in una lontana estate, ai tempi delle scuole medie. Il ragazzino viene mandato alla colonia estiva; a quanto pare non è l’ambiente ideale per il ragazzo, ma soprattutto acuisce la sua paura d’abbandono, tanto che ad un certo punto decide di scappare.

«sì è vero che il segno del cancro è lunatico, ma nella mia testa mi era passato che non mi avrebbero più preso da quel posto, convinzione che mi sono fatta appena è arrivata la prima domenica, tutti avevano ricevuto in visita i parenti, io invece sono rimasto da solo davanti al cancello per tutta la giornata, ho aspettato che venisse qualcuno a trovarmi, mia nonna, mio zio, mio padre, che forse nemmeno era stato messo a conoscenza del mio trasferimento estivo, invece nessuno, la suora mi rincuora dicendo che, magari la mia nonna non aveva avuto avuto il passaggio e che la domenica quella zona era impraticabile, e che possibilmente sarebbero arrivati il lunedì, io rispondo che il lunedì non era giorno di visita, lei rimase un po’ in silenzio» (p. 53)

La fuga si concretizza nella ricerca di un mezzo pubblico che lo portasse a casa, e qui avviene un incontro casuale, quello col padre (che è appunto un conducente di autobus) gravido di conseguenze proprio per quella presa di coscienza di cui abbiamo accennato qualche riga or sono.

Ma non c’è solo il padre, figura mitica e sfuggente. Altri personaggi si stagliano nell’universo del giovane Filippo, tratteggiati con potenza ed anche ironia. La nonna, vera «roccia» della casa, l’unica che davvero si prende cura di lui, lo zio Santo, personaggio colorito ed incredibile.

«era un signore, rispettato da tutti, in certi ambienti lo chiamavano contessa, mio Zio Santo, di professione faceva il cuoco, cucinava per gente che stava bene, gente che, oltre la buona cucina, aveva anche qualche vizietto, per fortuna, questo tipo di vizio non ho cercato di approfondirlo, l’unica cosa che cercavo di apprendere da mio Zio era la cucina, lui amava cucinare, amava fare felici le persone sedute a tavola con quello che aveva cucinato lui, io ammiravo mio zio Santo, era avanti, era moderno, devo dire che ho avuto più lui vicino che mio padre, e poi quando portava amici suoi a casa, amici che facevano sempre baldoria sempre sorridenti, lui mi presentava e sottolineava, attenti si guarda ma non si tocca, pensavo che era una battuta che un po’ mi faceva diventare rosso, qualcuno rideva, e devo dire il vero che c’era una certa aria di festa, aria di festa che poi, tanti anni dopo, finirà» (p. 27)

Il nonno, anziano pescatore in pensione, dispensatore di racconti, di arguzia, di saggezza arcaica. Quegli uomini che non si spostano dal loro modo di essere, quegli uomini senza tempo, stabili, incuranti di questo nostro esangue tempo «liquido».

«Mio nonno non amava andare da nessuna parte, lui appena si alzava – per essere più precisi, si alzava alle 5 del mattino al massimo alle 5 e mezza – faceva colazione con acciughe salate, chiaramente preparate con le sue mani, preparate in maniera scrupolosa, colazione, acciughe pane e un po’ di formaggio stagionato, certe volte accompagnato con cipolla fresca, altro che colazione d’oggi» (p. 40)

Ma che c’entra, la filosofia? C’entra molto perchè questo tuffarsi negli studi filosofici, questo amore quasi ingenuo e reverenziale verso la Cultura, sono da leggersi come un tentativo di rispondere alla domanda essenziale sul senso della propria vita. E il bambino, a modo suo, era già un po’ filosofo, a quel che ci dicono i suoi ricordi. C’è questo episodio, che mi piace riportare. Filippo era costretto da un problema di strabismo infantile, ad affrontare alcune terapie, e ce lo racconta.

«entravo in una stanza, dove c’erano dei macchinari tutti strani, mi facevano sedere davanti ad uno di questi, e mettevo il mento su un apposito sostegno, e mi facevano fare dei giochini con dei colori, un giorno gli dissi alla dottoressa che erano esercizi interessanti, almeno vedevo un po’ di colore in questa mia vita, la dottoressa si era preoccupata un po’, e mi ribatte, ma perchè non distingui bene i colori? Io rispondo che i colori li distinguevo benissimo, ma era un modo per vedere la vita a colori, rispetto al bianco e nero che la vedevo durante le mie giornate, la dottoressa dal canto suo mi rispose con una frase, abbiamo un filosofo – che frase col senno di poi» (p. 18)

Non manca, nella chiusura del libro, l’omaggio all’amico più vero e profondo: un bellissimo bracco tedesco di colore bianco e marrone. Forse si sono trovati, ognuno con la sua storia, Filippo e questo grande e buon cane. Da un incontro casuale, un’amicizia improvvisa e totale che solo certi amici a quattro zampe sanno regalare.

«non so come avesse fatto, ma dopo che ci eravamo visti lui mi aveva cercato e trovato; non potevo lasciarlo andare, il nome Black, nero, è per dimenticare tutti i momenti neri che ha avuto tutti i giorni che è stato per strada da solo» (p. 69)

Un testo scritto con linguaggio a volte crudo, spesso torrenziale, con spericolata incuranza di mettere fine al periodo. Se lo leggi a voce alta, non sai come riprendere fiato. Sicuramente è bene non essere dei puristi della sintassi, nel leggere. Un flusso, un magma, una scrittura a tratti incendiaria. Sarà per l’Etna non lontano da lì, ma questo mi vien da dire sullo stile di queste 72, non banali, pagine.

Filippo Scuderi
Novantacentodieci
Giuseppe Maimone Editore, 2013
ISBN 9788877513724

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meno scrivo, meglio è
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16 risposte a novantacentodieci

  1. maria rita ha detto:

    Ciao Filippo, ho appena finito di leggere, tutto d’un fiato, il tuo libro articolato e accattivante. […]
    Ti faccio i miei complimenti per la tua prima fatica letteraria, spero che molti altri come me possano apprezzare il tuo modo particolare di scrivere e che mi auguro di poter leggere altre tue opere in futuro.
    “si sistemerà tutto”
    Con affetto, Rita Di Mauro

  2. Fabio ha detto:

    Complimenti per il libro, c’è una filosofia latente, consiglio la lettura,
    con accanto delle caramelle alla menta!

  3. Laura ha detto:

    Posso solo dire , che questo libro in alcuni punti mi ha fatto piangere e anche riflettere, forse il personaggio Lanteri coinvolge molto l’autore, penso che non è del tutto ancora felice, il libro è molto interessante.

  4. diegod56 ha detto:

    grazie per i commenti, spero che la mia recensione appaia azzeccata

  5. Rosa Scuderi ha detto:

    Come non essere coinvolta da una lettura che ti prende e non ti lascia…si è vero cara amica mia si legge tutta di un fiato! mi sono sentita completamente dentro il cuore del protagonista vivendo tutte le sue passioni,emozioni e anche paure!..come difinirlo un CAPO LAVORO EMOZIONANTE!grazie …grazie di cuore!con amore infinito Rosa Scuderi

  6. Laura Catania ha detto:

    Leggere il libro di Filippo Scuderi é stato come fare un magnifico e indescrivibile viaggio nel passato dei ricordi, delle emozioni e della purezza del suo scrivere e del raccontare aneddoti ed emozioni della sua vita.
    Una scrittura raffinata sensibile e d’altri tempi capace di donare emozioni forti…facendoti sorridere, piangere e riflettere in ogni fase della lettura. Consiglio vivamente questo libro.
    Laura Catania

  7. gigi ha detto:

    Un vortice dalla prima pagina sino all’ultima.

    Una storia vera che potrebbe essere la nostra, è facile

    immedesimarsi nel personaggio principale, L’autore è pienamente

    riuscito a catturarmi ed a tenermi incollato alle pagine del libro, che

    ho letto, quasi tutto in un fiato.

    Grazie per le emozioni che la lettura del libro mi ha regalato

    Luigi Cravero

  8. Tommaso ferraro ha detto:

    Ho letto questo libro tutto di un fiato, mi ha trasmesso una grande emozione, in molte cose mi sono rispecchiato, sono una persona molto sensibile, non nego che ho pianto durante la lettura, e ho anche riso in alcuni momenti !
    Sono riuscito ad immedesimarmi, nonostante io ho una famiglia unita e legata! Forse alcuni di questi problemi non vissuti anch’io, anche per questo, tutt’oggi ancora mi succedono eventi del genere, Perché purtroppo, la discriminazione e i pregiudizi sui disabili ci sono e ci saranno sempre fino a quando non si cambierà il sistema a partire da quello scolastico l’integrazione sociale!

  9. Filippo Scuderi ha detto:

    Con una sincerità che giunge dal più profondo del mio cuore , ringrazio tutti quelli che sono intervenuti, ringrazio anche il titolare di questo interessantissimo blog, grazie amici miei , ricordatevi “si sistemerà tutto”

  10. Marcello Pidatella ha detto:

    Gli eventi: un filo rosso che si annoda a formare una tela.
    Le parole di questo libro: una vernice a volte stesa con la dolcezza di un pennello che quella tela accarezza, altre invece scagliate con violenza. 
    Anche i tagli, come in una tela di Fontana, rendono unico quel quadro di una vita vera e vissuta.

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