un classico: la bella estate

grazie all’inconsapevole umorismo che spesso intride le mie pagine, eccomi in pieno inverno alla recensione di un classico, dal titolo proprio azzeccato (il volto, la voce, la colpa, son dell’ottimo graziano)

per chi proprio non sopporta il volto e la voce dell’amico graziano, ecco la versione scritta della recensione:

Il libro che suggerisco questo mese è un classico del novecento italiano,
“La bella estate” di Cesare Pavese, edito per Einaudi e Mondadori.
Il libro raccoglie tre romanzi brevi che appartengono a periodi diversi:
il primo dà il titolo alla raccolta e fu scritto dall’autore piemontese nel 1940, il secondo “Il diavolo sulle colline” è del 1948 e il terzo “Tra donne sole” è del 1949. Pavese con questo suo libro della maturità vinse nel 1950 il Premio Strega, presentandolo con queste parole: «Non è quel che si chiama trilogia. Si tratta di un clima morale, un incontro di temi […].
Un tema presente in ciascuno dei vari intrecci è quello della tentazione […]. Un altro è la ricerca del vizio, il bisogno baldanzoso di violare la norma, di toccare il limite. Un altro l’abbattersi della naturale sanzione sul più colpevole e inerme, sul più “giovane”.»

Giovani modelle, pittori e studenti, uomini e donne della borghesia torinese sono i personaggi de “La bella estate”; tra neorealismo e simbolismo si svolge la ricerca narrativa dello scrittore, proiettando una ricognizione ambientale ora cittadina – la Torino durante l’occupazione tedesca – ora collinare – le Langhe d’origine – in miti esistenziali pregni  di significati assoluti: realtà e simbolo sono gli universi psichici paralleli che confluiscono nell’intera produzione letteraria di Pavese: la città è la metafora delle grandi trasformazioni industriali , dello sviluppo della modernità, della maturità raziocinante; la campagna assurge il senso della figura del selvaggio, dell’inconscio, delle origini e perciò del passato che conserva la nostalgia di una felicità primordiale che l’uomo adulto ha perso per sempre. Nel primo racconto Ginia è un’adolescente che lavora in un atelier, giovane donna di estrazione operaia che insegue la sua libertà e indipendenza facendosi strada nel caos cittadino, incoraggiata da un atteggiamento ingenuo e insieme gioioso. Quando questa si innamora di Guido, furbo ed estroverso pittore conosciuto tramite la disinvolta Amelia, il mondo dei grandi  le si presenterà come l’anticamera di una felice emancipazione, che però le costerà ben cara; Guido è egoista e senza scrupoli e presto condurrà Ginia in una precoce e terribile consapevolezza di fallimento sentimentale e di solitudine.

Il racconto centrale “Il diavolo sulle colline” scritto in soli quattro mesi dall’autore, sintetizza nella figura del personaggio di Poli quello spirito diabolico e anticonformista che caratterizza la figura dell’intellettuale di quegli anni bui – reduci del regime fascista e della guerra -, espletandosi in un racconto che si fa “paraboletta” del messaggio pavesiano anche questa volta enunciato: “Repeness is all“, ovvero “La maturità è tutto“ e l’uomo diventato adulto scopre nel suo presente una sola verità che è quella di essere perduto e solo. I tre giovani personaggi che fanno scorribande notturne in collina, bevono sotto la luna estiva e fanno discussioni filosofiche, prendono di giorno il sole abbandonandosi a libertà selvagge che bene si intonano con la bellezza violenta della natura circostante; sono legati da un’amicizia semplice e cameratesca che via via la frequentazione con Poli, borghese annoiato e diviso tra due donne, scioglierà non appena tornati in città, anche questa volta rappresentativa della negatività del riemergere di quel vizio assurdo che è la vita. La droga e il sesso sono perentoriamente le tentazioni alle quali i personaggi sembrano non poter sfuggire.

L’ultima vicenda, quella narrata in “Tra donne sole”, è descritta in prima persona dalla voce narrante di Clelia, che è anche la trasposizione biografica al femminile di un Pavese più “maturo”, scrittore abbracciato dalla fama e dal successo, così come la giovane modista viene a descriversi come donna emancipata e realizzata nella sua scala sociale. La vita sognata da ragazza e ora conseguita traduce l’ambizione dell’intellettuale che è in conflitto con la realtà cittadina del presente, che scopre essere “vile e  infernale”, conducendolo presto a capire che anche il lavoro – unica dimensione adulta tanto agognata – non è altro che una distrazione dal vuoto della vita. Nel personaggio di Rosetta, la più giovane e la più ingenua delle donne ritratte da Pavese, l’autore scorgerà un profetico destino tutto direzionato verso una fine inevitabile e consapevolmente conquistata, che nel suicidio suggella ogni speranza umana destinata a naufragare.
Ricordo che dall’ultimo racconto il regista Michelangelo Antonioni ricavava nel 1955 il film “Le amiche”, vincitore del Leone d’Argento alla Mostra Cinematografica di Venezia.
Buona lettura, e quindi buona visione.
(Graziano Del Giudice)

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meno scrivo, meglio è
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