il suo mestiere era leggere le nuvole

Erano case operaie, quelle tirate su dalla grande fabbrica. Eppure in casa di mia nonna permaneva una certa atmosfera contadina, vuoi per l’orto e i conigli lungo la scarpata della ferrovia, vuoi per i racconti e le parole. Ero piccolo, il ricordo è solo un’immagine, ma almeno una volta l’ho visto. Passava di tanto in tanto, appariva nell’ingresso (la porta era sempre aperta, niente catenacci come adesso), un cappello enorme, il mantello, gli scarponi. Si chiamava Zambrelli o qualcosa del genere. Il suo mestiere era leggere le nuvole, era capace di rivelare ai contadini il comportamento del sole e della pioggia. Non so se fosse una cosa seria, o se fosse ormai solo poesia, non so se i contadini davvero ci credessero ancora, ma lui, comunque, passava. Passava e andava via. Veniva da nord est, da Parma, e andava chissà dove, a piedi. Quelle grosse e robuste scarpe mi sembravano gli stivali delle sette leghe, capivo che col suo passo lento, cadenzato, sicuro, avrebbe attraversato il mondo, e in ogni casa, levandosi il grande cappello, lo avrebbero salutato con amicizia e rispetto. Camminare, andar piano, senza fretta, senza prenotazioni, e possedere così il mondo.
Ho letto nelle scorse settimane un libro famosissimo: “Un indovino mi disse” di Terzani. L’idea cardine di questo bellissimo resoconto di viaggio è la riscoperta della lentezza, dell’attraversare, del perdere tempo in mezzo alla gente, ai racconti. Il libro narra un anno di viaggi per l’Asia senza aeroplani, nella lentezza degli spostamenti via terra, lontano dall’omologazione degli aereoporti. Il libro è famosissimo non occorre il mio modesto resoconto. Quel che mi piace sottolineare è come l’accelerazione, il far presto, l’acquistare tempo, l’incremento di produttività per unità di tempo, è la malattia più corrosiva della nostra vera essenza umana. Con quelle scarpe, l’indovino amico della nonna, era il padrone del mondo. Con un jet che ti porta a Sharm el Sheikh per le ferie, non sei padrone di niente, e men che meno di te stesso.

A latere, osservo come i grandi viaggi, quelli che lasciarono un segno, erano viaggi lentissimi, ma erano il significato stesso di una vita. A questo proposito di grandissimo rilievo furono i viaggi dei missionari.

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meno scrivo, meglio è
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10 risposte a il suo mestiere era leggere le nuvole

  1. Enrica Garzilli ha detto:

    Diego, che bel racconto! dai il meglio di te quando parli della tua infanzia, così “diversa” (almeno dalla mia) e così malinconica ma così vera. Come se avessi vissuto in un mondo vero, invece di un mondo virtuale. E’ una specie di antimodernismo il tuo.

    Ma ha questo velo di malinconia perché è un ricordo bello ma passato, che non torna più, o perché sei così tu? O è solo il sapore che ho in bocca io?

  2. diego ha detto:

    un pò tutte queste cose cara boh

    a livello individuale penso che tutti, in un modo o nell’altro, cerchiamo il sapore vero della vita in ciò che ci ricorda il momento magico dell’infanzia

    e, a livello collettivo, penso che in questo tempo frenetico l’umanità abbia nostalgia d’un modo d’essere meno brutalmente legato alla produttività, un mondo più antico e magico

    del resto, cosa cerca chi va verso oriente, cara enrica?

    grazie del tuo gentilissimo commento

  3. Lizzie ha detto:

    Mi ricorda tanto le visite di Gandalf a casa Beggins :D

  4. diego ha detto:

    onestamente non so chi sia questo gandalf, cara lizzie, però mi piace pensare d’aver reso un’atmosfera un pò fiabesca

  5. Enrica Garzilli ha detto:

    In fondo hai ragione, chi va verso Oriente vuole qualcosa di più vero. Lo spera, lo agogna. E magari lo trova negli slum terribili dimenticati da Dio e dagli uomini. Non c’è questa poesia, in Oriente. Strano ma vero.
    C’è nell’arte orientale, la letteratura la musica la danza classiche, ma quelle contemporanee sono diversissime e molto più crude. E nella realtà l’Asia è un continente molto duro, almeno quella meridionale e sud-orientale.
    L’Oriente come un ritorno all’infanzia? Si vede che la mia infanzia è stata molto dura, allora.

    • diegod56 ha detto:

      credo, cara enrica, che una certa idea dell’oriente “sognante” sia solo dovuta alla scarsa conoscenza della realtà; è abbastanza chiaro che l’oriente di chi lo conosce davvero, di chi è competente in materia, è tutt’altro che l’idea romantica di chi al massimo ha visto sandokan alla tv; poi, sulla questione in generale dell’infanzia, molto vi sarebbe da ragionare, magari verrà l’occasione

  6. Enrica Garzilli ha detto:

    Ci credi Diego che ho letto il libro ma non ho visto Sandokan?:) Al tempo non vedevo la tv.

  7. diego b ha detto:

    tutte le donne, dai 14 a 94 anni, erano innamorate di quell’attore indiano, che da sandokan è finito, molti anni dopo, a fare l’isola dei famosi, purtroppo

    non era male, comunque, come riduzione televisiva, a parte la sigla musicale molto pacchiana a mio giudizio

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