Innatismo, perchè no?

Mia madre da ragazza conosceva due gemelli. Si tratta di molti anni fa, ormai entrambi son passati a miglior vita. Questi mostravano fin dalla prima giovinezza due caratteri irrimediabilmente diversi. Uno era gioviale, facile alla parlantina, capace di suscitare amicizia, gradito al gentil sesso. L’altro era silenzioso, poco propenso alle chiacchiere, tendenzialmente metodico e prevedibile, per nulla seducente. Ma il primo era anche bugiardo, non cattivo ma con la tendenza pericolosa a cacciarsi nei guai, mentre il secondo era serio, affidabile, capace di costruirsi con pazienza una vita decorosa. Siccome erano gemelli, allevati nella stessa casa, trovo difficile ipotizzare che fosse la famiglia, l’educazione, l’ambiente, il motivo del loro carattere. Mi pare evidente che fossero così per innata predisposizione.

Questo aneddoto, anche banale se vogliamo, mi è tornato alla mente con la lettura di un prezioso e accattivante saggio: «Antropologia e Filosofia», pubblicato nel 2000 dal filosofo italiano Alberto Giovanni Biuso.

Un primo punto di partenza è capire l’uomo attraverso la comparazione fra i suoi comportamenti e quelli delle altre specie, per riscontrare ad esempio come la pulsione alla socialità, e per converso quella aggressiva, stanno scritte nei geni, sono innate.
Certamente l’essere umano ha caratteristiche proprie molto spiccate, ma sembra che lo studio approfondito della altre specie abbia inesorabilmente sfoltito il numero delle caratteristiche esclusive, a favore piuttosto di differenze che sono spesso solo quantitative.
Molti sono coloro che non apprezzano quest’idea, perchè temono che tenda a giustificare i comportamenti aggressivi, e in qualche modo impedisca un giudizio morale.
Biuso non elude il problema, e lo affronta:

«Uno dei più gravi e diffusi equivoci è che l’innatismo implichi immodificabilità, giustificazionismo etico, conservatorismo politico. Si tratta di una deduzione immotivata» (p. 18)

Conoscere l’uomo per quello che è rappresenta, in realtà, l’unico modo efficace per gestirne i comportamenti, per educarlo, per organizzare un vivere davvero civile.
Attribuire l’aggressività, il senso del possesso, la tendenza inesorabile all’egoismo ai difetti della civiltà, e ipotizzare che l’uomo è buono per natura, ha comportato disastrose utopie.
Difatti tutti i tentativi di ripartire da zero, di plasmare una nuova umanità, hanno generato, nonostante tutte le buone intenzioni profuse, delle cieche e implacabili macchine coercizione, totalitarismi che non hanno per nulla liberato l’uomo, ma lo hanno invece oppresso.
Chiaramente il filosofo chiamato in causa è Rousseau, con il suo bambino del tutto immaginario, pretesto per costruire un sistema ideologico e inadeguato all’umana natura.

Ma l’essere umano ha, proprio come caratteristica tipica, una capacità progettuale, una capacità di risposta allo stimolo ambientale molto differita, è capace di stendere sulla realtà una propria mappa concettuale, e tutto questo è un superamento delle basi istintive. Non una negazione dell’istinto, ma un utilizzo proficuo dell’energia che da esso deriva.

Quindi, proprio non negando la natura delle pulsioni umane, ecco che si evita che esse sfocino davvero nella rovina, nella disastrosa e incontrollata distruzione.

Nel mondo antico, rileva a più riprese Biuso, l’antropologia che più ha accolto senza timore la finitudine e nel contempo la capacità pregnante sviluppo della persona umana, è stata la civiltà greca.

«I Greci riconoscevano l’inevitabilità del desiderio e della violenza insiti nella natura umana e invece di tentare ingenuamente di estirparli, e di cadere così nel sogno suicida di ogni utopia, preferivano dar loro una legittimazione sociale e una ritualizzazione che favorisse l’espressione della violenza conservando nel contempo il controllo delle sue manifestazioni» (p. 79)

Con Platone abbiamo la teorizzazione del modello educativo, del metodo, dell’insieme di valori adatti a forgiare le personalità migliori. Si tratta appunto della Paideia, e questa educazione aristocratica è necessariamente rivolta alle menti migliori, secondo una selezione non basata sulla stirpe o sul denaro, ma proprio sulle qualità intellettuali. E questa selezione è indissolubilmente correlata con la formazione di chi avrebbe retto le sorti della città.
Dati i tempi odierni, non credo sfugga quanto è nefasto non avere una classe dirigente d’alto profilo culturale, etico e morale.
Certo, è una concezione aristocratica, probabilmente impossibile da accettare in toto nel mondo contemporaneo, ma alcuni valori, la consapevolezza non pavida e anche gioiosa delle umane passioni, opportunamente imbrigliate dalla capacità di pensare, di esprimere una colta razionalità, sono valori universali. In queste caratteristiche del pensiero greco, c’è il nucleo, lo snodo fondamentale della civiltà europea.

Da un lato c’è la consapevolezza che l’uomo è parte del fluire inarrestabile della vita, e non è il centro del cosmo, ma dall’altro c’è la sana consapevolezza di saper scegliere e decidere grazie alla propria attrezzatura razionale e culturale. Insomma i Greci hanno lasciato una lezione che non potrà e dovrà mai esser dimenticata.

Se nel modello educativo platonico abbiamo un coltivare le qualità individuali, abbiamo una cura attenta e raffinata delle inclinazioni delle migliori menti, ben diversa è la situazione quando entra in gioco un soggetto tragicamente invasivo nella storia del secolo trascorso: le masse. L’analisi più interessante è quella ripresa da Elias Canetti, incentrata sull’evento della «scarica», cioè quel fenomeno per cui la massa cieca composta da personalità docili e prive di senso critico è attraversata da un unico fremito, un agire collettivo, come un rito di forte appartenenza. E i rischi sono evidenti.

«La democrazia politica può diventare un rischio se essa significa l’avvento al potere del semplice principio numerico e della superstizione delle maggioranze. La preponderanza del numero e il dominio della semplice indiscriminata quantità costituiscono infatti l’impedimento più grave ad ogni progetto antropologico e morale che non si accontenti della pura cecità dell’esistente, della vittoria di ciò che è più volgare» (p. 95)

Oggi, nel tempo in cui qualunque fesseria gode dell’enorme potenza televisiva, e per converso ogni reale approfondimento culturale viene considerato inutile e anche snob, questi temi sono di grande attualità.

Tornando al tema iniziale, al tema che stà a sottofondo per tutto il libro, cioè il rapporto fra ciò che l’uomo è per sua natura, per sua biologica e genetica necessità, e ciò che invece è la sua possibilità di scelta, il suo libero arbitrio, l’autore che Biuso considera congrande rilievo è Spinoza.

Sicuramente la conoscenza, la filosofia, l’accostarsi per il pensiero dei grandi maestri, è fonte di serenità e senza dubbio raccomandabile. Ma non basta, c’è il rischio che la conoscenza sia soltanto un efficace balsamo al dolore del vivere. Invece per Spinoza il pensiero, la conoscenza, è proprio lo strumento per ampliare, sfruttare, arricchire quello che è lo spazio dell’umana libertà. L’uomo è certamente inserito nella necessità, nelle irreversibili caratteristiche della vita, ed ha aspetti del carattere e della sua natura propria che sono predeterminati, ma, attraverso la conoscenza, e più la sua conoscenza è saggia e profonda, può decidere per il meglio, mettendoci per così dire, di suo.

Insomma c’è l’antropologia, cioè quel che è l’uomo, e la filosofia, quel che l’uomo riesce a capire e a decidere, in un’armonica pienezza del vivere.

Un bel testo, questo di Alberto Giovanni Biuso, un giro d’orizzonte prezioso su temi antichi e attualissimi nel contempo. Del resto, questo è la filosofia.

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6 risposte a Innatismo, perchè no?

  1. Biuso ha detto:

    La ringrazio molto per questa recensione, che sa cogliere e comunicare i nuclei teoretici del libro. E’ una fortuna avere lettori come lei.

  2. diegod56 ha detto:

    grazie, prof. biuso, in effetti nel libro c’è molto di più che le mie brevi annotazioni, però son contento se le sembra che io abbia «centrato» i temi fondamentali

    tra l’altro siccome ho letto prima «la mente temporale» ho come compiuto un viaggio «da valle a monte» del suo pensiero, ed è interessante ritrovare alcune premesse che poi sono state sviluppate alla luce di ulteriori studi

    grazie dell’apprezzamento, davvero

    • Biuso ha detto:

      “grazie dell’apprezzamento, davvero”

      In cambio potrebbe dirmi dove si trova il bel posto nel quale ha realizzato la videorecensione :-)

      • diegod56 ha detto:

        è un piccolo parco di quartiere, chiamato «parco dei pesci» nel quartiere di bragarina, periferia della spezia; non è un posto famoso, non si vede il mare, è un semplice parco di quartiere dove al pomeriggio giocano i bambini; il video è girato in un gazebo dove in genere si allestiscono compleanni e festicciole; la domenica mattina presto è deserto, e quindi è più facile girare un video senza suscitare curiosità…

  3. Enrica Garzilli ha detto:

    In effetti anche io credo moltissimo nei geni ereditari, però ti posso assicurare che spesso i gemelli sviluppano qualità opposte e complementari, però anche le sorelle o i fratelli molto legati fra loro, peraltro, e quindi i geni forse non c’entrano molto.

    Forse, come dice la mia amica psicoanalista, c’entra l’imprinting della personalità, agli inizi inizi, quello che vedi senti ricevi e su cui ti moduli. In questo caso, l’altro. Che diventa una specie di tuo doppio, ma al contrario.

    Ma su questo argomento esiste tutta una letteratura sia scientifica sia romanzesca.

  4. diegob ha detto:

    in effetti cara enrica io ho introdotto l’argomento partendo da impressioni, non da dati scientifici, cose che mi frullavano in testa leggendo il libro

    bisogna dire che forse in certi ambiti culturali si è dato molto più peso alle esperienze «vissute» della prima infanzia, in altri ambiti invece si è posto l’accento maggiormente sugli elementi innati

    in effetti questa idea del gemello «speculare» non è banale, e sembra di constatarlo talvolta anche con i fratelli, nel senso che una certa «distribuzione» dei ruoli, nelle famiglie, avviene

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