Cyborgsofia

Qualcuno, fra chi s’attarda sui miei irrilevanti scritti, sa che sono nato nel 1956. Già rilevando la mia grigia chioma ci si rende conto che è un tempo lontano, e se si osservano foto e film dell’epoca si avverte la distanza che ci separa da quel tempo. Oltre alla mia venuta al mondo, nel 1956 ebbe inizio un’altra avventura dalle molte e in gran parte irrealizzate promesse. Con la conferenza di Darthmout del 1956 fece il suo ingresso nel dibattito tecnologico e filosofico il tema dell’Intelligenza Artificiale.

Quel che è certo è che questa benedetta Intelligenza Artificiale, in oltre mezzo secolo, non ha mantenuto la gran parte delle mirabolanti promesse.
Eppure la tecnologia nel tempo ha fatto passi da gigante (anche il semplice Imac con cui sto scrivendo ora è un prodigio di potenza, del tutto inimmaginabile nel 1956)
Cosa manca all’Intelligenza Artificiale? Perchè non ha mantenuto le promesse?
Questo è uno dei temi centrali di un bel libro, pubblicato nel 2004 da un ottimo editore come Di Girolamo. Il titolo è Cyborgsofia, il sottotitolo è Introduzione alla filosofia del computer, l’autore il filosofo Alberto Giovanni Biuso.
Biuso è persona molto attenta alle evoluzioni tecnologiche, utilizzatore assiduo della rete, pienamente calato in quel quotidiano intreccio di informazioni, di interazioni con congegni evoluti e in continua evoluzione, e ce lo racconta nella briosa introduzione.
Premessa fondamentale per individuare l’errore di fondo di taluni entusiastici obiettivi dell’Intelligenza Artificiale è capire come funziona l’intelligenza umana, come funziona e cos’è la mente umana.
La mente non è il cervello, anche se il cervello è una struttura indispensabile perchè la mente esista. L’autore ha una visione della mente come processo unitario, nel quale concorrono, in modo inscindibile, la memoria, il corpo, il tempo, in un evento di consapevolezza che è forse la chiave stessa di ogni esperienza umana.

«La mente è l’autocoscienza del grumo di tempo fattosi corpo nell’umano. La mente è dunque la consapevolezza che il corpo ha di essere immerso nel tempo.» (p. 26)

Questi temi poi Biuso li svilupperà con grande rigore ed efficacia ne La mente temporale pubblicato presso Carocci nel 2009, ma già da queste considerazioni possiamo comprendere i limiti invalicabili dei progetti di intelligenza artificiale per come si sono configurati.
L’equivoco è ritenere che in fondo il cervello umano è una specie di computer, e che il pensiero umano sia in definitiva un software sofisticato ma riproducibile, imitabile, ricompilabile, per cui prima o poi sarà possibile installare un pensiero artificiale su un cervello artificiale o, addirittura, trasferire i contenuti della mente umana su un supporto artificiale.

Quest’ultima ipotesi ha certo suscitato un certo fascino, per una sorta di nuova prospettiva di immortalità, una possibilità di fare a meno dell’affaticato, provvisorio, fastidioso, mortale, corpo umano.
Ma qui sta il problema: alla luce di quel processo che costituisce la mente, il corpo non è una fastidiosa appendice, il corpo «è» esso stesso mente, non è data conoscenza, autocoscienza, esperienza senza di esso.

«Uno dei problemi e dei limiti di fondo del progetto I.A. sembra proprio l’assenza di un corpo organico, delle sue esperienze, della crescita come travaglio e gloria della corporeità. Senza il corpo non c’è pensiero ma solo calcolo.» (p. 53)

A questo punto si potrebbe pensare l’autore abbia esaurito il suo scopo, se questo fosse semplicemente spiegare i motivi per cui l’intelligenza artificiale non ha mantenuto le ottimistiche promesse. E invece proprio da qui parte la proposta, lo scenario, il futuro, che Biuso cerca di delineare. La tecnologia, l’umana capacità di produrre e inventare, non è un’attività esterna all’umano, e non si può ragionare intorno alla natura umana senza includere, considerare, prospettare l’incidenza dell’umano inventare, congegnare.
In effetti già oggi, nella nostra esperienza quotidiana, abbiamo incluso nell’intreccio, nell’interazione continua del nostro vivere, nella nostra mente, molti congegni tecnologici, a cominciare dall’internet.

Per quanto restii ad ammetterlo, quando ad esempio siamo sconnesi dalla rete, percepiamo come una parte di noi monca, inibita, rattrappita. Il nostro corpo non è solo quello biologico, ma anche quello tecnologico.
Ecco dunque la prospettiva, l’orizzonte evocato dall’autore: una progressiva ibridazione, inclusione, delle qualità delle macchine, in concorso e forte integrazione con l’agire, l’essere, del corpomente.

«L’ibridazione è l’esito logico – ancor prima che empirico – della struttura insieme aperta e finita dell’umano. Il corpo sta dentro il mondo e solo in esso acquista senso, valore, efficacia ma l’essere del mondo non è altro che un tempo reso visibile nel divenire della materia. Una filosofia del computer accoglie, dunque, l’invito a conoscere noi stessi nelle potenzialità immense e nei limiti invalicabili di cui sono, siamo impastati.» (p. 78)

Alla fine, come è ovvio che sia quando scrive un filosofo, il tema non è semplicemente quel che può fare un computer, ma è quel che è la natura umana. Una natura da un lato fortemente innestata nella corporeità, nel tempo, nelle antiche e robuste radici biologiche, ma comunque aperta ad un continuo processo di ridefinizione dei propri confini, di antropica e incessante innovazione, per una incompiutezza preziosa e inesausta.
I computer non pensano, non hanno corpo, anche questo imac connesso alla rete davanti a me non pensa. Ma senza di lui queste mie righe, in questa pagina che leggi, non ci sarebbero proprio. È parte di me.

Informazioni su diegod56

meno scrivo, meglio è
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9 risposte a Cyborgsofia

  1. Julo d. ha detto:

    Ciao ragazzino ;-)
    In effetti mi trovo d’accordo con Biuso (almeno da quanto ne dici tu, non avendo letto i libri in questione).
    Un altro problema è: può qualcuno o qualcosa costruire/creare qualcosa che abbia la sua stessa complessità? A mio avviso no. Quindi l’IA sarà sempre inferiore all’IU (Intelligenza Umana) (*)

    Un’ultima cosa. Non mi trovo d’accordo con te nelle tue ultime righe. Se ti fa male un dente (che è una parte di te) sei tutto tu che soffri. Ma se il tuo imac si rompe, tu non soffri (**). Ergo, non è una parte di te.

    Pace e benedizione
    Julo d.

    (*) anche se in questo ultimo periodo direi che anche l’IU è molto latitante.

    (**) rogne e preoccupazioni si, ma non sofferenza come quando fa male un dente o ti pestano un callo. ;-)

    • diego ha detto:

      ti saluto con affetto, vecchio mio

      certamente non è parte di me, per quel che riguarda la fisiologia biologica ma se ci pensi, lo è per esempio come mezzo che mi permette di interloquire con te, il suo apparato dilata le mie parole nel tempo e nello spazio

      e quindi, il «confine» di me stesso, si sposta

      il prof. biuso è un filosofo di grande pregio, ma non è sicuramente molto tenero con il cattolicesimo, anche se tu, caro julo, sei la componente «buona» della chiesa

      • Julo d. ha detto:

        Ho avuto modo di conoscere il prof. Biuso dagli interventi che fa qui sul tuo blog. Che non sia tenero col cattolicesimo me ne ero accorto. Ma a me non fa problema. Pensa che noia se tutti la pensassimo allo stesso modo. L’unica cosa che spero nelle persone è l’ascolto e il rispetto per le posizioni anche opposte. È solo con l’incontro (e non lo scontro) con chi la pensa diversamente che si può crescere.

        Pace e benedizione
        Julo d.

        • diego ha detto:

          non ne dubito, caro julo, sulla qualità del tuo approccio;

          dei libri del prof. biuso ne ho recensiti alcuni (quasi tutti quelli disponibili), e sono, per chi ha interessi filosofici e non solo, di grandissimo interesse

          ovviamente il prof. biuso è critico soprattutto verso le strutture del potere, ma sempre con grande rispetto per le fedi e personali convinzioni

  2. Vera ha detto:

    Se qualcuno per qualche motivo non avesse, per esempio, la parola, non è detto che ne patirebbe un dolore specie se non l’avesse mai avuta. Nel contempo potrebbe magari esprimersi con un computer. Orbato di quello patirebbe sicuramente un intenso dolore emotivo. E’ questo computer parte di lui o no?

  3. filippo scuderi ha detto:

    Il mondo è senza significato siamo noi che diamo significato al mondo
    Siamo noi che con la nostra intelligenza con l’intelletto facciamo in modo che abbia valore l’intelligenza artificiale siamo noi che diamo significato alle cose,
    per questo siamo dei dispositivi semantici

    • diegob ha detto:

      «Il mondo è senza significato siamo noi che diamo significato al mondo»

      in effetti è un/il concetto chiave, ottimo filippo

  4. Vera ha detto:

    sisisi mi piace l’affermazione di Filippo, molto

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