dal ’68 alla società dello spettacolo

Paolo Villaggio, con la sua sferzante ironia, nei suoi tragicomici testi sul rag. Fantozzi, ironizzava sulla contessa genovese che annunciava di voler fondare un partito dal nome Poteve opevaio. Ci fu un tempo in cui esser rivoluzionari e possibilmente leninisti era di moda, e non è difficile rammentare, nei ricordi d’ognuno di noi, qualche vacuo e inconcluedente rivoluzionario che poi, negli anni ’90, ha buttato nei cassonetti della Charitas il vecchio eskimo per indossare un bel completo grigio da yuppies.
Ma ironizzare su queste cose è quasi facile, banale. Per ragionare un po’ più sul profondo di questi temi, in una prospettiva storia, filosofica, antropologica, consiglio vivamente di leggere «Contro il Sessantotto» di Alberto Giovanni Biuso.


I fanatismi ingenui del ’68 hanno una storia, un retroterra culturale, son manifestazioni di uno stesso fiume carsico che percorre tutto il Novecento. Ad un certo punto, nel cuore dell’Europa, emerge una potente avversione contro le tradizioni culturali e i valori cosiddetti borghesi. Le devastazioni e le immani sofferenze della Grande Guerra facilitano l’avvento della politica dai connotati messianici, le masse umane hanno bisogno d’un messaggio totale, qualcosa che appaia meno angusto, all’apparenza, d’ogni ragionevole, pragmatica, realistica proposta. Il connotato religioso dei totalitarismi è assolutamente nitido, facile da evidenziare.

«L’elemento davvero nuovo della politica nel Novecento è la sua trasformazione in religione. Il trionfo dell’ideologia ne rappresenta una conseguenza poiché essa è una fede alla quale manca soltanto un dio trascendente ma poi della religione ha tutto: testi sacri, provvidenza, missione salvifica, riti, una casta sacerdotale, il Grande Prete custode dell’ortodossia. Lungi dall’essere un secolo ateo, o soltanto laico, il Novecento ha esteso la religione alla vita civile e alla filosofia politica, con risultati prevedibilmente disastrosi.» (p. 54)

Ovviamente la promessa della rivoluzione totale e definitiva, dell’edificazione di un nuovo e definitivo ordine o paradiso, si coniuga all’assunto che si possa anche e soprattutto plasmare un uomo nuovo, con cui ripartire, facendo piazza pulita delle incrostazioni del passato.
Secondo A.G. Biuso colui al quale queste utopie debbono la fondazione più robusta ed efficace è un pezzo da novanta della storia del pensiero: J.J. Rousseau.
È chiaro che un uomo buono per natura, reso cattivo ed egoista dalla degenerazione della civiltà, è il presupposto perfetto d’un programma di costruzione di un nuovo soggetto umano ideale. Se riteniamo l’uomo tabula rasa, è facile nutrire la pretesa di ricrearlo daccapo con una nuova educazione. Inoltre qui si innesta alla perfezione un’eguaglianza pervasiva, che non è semplice eguaglianza dei diritti, ma è proprio un’eguaglianza che aspira a creare uomini che pensano allo stesso modo, uomini ostili ad ogni pensiero personale ed indipendente.
Ma cos’ha in comune, il Sessantotto, con le ideologie totalitarie del Novecento? Sicuramente l’idea che la società umana si possa plasmare rapidamente, l’idea che la scorciatoia degli slogan, dell’evento spettacolare, sia risolutiva senza la fatica dello studio approfondito, della riflessione profonda e stratificata, senza l’esercizio vero del pensiero. Un pensiero di qualità che evita lo spettacolo e predilige la conoscenza seria. Infatti Biuso rigetta l’ipotesi che la Scuola di Francoforte sia la premessa culturale di quella rivolta infantile e narcisistica.
Il lavoro serio e l’atteggiamento di studiosi come Adorno, seppur capaci (loro sì per davvero) di una critica profonda ed efficace del capitalismo, non si possono appiattire ai facili slogan d’assemblea.

«La cifra comune alla teoria critica, nella Dialettica dell’Illuminismo come nell’Uomo a una dimensione, è quindi l’analisi della progressiva massificazione che domina le società contemporanee. La devastazione fascista, la burocratizzazione sovietica, il consumismo occidentale sono forme diverse di distruzione del pensiero individuale, assorbito dalla comunicazione e dall’indrottinamento di massa. L’opposizione al capitalismo diventa opposizione all’impossibilità di rimanere soli » (p. 66)

A questo punto chi si fosse attardato sulle mie (tutto sommato prevedibili) annotazioni, potrebbe domandarsi: ma questo benedetto ’68 è roba di tanto tempo fa, cosa c’entra col mondo di adesso? Quel periodo è tramontato, che ci importa di qualche nostalgico con la barba bianca?
Qui sta l’intuizione principale dell’Autore, il motivo di fondo, la tesi culturale e politica che rende questo libro così interessante. Il ’68, distruggendo quanto c’era di valido e formativo nella migliore tradizione del pensiero europeo, rifiutando la fatica di un pensare critico e prudente di fronte ad ogni facile spettacolo, ad ogni facile scorciatoia iconica, ha preparato il terreno alla cultura consumistica, alla non cultura delle televendite, alla sostituzione del valore autentico con il successo televisivo.
Qui l’analisi si fa profonda, perchè non basta denunciare come la televisione racconti delle bugie, come sia la clava mediatica del potente, come sia la scatola che solletica con nuovi ed inutili desideri. Quel che è in gioco non è solo un racconto truffaldino, ma è in gioco una rappresentazione che diviene si sostituisce alla realtà, plasma la realtà, produce la realtà e, con essa, la percezione che il cittadino spettatore ha di se stesso. Nel trompe l’oeil ci si vive dentro in modo così pervasivo da esserne vigorosamente plasmati.
Biuso ha come riferimenti due pensatori profetici ed anche molto fuori dagli schemi: Pasolini e Guy Debord, ai quali ha dedicato molte delle sue riflessioni, mostrando con efficacia quanto i due fossero profetici, rispetto all’oggi.
Il libro termina con un interessante capitolo ove l’Autore si domanda quanto delle riflessioni del ’98, anno della prima edizione, è ancora valido e quali possono essere nel contempo gli aspetti superati dal lavoro e dalla ricerca svolta in questi quattordici anni. In questo lasso di tempo è esploso l’internet, la dislocazione dei poteri, in specie quelli finanziari, si è sganciata dalle entità geografiche definibili. Il pianeta, ormai piccolo, è fasciato da una rete telematica potente e veloce che rende il potere sempre più difficile da individuare e rapido nell’agire, nel decretare il benessere o la miseria di intere comunità.
Su qualche aspetto, in particolare una fiducia forse ingenua nelle istituzioni, Biuso vede nel suo scritto un’inadeguatezza (anche se io, ad esempio, non la vedo poi così evidente, giacchè i richiami a Gehlen sono antropologicamente calzanti ed efficaci anche oggi). Ma, sulla questione di fondo, il rapporto fra masse e teledipendenza con tutti i suoi addentellati e precedenti storici, il libro tiene, tiene perfettamente.
Chi crede di cavarsela con le mie notarelle, e poi far credere, quando fa l’intellettuale da pizzeria, che ha letto il libro, non s’illuda: c’è anche molto altro, e non c’è scampo: è un libro da leggere.

Alberto Giovanni Biuso
Contro il Sessantotto
Prefazione di Eugenio Mazzarella
Villaggio Maori Edizioni, Catania, 2012
Pagine 176
ISBN 978-88-906119-3-3

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5 risposte a dal ’68 alla società dello spettacolo

  1. boh ha detto:

    Bellissima recensione al libro senz’altro interessante di Biuso. E bellissimo titolo del libro e intriganti le riflessioni. Lo cercherò in libreria nella prossima sortita.

    • diegod56 ha detto:

      troppo gentile nel giudizio, cara enrica

      in effetti mentre leggevo ho anche pensato a te, quelle volte che hai scritto, con ironia, su certe «pose» di alcuni «ricchi di sinistra»

      il libro certo non si sofferma solo alle «note di costume» ma prospetta un’ipotesi antropologica interessante e con radici profonde nella storia del ’900 ed anche nel pensiero roussoviano

      tu scrivi benissimo, i tuoi articoli sul «fatto quotidiano» sono di una nitidezza esemplare, pervasi spesso da un senso morale che non scade però nel facile moralismo, ma in effetti l’amico biuso è una penna di qualità notevole (amatissimo a quanto pare dai suoi studenti)

      insomma, sicuramente una professoressa e studiosa del tuo livello puo’ apprezzare senz’altro lo stile dell’amico biuso

  2. boh ha detto:

    Non m’innalzare troppo Diego ché non lo merito, ma dei meriti di Biuso non dubito. Gli studenti sono giudici implacabili.

  3. Biuso ha detto:

    Ancora una volta grazie, caro Diego, per una recensione così partecipe, acuta e vivace. E’ davvero una grande fortuna avere amici e lettori come te.

    Grazie anche alla Prof. Enrica per ciò che dice sul libro e per l’intenzione di leggerlo. A pubblicare questa nuova edizione è stata una piccola ma intraprendente casa editrice. L’elenco delle librerie fiduciarie si trova sul sito della Villaggio Maori Edizioni ( http://www.villaggiomaori.com/librerie-fiduciarie/ ), dove si può anche ordinare direttamente il volume.
    Enrica conosce bene il mondo dell’università: gli studenti sono davvero giudici implacabili e quasi sempre onesti. Spero di meritare il loro apprezzamento.

    • diegod56 ha detto:

      aggiungo, caro Alberto, i miei auguri a “Villaggio Maori” per una buona riuscita anche di vendite, con un prodotto di valore come questo testo; credo che nell’Italia di oggi tenere in piedi un’attività pulita, onesta, che si regge sul proprio lavoro, senza compromessi col potere, sia una forma d’eroismo, anche se dovrebbe essere la norma

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