queste cose non le sa, meno male

È noto come in Liguria, terra di splendida gastronomia, fra i prelibati piatti tipici trovano spazio anche preparazioni a base di coniglio. Nella mia famiglia, insieme alla piccola pattuglia di umani, vive una giovane coniglia femmina. Credo nessuno si stupisca del fatto che in casa mia nessuno, anche non vegetariano, ha il coraggio di mangiare carne di coniglio. La contiguità, il vedere, il toccare, il carezzare quella simpatica bestiola dalle lunghe orecchie bianche, rende orrenda l’ipotesi di ucciderla, cuocerne le membra nel tegame e poi mangiarsela.

Un atteggiamento ovvio, però le riflessioni che da qui possono dipartire sono molte ed anche interessanti. È questo il tema del saggio di Marcela Iacub «Confessioni di una mangiatrice di carne». In realtà la definizione «saggio» è un po’ riduttiva, giacchè siamo alle prese con un testo che è anche un racconto autobiografico, il tutto risolto in uno stile brioso, ironico ed autoironico, dove il racconto personale e prospettive giuridiche, filosofiche, politiche, si intrecciano e incuriosiscono.

L’Autrice, giurista francese, argentina di nascita, prende le mosse dall’educazione ricevuta, dall’ambiente culturale dove è cresciuta: una famiglia colta, progressista, immersa in una mentalità che definisce con sarcasmo «umanesimo carnivoro». In effetti una premessa forse indispensabile per esser mangiatori di carne è ritenere l’essere umano una forma di vita radicalmente, totalmente diversa dalle altre. Acutamente nel testo si rileva come spesso anche le buone istanze egualitarie, progressiste, hanno occasione di ribadire la differenza, la demarcazione, il confine speciale, fra noi umani e le altre bestie. Per affermare che tutti gli uomini hanno una dignità, un diritto alla vita, una intrinseca egualianza (che le differenze economiche o di casta non possono intaccare) non è infrequente sentir ricordare che non siamo animali, che ogni uomo è appunto una creatura speciale. Questo confine, però, nonostante le buone intenzioni, ha anche le sue ben tragiche conseguenze.

Marcela Iacub sviluppa le sue riflessioni intorno alla condizione animale anche da un curioso caso giudiziario. L’argomento è per così dire pittoresco e anche un poco imbarazzante, ma è comunque interessante. Non molti anni fa, davanti al tribunale francese di Chaumont fu considerata la vicenda di Gérard X. e di Junior. Il primo era accusato di aver sessualmente penetrato Junior, il quale, in effetti, non era in grado di raccontare ai giudici se fosse consenziente o meno, essendo egli un pony. L’umano fu condannato sulla base di un recente articolo del codice penale, il 521-1, appositamente redatto per i casi di grave violenza, di sevizie atroci nei confronti degli animali. Gérard X. aveva ammesso la penetrazione di Junior, ma, data la conformazione anatomica dell’equino, riteneva di non aver commesso alcuna sevizia, e quindi, seppur ammettendo la propria sessualità non proprio elegante, fece ricorso ritenendo che la legge non punisse la sessualità bensì la crudeltà. Anche in successive istanze, i giudici confermarono la condanna. L’autrice, da studiosa delle questioni di legge, studiò il caso e le apparvero chiari i paradossi, le contraddizioni, visibili anche a livello del diritto, di quelli che sono i nostri concetti intorno alla vita animale.
In qualche modo le leggi riconoscono agli animali, in alcuni casi, la loro natura di creature senzienti ma, sul diritto più grande, il diritto a vivere la loro vita, e a viverla in modo sereno, la questione diventa davvero irrisolta, densa di assurdità. Infatti quello stesso articolo che punisce Gérard X., non ha niente da ridire, per esempio, su come si svolge la produzione del foie gras.

«Per produrre questo tesoro del patrimonio culinario, in Francia si procede all’ingrasso di 37 milioni di anatre e 2 milioni di oche all’anno. Questa tecnica consiste nel ficcare loro in gola un tubo lungo da 20 a 30 centimetri dall’esofago allo stomaco, al fine di somministrare loro una grande quantità di alimenti che non avrebbero potuto ingerire di loro volontà. L’operazione dura da 45 a 60 secondi per l’ingrasso tradizionale e da due a tre secondi per l’ingrasso moderno con pompa pneumatica, che puo’ “penetrare” più di 350 anatre all’ora. Questa operazione avviene due volte al giorno. Equivale, per un uomo di 70 chili, a farsi mandare a forza direttamente nello stromaco 14 chili di pasta in pochi secondi. Gli animali presentano lesioni, dolori alla gola, stress, diarrea e asma. Alla fine dell’ingrasso, la respirazione e la deambulazione diventano difficili, perché le sacche polmonari dell’animale sono compresse da un organo che le schiaccia. Per meglio procedere a queste penetrazioni non sessuali, l’80% delle anatre vengono totalmente immobilizzate in gabbie individuali da cui esce solo il collo, nell’oscurità quasi totale.» (p. 82)

Nonostante i suoi studi, nonostante anche il rapporto d’amicizia con la propria cagna, dal quale apprende molto di quella ricchezza di prospettive, di modi di vedere la vita, che solo un amico non umano puo’ farci capire, Marcela Iacob ci narra come per molto tempo, nonostante tutto, abbia continuato ad essere mangiatrice di carne. In qualche modo permaneva quella separazione, quella barriera tanto assurda quanto efficace fra la bistecca nel piatto e la creatura immersa nel suo mondo, nelle sue esperienze, nella sua unica e preziosa vita.
Ad un certo punto, nella vicenda personale dell’autrice, interviene la lettura di un libro, di un piccolo e antico testo. Puo’ apparire anche bizzarro che uno scritto, per di più d’un autore vissuto duemila anni fa, possa tanto incidere nella coscienza d’una persona, ma io ci credo, perchè a volte anche una sola frase puo’ far scattare ciò che da lungo tempo stava maturando. Il breve testo di cui si riferisce è il «Del mangiare carne» di Plutarco, dove, con penna efficace, si disvela l’assurdità, l’empietà, degli uomini che, non paghi dei molti frutti che offre loro la terra, al fine di soddisfare un proprio piacere (e quindi non una vera necessità) tolgono la vita agli animali.

«Nulla turba comunque il nostro senso del pudore, non il fiorente aspetto di queste creature sventurate, non il fascino della loro voce armoniosa, non l’accortezza della loro mente, né la purezza del loro modo di vivere e la loro straordinaria intelligenza. Invece, per un minuscolo pezzo di carne priviamo un essere vivente della luce del sole e del corso dell’esistenza, per cui esso è nato ed è stato generato. Per di più, crediamo che i suoni e le strida che gli animali emettono siano voci inarticolate, e non piuttosto preghiere, suppliche e richieste di giustizia.» (citazione da Plutarco, p. 97)

In realtà, il punto chiave è il vedere, è il sapere. Le strutture preposte alla macellazione di milioni di esseri viventi, non a caso, sono organizzate in funzione della segretezza, in funzione della separazione emotiva fra colui che implora, ha paura, soffre e quella cosa, chiamata carne, che ti ritrovi nel piatto.
Meno male che la signorina dalle lunghe orecchie che gironzola per casa mia, queste cose non le sa, non sa cosa fanno, quelli della specie mia, dei suoi fratelli.

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meno scrivo, meglio è
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14 risposte a queste cose non le sa, meno male

  1. Prof. Woland ha detto:

    Caro Diego,
    anche Leonardo ha lasciato scritto “un giorno uccidere gli animali sarà reato come lo è uccidere un uomo”. Chiunque abbia due neuroni e una sinapsi può capire la schizofrenia dell’uomo. Ancora lungo e arduo è il nostro cammino ed ignota la meta.

  2. Boh ha detto:

    Beh di Gandhi lo sai te l’ho scritto diverse volte quello che pensava degli animali: che come si trattavano fosse indice di civiltà. Che poi fosse strettamente vegetariano, anzi, vegano, benché ogni tanto lo obbligassero a bere latte, questo anche si sa…

    • diegod56 ha detto:

      certo, cara boh, questo libro in fondo non contiene nulla di nuovo come messaggio per chi è vegetariano, ma è abbastanza interessante perchè racconta anche la storia di una conversione e cerca di inquadrare anche le contraddizioni giuridiche (in questo caso della legislazione francese)

  3. Biuso ha detto:

    Apprezzo molto, caro Diego, la costanza con la quale scrivi su questo argomento, qui come in Vita pensata.
    Da circa dodici anni sono diventato vegetariano ed è stata una delle decisioni più sagge e pulite della mia vita. Da allora sto molto meglio con me stesso e con il mondo.
    Ho riassunto in un breve testo ( http://www.girodivite.it/Essere-vegetariani-Le-ragioni.html ) le ragioni principali di questa scelta, alla quale sono arrivato con lentezza, attraverso un cammino comunque inesorabile. Non giudico dunque, né tantomeno condanno, i carnivori ma l’idea di tornare alla condizione di cannibale mi fa semplicemente orrore.

  4. diegod56diegob ha detto:

    in effetti, caro alberto, l’argomento mi ha preso, come si suol dire; ho cominciato a leggere qualche libro sulla “questione animale” attratto da un dubbio per così dire filosofico, cioè poter definire l’umano attraverso un ragionamento sulla vita non umana; da lì poi, inevitabilmente, la questione va a incardinarsi con le scelte etiche che derivano dall’osservare gli animali in modo “non cartesiano” ; e poi c’è il grande tema anche politico e ambientale, in me suscitato dalla lettura di “ecocidio” di j.rifkin; insomma è una questione personale e globale nello stesso tempo; poi, ovviamente anche i tuoi scritti, la costante critica dell’antropocentrismo che vi si esercita, influenzano i miei interessi

  5. Prof. Woland ha detto:

    Caro Diego,
    poiché qualcuno che ha letto il mio commento mi ha chiesto (sic!) a quale Leonardo mi riferissi, preciso (per i giovani) che naturalmente mi riferivo a Leonardo da Vinci e non a un cantautore.
    Spero poi di convincerla dell’utilità di facebook dandole notizia del fatto che ho “postato” il testo del Prof. Biuso (sulle ragioni della scelta di una dieta vegetariana) sulla pagina facebook del nostro blog (http://bruschi.blogautore.espresso.repubblica.it/) che ha quasi 5000 lettori. Spero che al Prof. Biuso non dispiaccia il fatto che abbia anche postato una sua foto.
    Con stima e affetto
    W

    • diegod56 ha detto:

      caro prof.W, facebook usato da persone di un certo livello puo’ tornare senz’altro utile, il ragionamento sul fenomeno non esclude certo gli usi «validi», vista la potenza che va assumendo come media

      ora però ho un dilemma culturale non da poco: non so chi sia il cantautore “leonardo”

  6. Biuso ha detto:

    Caro Prof. Woland, complimenti per la qualità dei suoi spazi nella Rete. No, non mi dispiace che abbia utilizzato quella foto, che è pubblica. Spero non ce ne siano altre in giro :-) La ringrazio, naturalmente, dell’attenzione e della stima.

    Il testo della Prof. Enrica segnalato da Diego mi sembra importante ed efficace. Se l’alimentazione vegetariana è una possibilità, il rifiuto della vivisezione è proprio un obbligo.

  7. Prof. Woland ha detto:

    Vorrei che i nostri amici leggessero l’articolo di Ignazio Marino “Noi, i babbuini e l’Aids” (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/noi-i-babbuini-e-laids/2180807) in risposta a quello della ricercatrice Claude Reiss (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/articolo/2180834) ed esprimessero le loro opinioni. Grazie.

    • Biuso ha detto:

      Mi sembra che la risposta di Claude Reiss alle obsolete, speciste e sbagliate parole di Marino sia davvero chiara e del tutto condivisibile.
      Quanto agli attacchi che Marino rivolge alla “coerenza” di chi è contrario alla vivisezione ma si nutre di altri animali, dico soltanto che si tratta di due livelli diversi di relazione con l’alterità e chi le mescola a scopo polemico mostra soltanto la propria malafede.
      Potrei aggiungere altro sulla “coerenza” del Dott. Marino ma preferisco non utilizzare argomenti ad personam.

      Aggiungerei soltanto che la più parte della sperimentazione/tortura sugli altri animali non avviene per scopi terapeutici ma per testare cosmetici e armi.
      Per un inquadramento scientifico e articolato della questione umana/animale consiglio i libri di Roberto Marchesini. Una veloce ricerca in Rete ne farà trovare molti. Qui segnalo Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza Bollati Boringhieri 2002; Manuale di zooantropologia (scritto con Sabrina Tonutti), Meltemi 2007; Intelligenze plurime. Manuale di scienze cognitive animali, Oasi Alberto Perdisa editore, 2008; Il tramonto dell’uomo, Dedalo 2009.
      Sono libri di grande ricchezza teoretica ed empirica. In essi emerge con chiarezza, ad esempio, la differenza tra l’animale buono da mangiare, buono da pensare e buono da essere.

  8. redpoz ha detto:

    Credo che la situazione del foie gras sia emblematica di un sistema folle. Sei mai stato in un supermarket francese? Anche nel più modesto c’è una sezione con svariati tipi di paté, nei migliori sono scaffali interi con centinaia di marche, tipi e qualità….
    un’enormità!
    Una produzione semplicemente smisurata, probabilmente destinata anche ad essere buttata via.
    Tutto questo perchè? Perchè si è imposto il modello dell’accessibilità di massa, ad ogni costo, anche dei prodotti alimentari più raffinati. Modello “mac donald’s” in un certo modo.
    Io non mi considero un elitista, ma credo che alcuni prodotti abbiano un limite naturale di produzione oltre il quale si snaturano e forzarli li rende di pessima qualità e dannosi per l’ecosistema (ad esempio, lo Champagne, il pollame….): in pratica, basterebbe avere il buon senso di ridurre la produzione in termini accettabili, senza privare nessuno della possibilità di gustare tali prelibatezze ma riconoscendo che non è possibile averlo in tavola 300 volte l’anno!

    • diegod56 ha detto:

      questo senso della misura che reclami, ottimo red, è senza dubbio condivisibile e anche culturalmente ragionevole

      debbo dire, però, che le modalità di produzione del foie gras mi hanno impressionato anche di per se stesse, per cui anche se fossero poche le oche «trattate» avrei comunque qualcosa da ridire

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