tuniche rosse e tute blu

Molti piccoli imprenditori si sono uccisi, in questi mesi. Non è mia intenzione, qui, affrontare il tema della crisi economica, anche se è evidente il nesso.

Mi interessa il suicidio, come forma estrema di comunicazione. Monaci tibetani, Piccoli imprenditori italiani, uomini diversi, dalla storia radicalmente diversa, eppure una stessa scelta, alla fine.

Il suicidio dei monaci ha, mi si perdoni il giudizio un po’ troppo da esteta, una forte eleganza, un sapore iconico di nobiltà, non foss’altro per i bellissimi drappi rossi che indossano, e per tutto quello che, anche a livello inconscio, ci evoca la parola «Tibet». C’è poi il fuoco, di cui ho scritto qualcosa, da queste parti, tempo fa.

Il suicidio dei piccoli imprenditori è meno ieratico, ambientato magari nell’autorimessa di un’anonima villetta a schiera, richiama il frusciare di scartoffie, solleciti di tratte non pagate, melanconie di piccoli uffici. A volte, ironico, sta appeso l’ampolloso diploma di «Officina di Qualità 1986», triste ricordo dei bei tempi.

Ma tutti i suicidi, quando sono diffusi, quando sono un fenomeno collettivo, si somigliano. E sono contagiosi. È un modo per dire «non ci sto, a questo gioco».

Da piccolo, quando in cortile i più grandi volevano per forza cambiare le regole durante la partita a biglie, raccattavo le mie biglie ed io, che pure adoravo giocare in quello spazio aperto, me ne andavo, tornavo in casa. Quando lo facevo, c’era qualche altro piccoletto, come me, che se ne andava anche lui, in gran rifiuto della partita truccata.

Certo, quando il gioco è la vita, è più difficile riprendersi le biglie, metterle nel sacchetto, e non giocare più. Ma se lo fanno in molti, molti ci pensano su, e il rifiuto è contagioso.

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8 risposte a tuniche rosse e tute blu

  1. Denise Cecilia S. ha detto:

    Pesante, ma la tua consueta pulizia di parole lo rende sopportabile (da leggere).

    • diegod56 ha detto:

      è un tema complesso e delicato, ovviamente non posso e non voglio confutare le tante divergenti sensibilità al riguardo, cara c.d.

  2. Sara ha detto:

    Mi fa paura questo tema, credo che il suicidio si configuri in una dimensione patologica che non si può comprendere. Ma forse quello dei monaci è diverso, cioè c’è un altro mondo spirituale e culturale rispetto al nostro.

    • diegod56 ha detto:

      cara sara, sicuramente i monaci hanno una tempra spirituale particolare, però quando il suicidio diventa un fenomeno diffuso, allora va letto in modo diverso, anche quando sono suicidii che singolarmente definiremmo privati

  3. Sara ha detto:

    Non lo so. Credo che certi fatti purtroppo siano sempre accaduti, ma l’informazione liberissima e democratica che vige in questo paese, mi pare che ultimamente riservi molta attenzione a questo fenomeno. C’è in atto la volontà di creare un conflitto sociale, di mettere gli uni contro gli altri.

    • diegob ha detto:

      in effetti l’informazione usa i drammi individuali e collettivi in base agli interessi che intende favorire

      però io penso che la consistenza del fenomeno non sia irrilevante, e abbia un significato

      forse a ben vedere è una delle conseguenze della finanziarizzazione dell’economia, per dirla un po’ da marxisti un passaggio troppo evidente del reddito dal lavoro al capitale, dall’impresa alla finanza, però è chiaro che qui il discorso entra in un tema tanto attuale quanto difficile da affrontare in due parole

  4. boh ha detto:

    Mi sa che il suicidio dei monaci sia un po’ diverso nel senso che in Asia il suicidio come forma di protesta e di educazione morale è un fenomeno antico. Dovrebbe suscitare sensi di colpa e di ravvedimento in chi ti istiga a farlo, nel caso dei tibetani, il governo cinese. I jaina digiunavano davanti alla casa di chi commetteva ingisutizie atrocità ecc come forma di protesta (Gandhi imparò questo da un suo vicino jaina). Il digiuno durava fino alla morte, se necessario. Ma i jaina non possono commettere violenza, e il suicidio è una forma di violenza, per questo digiunavano.

    Tradizionalmente c’era il suicidio con il fuoco, l’autoimmolazione. Che è anche un atto rituale (vedi le sati in India). Insomma, credo che il suicidio degli imprenditori in fondo sia un atto di rifiuto e di disperazione isolato, non abbia tradizione e non abbia lo stesso zoccolo duro del suicidio “organizzato”, collettivo e politico dei monaci (se non otterranno niente dalla Cina, attraverso l’Onu che finalmente li ha ascoltati, ricominceranno i suicidi, sono già organizzati in tal senso).

    In un certo senso il suicidio degli imprenditori mi fa molta più pena. Sa di isolamento completo, non di azione politica collettiva, per quanto disperata.

    • diegob ha detto:

      grazie boh, molto interessante questo inquadramento storico e culturale; in effetti io ho un po’ azzardato nel mio parallelo, riferendo più una sensazione personale che un contenuto «valido»

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