Dissertazione del ’41, e mondiali di calcio

A me piace il calcio, e seguirò, impegni permettendo, le principali tenzoni dei mondiali imminenti.
Però questo amore per il bello spettacolo e per l’interessante ed avvincente battaglia sul verde rettangolo, non cancella eventuali critiche al mondo calcistico stesso. Le critiche per esempio ai compensi faraonici nei club, critiche alla pletorica schiera di commentatori che sembra stiano dissertando con gravità solenne dei destini del mondo (dimenticando che si tratta in definitiva di calci ad una palla di cuoio).
Ma l’atteggiamento critico a molti dà fastidio, troppo fastidio. E allora ragioniamoci su.

C’è un testo poco noto di Marx, conosciuto come Dissertazione del 41, che era in realtà la sua tesi laurea, all’università di Jena. Qui troviamo una prima interessante descrizione di un concetto fondamentale del suo pensiero: la critica, cioè quella disciplina di sottoporre a smascheramento, di mettere a nudo le contraddizioni d’una qualche realtà ritenuta, a prima vista, naturale e inconfutabile. Insomma la voglia di essere dei rompiscatole. Nel mondo antico, riferisce Marx, ci fu il passaggio da filosofie onnicomprensive, sistematiche, come quelle di Platone e Aristotele, a filosofie molto meno monumentali, più attente al problema concreto del vivere. Si riferisce agli stoici, agli epicurei, agli scettici. All’epoca di Marx la filosofia onnicomprensiva e contemplativa appariva quella di Hegel, mentre i giovanotti irrequieti della sinistra hegeliana volevano una filosofia che si sporcasse le mani nel reale, che utilizzasse le parti vive del pensiero di Hegel per agire sul mondo e non solo contemplarlo. Insomma il passaggio dal monumentale Platone al pratico e critico Epicuro, simile al superamento di Hegel che il giovane Marx e i suoi amici desideravano.
Insomma essere rompiscatole è un atteggiamento con nobili e antiche configurazioni. E’ utile, è indispensabile per tentare di migliorare il mondo. Eppure quelli che esercitano una critica spietata dell’esistente, rischiano spesso una brutta fine. Perchè?
Io, nella modestia dei miei orizzonti di pensiero, azzardo l’ipotesi che agli esseri umani, per lo meno per come sono configurati nell’oggi, non piaccia sapere la verità. Non piace qualcuno che ricordi l’aspetto sgradevole delle cose. E’ un bisogno innato, forse una nostalgia per un mondo rassicurante dell’infanzia, quando ci sentivamo protetti, quando, ignari di quel che accadeva oltre il giardino di casa, bastava una carezza a metter tutto a posto.
E quindi, criticare, a volte, è crudele. In effetti non bisogna esagerare.
Debbo dire, a onor del vero, che aborro anche i criticanti ad ogni costo, quelli che quando vai a fare una gita con loro hanno da ridire su tutto, dal posto in pullman al tovagliolo di carta dello snack bar. Anche costoro son dei paranoici, che proiettano sul mondo i loro interni rodimenti. Ma di questo, ne scriveremo altrove.
Io cerco di stare nella via di mezzo, speriamo di riuscirci.

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7 risposte a Dissertazione del ’41, e mondiali di calcio

  1. Enrica Garzilli ha detto:

    Io sai bene quanto concordi con te.
    D’altronde, è quello che ho scritto anche nel mio ultimo post su La Repubblica.

  2. diego ha detto:

    casa enrica, grazie della visita; in effetti hai mostrato, nel tuo commento, una certa capacità di equilibrio; cioè di non essere da un lato “accecata” dall’amore per tucci, (non hai nascosto le sue scelte, le sue “firme” discusse), ma nello stesso tempo hai, giustamente, ribadito i grandi meriti culturali, e non solo, che questo studioso ha avuto riguardo l’approccio italiano al mondo orientale;
    credo che il tuo libro sarà oggetto di grande interesse, quando uscirà, ma anche di qualche critica “a priori” che, però, secondo me, finirà per essere una forma di pubblicità indiretta; questo ipotizzo, ovviamente sono ipotesi da non addetto ai lavori; a rileggerti con immutato interesse

  3. Enrica Garzilli ha detto:

    Diego, intanto *sei* un addetto ai lavori. Sei un elmento importante die lavori, tra l’altro dovrò prima o poi parlare con il tipografo e mi vengono ehm i sudori freddi.

    E poi spero che non ci siano polemiche invece, anche se se sono continuate questi giorni per il Museo Nazionale di Arte Orientale che lui ha fondato! Ne scriverò. Le polemiche aiutano Eco o Calasso, non la Garzilli né Tucci.

  4. Enrica Garzilli ha detto:

    ps ho faticato non poco a stare nel mezzo, a essere oggettiva, ti dirò. Un po’ quell’uomo lo amo.

    Però mi sta anche odioso.

    Diciamo che il libro, visto che 300 pagine sono dedicate alla politica italiana in Asia (culturale e non), ha ormai una sua vita propria, e pure il personaggio. Ci crederai che fatico tantissimo a considerarlo “solo” un personaggio? Anche perché l’ho conosciuto.
    E anche gli altri personaggi: Gandhi, Nehru, Tagore, Croce, persino Gentile..!

  5. diego ha detto:

    immagino, a livello interiore e personale, una certa difficoltà a non sentirsi coinvolti, ma io credo che sia inevitabile, anche per lo studioso; quando ho cominciato a leggere il tuo blog, proprio un bel libro che ho letto per tuo consiglio è stato quello su speer, e l’autrice stessa confessa il fascino del personaggio, pur sapendo che aveva delle responsabilità dirette (altro che la firma per opportunismo ad un documento culturale…) nell’olocausto

    certo, sarebbe più facile scrivere un libro su qualcuno che tutti amano incondizionatamente, magari lasciandosi andare all’amore sperticato

    ma uno studioso serio, fa un lavoro serio, un lavoro duro anche per la propria coscienza a volte, penso

    sai, cara enrica, prima di interloquire con te mi facevo un’idea dello studioso che scrive un libro un pò romantica, come fosse tutto un piacere, invece ho la sensazione che sia un lavoro bellissimo ma duro assai

    sai in fondo come tipografo di provincia ho lavorato quasi sempre su libri autoprodotti, comunque in genere libri a scarsa diffusione, dove l’autore, dato che paga lui, scrive quel che gli pare e gli amici, i parenti, i conoscenti che son la maggior parte dei lettori non stanno certo a criticare tanto, gli dicono che è bello comunque

    invece il lavoro d’un libro serio, mamma mia!, percepisco veramente l’idea che l’autore senta il rischio anche d’una minima sbavatura, come ci fossero lì pronti altri “esperti” in agguato per infilzarti

    insomma, ti dirò che a volte penso: meno male che non sono un professore che scrive libri, così almeno le mie cosette sono un gioco, un gioco magari ben fatto a volte, ma nulla più

    io comunque, non vedo l’ora di averlo fra le mani il tuo libro, ormai mi ci sono affezionato senza conoscerlo

  6. Enrica Garzilli ha detto:

    “come ci fossero lì pronti altri “esperti” in agguato per infilzarti”: ci sono! Non si vede molto, ma ci sono, ne ho scritto un attimo fa sul blog.

    Studiosi, ma anche giornalisti di fama, che vivono di questo, politici, idem, e gente qualsiasi che pur di vedere il nome pubblicato da qualche parte scrivono, polemizzano e così via. Fortuna per te, visto che pubblicano e pagano il tipografo, ma io li temo assai più degli studiosi perché spesso non sanno assolutamente quello di cui parlano, però parlano. Nello specifico. Come se sapessero tutto e tutto avessero considerato.

    Mi sembra un’amica di mia madre, che quando parla con mia sorella, primo aiuto anestesista e responsabile di un grande centro di terapia del dolore, la consiglia sulle medicine da dare al paziente in rianimazione! Non erbe, medicine allopatiche!

    Un po’ come nel calcio: sono tutti grandi tecnici! Io vado al bar a vedere le partite, sono tutti del club Milano Interista di cui faccio parte (più per amicizia che altro, ci sto bene insieme), ma quando vengono i tifosi “esterni” ti assicuro che critcano ininterrottamente le scelte tecniche. Gente qualsiasi, non allenatori, cirticano Muorinho come fossero grandissimi esperti. Beh, mi fa ridere. E mi fa anche innervosire.

    Anche perché è facile criticare a posteriori, se una formazione va male o uno schema è inappropriato, ma quando va bene? Il tenico ci capisce o no?

    E anche Tucci, quando dona i tesori all’Italia va benissimo, nessuno lo critica, quando firma no e va criticato.

    Il libro di Gitta Sereny è bellissimo, mi ha quasi commosso infatti. Cioè, mi ha spinto a scrivere, sebbene il mio sia certo inferiore, e comunque diverso nello stile e nella struttura. Lei è molto brava e più equilibrata, è un libro molto più edito, tagliato. E ci sono meno campi e temi, c’è solo il protagonista.

    Ma che fatica mentenersi dritti! Rispetto al protagonista principale, intendo.

  7. Enrica Garzilli ha detto:

    ps perché di romanticismo ne vedo poco invece? Sono lunghissime ora, giorni e decenni, di studi. Seduti che ti fa male tutto.
    Sono lunghissime ore a scrivere, ceracre in archivi, viaggiare per cercare e scoprire, poi leggere, confrontare e rileggere. E magari salta su sempre qualche documento nuovo che per onestà devi considerare e magari ti fa cadere l’impalcatura!

    E sono vacanze saltate, feste non celebrate, occhi che fanno male.
    Mi fermo qui, se no sembra che sia brutto: in realtà non posso e non riesco a fare altro quindi non sarà brutto, ma non ti so dire…

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