Potenza dell’essere tutti.

Durante gli anni del liceo ero uno studente mediocre. Come per ogni studente mediocre, il giorno del rientro dalle vacanze di Natale, era intessuto dell’angoscia delle inevase versioni di greco. Mi rendo conto che rispetto alle angosce vissute da chi a quell’età aveva subito, per esempio, la guerra o la prigionia, erano angosce ridicole. Ma quelle sono le angosce ridicole che ho vissuto io, e da quelle ragioniamo.


Nell’atrio della scuola, interrogavo lo sguardo dei compagni, provavo sollievo vedendo incrementarsi il numero dei colpevoli. Progressiva, prima timida, poi baldanzosa, montava l’allegria quando ci si rendeva conto che le versioni non le aveva fatte nessuno (tranne il secchione ufficiale, ma questo era scontato). Potenza dell’essere tutti.

Mi rendo conto che è un po’ stupido come accostamento, ma quel ricordo è riaffiorato leggendo questo brano:

«Fin tanto che si resta insieme, si percepisce il pericolo distribuito su tutti. Persiste l’antichissima concezione che il pericolo aggredirà tutti in un solo luogo. Mentre il nemico afferra uno, tutti gli altri possono fuggire.» (Elias Canetti, Massa e Potere, Adelphi, p. 63)

È un libro lungo, erudito, di oltre cinquecento pagine. Nonostante i lunghi percorsi, le ampie digressioni, i temi cruciali affrontati sono nitidamente rilevabili e certamente al Canetti il tema della massa sta molto a cuore. Credo sia stata ripetuta fino al rischio del luogo comune l’affermazione che il Novecento è stato il secolo in cui le masse hanno invaso il palcoscenico della storia. Ma esistono delle peculiarità della massa, delle qualità tipiche che non sono la semplice somma di qualità dei singoli? Canetti ne è convinto, e cerca le radici, la genealogia, l’impulso profondo dei comportamenti nella vita animale, in un passato filogenetico. Rispetto a quel passato, storia, cultura, evolversi delle idee morali e sociali, sono una crosta posticcia e recente. Difatti il brano che ho citato pocanzi non tratta della fuga di umani, ma della fuga collettiva di un branco di animali da preda.
Ma non c’è solo lo studio dei comportamenti della massa vista dall’esterno, la constatazione di come si comporta e reagisce, ma c’è un’analisi molto interessante ed originale delle sensazioni che provano gli uomini quando si sentono massa, quando per un istante si scioglie la rete degli obblighi e dei rapporti codificati, in un istante liberatorio fondamentale: la scarica.

«Solo tutti insieme gli uomini possono liberarsi dalle loro distanze. È precisamente ciò che avviene nella massa. Nella scarica si gettano le divisioni e tutti si sentono uguali. […] Enorme è il sollievo che ne deriva. È in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è di più, nessuno è meglio di un altro, che tutti gli uomini diventano massa.» (p. 22)

L’altro tema essenziale (del resto è molto chiaro anche il titolo del libro) è il potere. Anche in questo caso Canetti, seppur con ampie ed interessanti divagazioni, riporta l’origine del potere alla sua natura animale, biologica, di puri rapporti di forza. Tanto è vero che anche il comando, cioè quel rapporto per cui un uomo ubbidisce ad un altro, è in ultima istanza il ripetersi di un rapporto di minaccia, dove alla fine c’è in gioco la vita o la morte. Difatti il comando altro non è che la riproposizione di un rapporto spietato e inevitabile.

«Il comando deriva dunque dal comando di fuga: nella sua forma originaria, esso ha luogo fra due animali di diversa specie, l’uno dei quali minaccia l’altro. La differenza di potere tra i due, il fatto che l’uno sia abituato – per così dire – a fungere da preda per l’altro, l’inalterabilità di tale rapporto che sembra stabilito per sempre – tutto ciò conferisce al processo il suo carattere assoluto e irrevocabile.» (p. 366)

E’ molto chiaro l’intento di denudare il potere d’ogni orpello culturale, d’ogni tradizione bonaria o paternalistica, per andarlo a cercare laddove sta innestato: nella natura umana e nella vita biologica in senso ampio. E il potere è sempre imbevuto di morte, della minaccia di morte. Morte e vita, avviluppate in un rapporto, in un gioco senza limite alcuno, dove il potere mostra il suo volto più autentico:

«La morte come minaccia è la moneta del potere.» (p. 571)

Certo, dalle stupidaggini di un mediocre liceale siamo arrivati a tematiche ben più profonde. Chiedo perdono ai  seri studiosi del Canetti.

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meno scrivo, meglio è
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10 risposte a Potenza dell’essere tutti.

  1. Denise Cecilia S. ha detto:

    L’argomento è appassionante, ma non ho letto Massa e potere – solo La lingua salvata, che ho amato molto.
    Non vedo però perché considerare orpello ogni costrutto o apparato culturale che sia relato al potere, come fosse una labile lamina, una maschera coprente, e non invece parte altrettanto radicata e forte nelle dinamiche che lo compongono.
    Anche soltanto la gratificazione intellettuale del potere va molto oltre l’instintualità: vogliamo dire che è un pretesto?

  2. Denise Cecilia S. ha detto:

    E, perdonami, pare che mi sia scostata dall’assunto del post: io semplicemente non credo che noi si possa tornare ad essere ciò che eravamo.
    Neppure nella convulsione di una fuga collettiva, di un oscuramento della responsabilità individuale. Sarà, allora, in ombra la natura culturale di ciò che agiamo, ma spenta del tutto mai.

  3. diegod56 ha detto:

    Anzitutto, cara Denise, è ovvio che leggere Canetti non significa sottoscrivere il suo punto di vista in toto. Secondo un autorevole frequentatore di questo blog (conosciuto qui come prof. Woland) «La lingua salvata» è un capolavoro più riuscito del saggio «Massa e Potere», per cui il Canetti saggista potrebbe non essere giudicato con lo stesso metro del Canetti narratore.
    Un altro autorevolissimo lettore di queste mia paginette, il prof. Biuso, in effetti considera «Massa e Potere» un testo di eccezionale valore, tanto è vero che lo propone ai suoi studenti all’Università.
    Io ho cercato, in poche righe, di cogliere qualche elemento chiave, ma davvero il testo contiene moltissimi aspetti, è davvero impossibile da condensare in poche righe.
    Io penso che la parte «culturale» dell’umano faccia parte anch’essa della natura umana, e che le indicazioni di Canetti siano molto interessanti per valutare l’origine, la spinta iniziale, ma certamente non spiegano tutte le evoluzioni. Teniamo presente che Canetti è volutamente non eurocentrico, cerca di non considerare la nostra tradizione europea.
    Il rapporto natura/cultura è il tema di fondo di tutta l’antropologia, in definitva e anche tu, cara Denise, hai centrato il tema.

  4. Denise Cecilia S. ha detto:

    Anzitutto, cara Denise, è ovvio che leggere Canetti non significa sottoscrivere il suo punto di vista in toto.
    Non temere, non è ciò che ho inteso.
    Ma l’obiezione volevo provare a formularla lo stesso, ‘ché pur in assenza del contesto specifico e di altre osservazioni al riguardo, l’idea che citi è diffusa e sentita.

  5. diegod56 ha detto:

    tengo però a confermare che, per quel che concerne la natura «intrinsecamente» violenta del potere, secondo me il Canetti ha ragione

  6. Denise Cecilia S. ha detto:

    Se, uscendo dalla consolidata abitudine, si distinguono potere e potenza; sì. In tal caso condivido anch’io.

  7. Biuso ha detto:

    Caro Diego, la sintesi che proponi dei contenuti di “Massa e potere” è tanto corretta quanto efficace. Nessun “perdono” da chiedere, dunque, ma anzi complimenti per essere riuscito nell’impresa di sintetizzare in poche righe un libro inclassificabile senza tradirne la ricchezza, che consiste anche -e forse soprattutto- nel superamento della dicotomia stessa di “natura” e “cultura”, a favore di una comprensione unitaria e olistica del posto che l’umano occupa nella materia.

    Vorrei riprendere la distinzione alla quale accenna Denise tra potere e potenza. Quando si cerca di comprendere la natura del potere è infatti molto utile andare alla separazione, formulata da Spinoza e ripresa poi molte volte, tra Potentia e Potestas.

    La prima è il “potere di fare” qualcosa, è il potere/autorità in quanto matrice di riconoscimento sociale, una forma che persino Bakunin ritiene del tutto naturale e pressoché inestirpabile; la seconda è il “potere su” qualcuno o qualcosa, è il potere/dominio, la cui caratteristica prevalente è l’istituzionalizzazione dell’autorità e il monopolio dell’uso della violenza all’interno di una comunità.

    Canetti ha la capacità di andare alla radice unitaria di questi due fenomeni, fondata sul loro radicamento del tutto biologico e insieme del tutto storico, fondata sulla morte.

    • diegod56 ha detto:

      grazie caro Alberto,

      in effetti è un libro molto ricco, seppur fondamentalmente unitario, che non è facile descrivere in poche frasi

      grazie anche per l’accenno alla distinzione di Spinoza

      per il «superamento della dicotomia stessa di “natura” e “cultura”, a favore di una comprensione unitaria», suggerisco agli amici che passano di qui, la lettura del tuo testo «Antropologia e Filosofia», da me coraggiosamente recensito in video

  8. Vera ha detto:

    La nostra cultura è una giovane e sottile scorza stesa su miloni di anni di evoluzione. Sotto una pressione la scorza si rompe, lasciando libero l’istinto. Spesso molto più facilmente di quello che vorremmo pensare e sperare.
    Io credo che tutt’ora sia il nostro io biologico a prevalere, specie sotto stress.
    Sempre bello leggerti, mi rammarica che i miei scarsi studi non abbiano compreso la filosofia.

    • diegob ha detto:

      vera carissima, anch’io sono di studi tutto sommato scarsi e lacunosi (se confrontato a tre o quattro degli amici che mi onorano delle loro visite) ma il pensare è un’attività di ogni donna e uomo liberi,

      venendo alla questione dell’istinto, io penso che l’istinto non sia il male, ma semplicemente una componente della nostra umanità, un’energia anche importante se ben utilizzata; credo che una visione unitaria, olistica credo si dica, dell’umano, sia la più giusta

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