Considerazioni sulla stanchezza

Questo scritto è dell’amico Graziano, della libreria “Contrappunto„ che si è cimentato con alcune considerazioni sulla stanchezza (un pigraccio come lui è di sicuro una voce autorevole al riguardo)

Si dice che “Aprile è il più crudele dei mesi” citando Eliot, e che questo sia il mese dell’anno più balzano, il mese del “dolce dormire”, il mese di quella stagione che è la primavera in cui ognuno di noi, chi più chi meno, si sente stanco.

Cerco il significato etimologico della parola “stanchezza”: s.f. (sostantivo femminile) che risale al sec. XIV dal francese estanc, e designa la condizione dell’esser stanco conseguentemente ad una fatica fisica e/o mentale; si dice stanco il soggetto che sente il peso della fatica, che non desidera più continuare e che quindi necessita di riposo, di una pausa; per estensione stanco significa annoiato, seccato, infastidito.

E così quasi per coincidenza questo mese mi sono imbattuto in un piccolo ma illuminante saggio di Byung-Chul Han, filosofo coreano che insegna in Germania, dal titolo La società della stanchezza, edito in Italia dalla casa editrice Nottetempo. Questa nostra società del XXI secolo è una società della prestazione, le cui città sono fatte di fitness center, grattaceli di uffici, banche, centri commerciali: questa è una società i cui i cittadini si dicono soggetti di prestazione. La nostra epoca è un tempo povero di negatività, piuttosto un tempo di abbondanza, di iper-quantità, di eccessi, di iper-produttività; la società della prestazione è una società della positività, dove il verbo modale positivo indica il poter-fare illimitato, dove il plurale collettivo espresso dall’affermazione americana “YES, WE CAN” esprime appunto il carattere di positività delle società di prestazione dove l’eccesso di positività in questi termini si esprime anche come eccesso di stimoli, informazioni e d’impulsi. Per questo l’uomo nella società del lavoro e dell’informazione tardo-moderna è un uomo che fondamentalmente lavora, un “animal laborans”, come lo ha definito Anna Harendt. L’uomo “animal laborans” , al contrario di quanto sembrerebbe, non sacrifica la propria individualità, il proprio ego, semmai è tanto ricco di ego fin quasi a scoppiarne, sempre riallacciandosi alla pensatrice tedesca. Ma l’animal laborans designato dalla Arendt non è quello tardo-moderno, perché l’uomo contemporaneo è iper-attivo, è nevrotico, è stanco. L’uomo del presente è stanco e la vita umana è percepita incredibilmente fugace, e nulla promette di durare e mantenersi.

A fronte di questa percezione dell’essere sorgono quindi nervosismo e irrequietezza, patologie neuronali quali la depressione, malattie da deficit di attenzione e iper-attività, stanchezza. L’uomo stanco, in forma più grave (il depresso), è logorato, assente, privo di forze, disattento, apatico, e come direbbe Foucault “un detenuto obeso”.

La nostra vita sociale è caratterizzata, anzi dominata dall’ indifferenza, dalla noncuranza, dalla febbrile ricerca del proprio interesse, dall’ egoismo, dal fascino tossico dei beni materiali, dalle dipendenze affettive, dalla violenza. Ecco perché la depressione è una malattia del nostro tempo.

Ecco perché la stanchezza è una condizione così diffusamente percepita.

Lo psichiatra Eugenio Borgna precisa che la depressione è caratterizzata dalla dimensione temporale del passato, il passato della colpa, della nostalgia, del passato proustianamente rivissuto e trionfalizzato, del passato leopardianamente rimpianto. La stanchezza, la nostra variabile di partenza, ecco che viene correlata alle emozioni che si accompagnano alla depressione; fragilità e sensibilità sono categorie psicologiche e umane troppo spesso ignorate, sottovalutate, temute e rifiutate, elementi di particolare pregnanza semantica nella depressione e nella malinconia, nell’angoscia e nell’inquietudine. Lo stato d’animo malinconico, il sentimento di dolore, la stanchezza hanno aspetti che non sempre si sovrappongono alla depressione clinicamente patologica, però non dimentichiamo che esistono sconfinamenti e intersezioni più o meno intensi che sempre più spesso e diffusamente trovano l’epicentro nella vita interiore, nell’anima dell’uomo contemporaneo.

Tornando agli aspetti fenomenologici della condizione dell’uomo della società di prestazione, se ne conclude che quella del soggetto è una prestazione di tipo autistico, in cui l’uomo “è” in potenza, incatenato come un Prometeo che sfrutta se stesso usando violenza su se stesso: l’uomo viene così colto, in quanto soggetto di auto-sfruttamento, da una stanchezza senza fine, l’archetipo della società contemporanea della stanchezza, su cui riflette l’autore del libro.

La Arendt nella sua “Vita activa” concluderà esortando l’uomo/lettore a ritirarsi dalla mischia, a trovare rifugio nella solitudine della vita contemplativa, perché solo questa renderebbe l’uomo ciò che deve di fatto, e non solo in potenza.

Ci sono due forme di potenza: quella positiva, che è la potenza di fare qualcosa, e la potenza negativa che è la potenza di non fare, di dire di no.

Preferirei di no” è la sommessa espressione, l’imperturbabile assioma di Bartleby lo scrivano, protagonista del romanzo di Melville. Queste parole così scandite con stanchezza, parlano con la potenza della potenza pura (Agamben), e per questo Bartleby incarna “il puro essere senza alcun predicato”, un messaggero angelico, un angelo dell’annunciazione che tuttavia non afferma niente di niente. Lo scrivano è un essere irragiungibile e insondabile a causa della sua “purissima devozione all’inutilità “ – dall’introduzione al romanzo melvilleano di Gianni Celati – che lui chiama “preferenza al non fare, al non dire”. In un altro capitolo del libro Byung-Chul Han prosegue prendendo in esame un altro tipo di stanchezza: quella che agisce “separando e isolando l’Io dall’Altro”, per usare le parole dello scrittore austriaco Peter Handke.

La stanchezza come “plus del minus di Io” è una stanchezza che si esprime, che vede, che riconcilia, che dischiude un “tra”, allentando la distanza tra l’io e gli altri, tra l’io e il mondo. “Non solo vedo l’Altro, ma io sono anche l’Altro e al tempo stesso l’Altro è me”. Nel divenir-meno dell’io la forza di gravità dell’essere si sposta dall’io al mondo. Questa è la stanchezza come viene delineata e suggerita da Handke, è una facoltà che “ispira”, un’ispirazione che è rivolta al non-fare: una stanchezza che rende possibile una società che non ha bisogno di appartenenze, né di legami di parentela, una comunità delle singolarità dove la stanchezza viene ad annullare l’isolamento egolico e fonda una collettività che conduce ad un’armonia e ad un ritmo, una società dove la stanchezza dà il ritmo ai singoli sparsi e dove ognuno si accorda agli altri e al mondo.

Quella indicata da Handke nel suo saggio è definita una religione immanente della stanchezza, ed elogiandone il culto come tramite di augurio e di speranza si confida con il lettore-adepto con queste parole: “Adesso la stanchezza mi era amica. Ero di nuovo qui, nel mondo “.

Buona lettura.

(testo di Graziano Del Giudice)

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meno scrivo, meglio è
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2 risposte a Considerazioni sulla stanchezza

  1. Denise Cecilia S. ha detto:

    Beh, Graziano, grazie!
    In particolare per le parole sulla depressione, ma non solo.
    Io di parola, per esprimere quel che sento al riguardo, ne ho una sola (presto sarà anch’essa abusata, perciò mi sbrigo ad usarla qui ‘ché mi piace tanto): decrescita.
    Non solo di consumi, ma di attività e di coinvolgimento in stimoli non necessari, tutt’altro.

    • diegob ha detto:

      cara D.C., riporterò a voce all’amico graziano, che sta poco su internet

      in effetti è una recensione interessante (poi gireremo anche il video…)

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